Raccontare storie a fumetti: la lezione di Igort

Raccontare storie a fumetti: la lezione di Igort Illustrazione: Igort

Ogni autore ha diversi approcci al raccontare. E io, che in vacanza ho avuto il privilegio di disegnare le mie tavole a fumetti fianco a fianco con diversi amici cartoonist, posso dirvi che ogni approccio è valido, purché sistematico.

 

La prima cosa che mi pare importante sottolineare è che le cose si “affinano” e sono il risultato di un lungo lavoro: un lungo e piacevole lavoro di pulizia, di messa a fuoco. Le idee, si prendono e le si mette a essiccare, hanno bisogno di tempo. Alberto Breccia, che è stato un Dio del firmamento del fumetto contemporaneo, mi diceva spesso che lui lasciava passare sempre una notte prima di mettere la china, e con questa suggellare la versione definitiva di un disegno.

 

Credits: Igort

Sinfonia Bombay, Igort (clicca per ingrandire)

Un disegno in un fumetto è un raccordo narrativo. Quindi risponde alle regole estetiche, ma è vincolato da quelle narrative. Un bel disegno che non serve a portare avanti il racconto costituisce un ingombro inutile, dobbiamo imparare a sbarazzarcene. Il racconto è un marchingegno delicato, come un orologio, e dobbiamo eliminare ogni minimo granello di polvere dalle sue rotelle, se vogliamo che sia puntuale.

 

Si parla spesso della “precisione cechoviana“: altro non è che il risultato di un osservare continuo, un sorvegliare la scrittura, perché una frase, una riga, una pagina, si inseriscano in quell’ideale anello narrativo che costituisce il racconto.

 

La cosa importante è capire come la pensiamo, intendo con che sguardo osserviamo la cosa che vogliamo raccontare. Per raccontare una storia dobbiamo tendere l’orecchio, e capirne l’essenza, comprendere quale è la sua voce. Questa, in genere, si svela man mano che procediamo.

 

Dobbiamo metterci in cammino, cominciare a scrivere e disegnare. La prima fase corrisponde a quella “ruzzola” che Kerouac descrive come un lasciarsi andare, correre a rotta di collo, in qualche modo, cercando di seguire con la penna tutto quello che ci passa per la testa.
Poi, nella fase dell’essiccazione, leggere e rileggere ci porterà a togliere le imperfezioni.

Naturalmente la seconda fase è importante, ma occorre saper rileggere per non buttare le cose utili. Di solito il nostro istinto ci dice cosa è utile e indispensabile e cosa superfluo.

 

Continuità. Questa è importante per tessere l’invisibile filo della concentrazione narrativa. Il racconto fluisce, e chi scrive e disegna deve seguirne il flusso. Se possibile staccate telefoni e ogni altra distrazione.
Profilassi banale. Datevi anche solo un’ora, ma fatelo con tutto voi stessi.

Ritagliare lo spazio, dedicare un tempo a questo lavoro, significa tracciare dei confini, segnare delle superfici, che è quello che facciamo quando raccontiamo.

 

Quanto al metodo, per esempio, Stephen King scrive che lui si mette al lavoro ogni giorno e che prima di interrompere, alla sera, si premura di trovare un nodo narrativo che gli permetterà di riprendere il filo del racconto l’indomani mattina, senza intoppi.

 

Credits: Igort

Credits: Igort (clicca per ingrandire)

Questi piccoli trucchi del mestiere possono aiutare, sono semplici regole di condotta. Anche se poi una certa sorta di disciplina sorge spontanea, se si lavora seriamente, e non manca di dettare le sue, personali, regole.
A me capita sempre di scrivere e riscrivere. Non ci faccio neppure più caso oramai, appena entro nel flusso del racconto io assecondo quello che viene fuori. Come detto occorre saper ascoltare.
Prendo appunti, in bloc-notes che tengo disseminati ovunque. Nel comodino, perché il dormiveglia è fase fertile, lo sa qualunque scrittore, ma anche nelle sacche che mi porto dietro, nelle tasche di giacche e cappotti, perfino in auto. corre saper cogliere l’attimo. C’è una fase, dunque, di raccolta delle idee, che sarà seguita da una fase in cui le idee verranno rilette, analizzate, magari riscritte. Queste idee possono essere di diverso genere.

 

Dialoghi, atmosfere, passaggi di libri che mi intrigano, strutture narrative, per esempio una storia in cui le cose si ribaltano specularmente, oppure con dei segreti che rivelati, generano altri segreti, complicità innominabili. Storie a forma di scatole cinesi e via dicendo.
Ma gli appunti per uno che racconta con le immagini possono essere ovviamente anche appunti visivi.
Situazioni. Piove a dirotto, un uomo parla con un altro uomo. Il primo è al coperto, sotto una pensilina, l’altro di fronte a lui, ascolta, sotto la pioggia scrosciante. Da questa semplice immagine ho intuito che stavo raccontando i ruoli del capo e del sottoposto, esposto alle intemperie. Se il capo si diverte a parlare con calma del più e del meno, mentre l’altro si prende tutta la pioggia, insinuo un rapporto minaccioso di potere di uno sull’altro.

 

Il disegno può essere un veicolo molto potente e immediato. Chiunque apra un libro a fumetti viene investito da un’impressione, un flash. E’ il linguaggio visivo, baby! Penetrare una pagina solo scritta richiede di leggere. Altra disciplina. Altro campo da gioco.

 

Esistono due tipi di disegno. Uno di forme e uno di situazioni. Il disegno di forme è bello in sé, ma serve poco a fare i fumetti. Quello di situazioni aiuta lo scorrere naturale dei fotogrammi.

 

Quando mi metto a scrivere non devo avere limitazioni, tutto il lavoro predispone la mia mente a cogliere quello che cerco. Se scrivo non ascolto film o radio, devo rimanere concentrato per sentire la mia voce interiore. Se disegno invece il cervello si distende e posso distrarlo. Musica o radio, film ascoltati o audio-libri. Quel che voglio.
Occorre anche lasciarsi andare quando si disegna, per evitare rigidezze o schematismi. Ma serve sempre molto comprendere una dinamica doppia. Una fase in cui ci si lascia andare e una in cui si serve il racconto. Man mano. con molte ore al tavolo da disegno, queste due fasi potranno coincidere. Sino a quel momento, occorre disciplinarsi e saper rinunciare alle cose che inceppano inutilmente il racconto. O non lo servono con precisione.

 

Ogni storia, dicevo, ha una sua forma ideale. Ci sono quelle ruvide, quelle delicate, quelle affettuose, se così si può dire. Il mio lavoro spesso è quello di cercare di capire che cosa ho per le mani.

Cucinare non è diverso da scrivere, su tratta di combinare diversi elementi per renderli non solo commestibili, ma anche gradevoli. A volte certi sapori forti ci sembrano sgradevoli, ma poi si comprendono. Il gusto è un muscolo, come la sensibilità. Molte cose che da bimbo non mi piacevano poi le ho adorate.

 

Credits: Igort

Credits: Igort (clicca per ingrandire)

Quando mi è capitato di registrare delle testimonianze (nei miei volumi Quaderni russi e Quaderni ucraini, per esempio) avevo un testo. Non era farina del mio sacco, non era la fantasia che me le forniva, erano registrazioni di persone che incontravo per la strada. Persone che avevano avuto, spesso, una vita difficile, delle esperienze terribili. Se lavori con delle basi del genere occorre saper tracciare una sceneggiatura. Perché questa è ritmo, per dirne una.

Quello che avevo imparato in anni di sceneggiature “di fantasia” mi è servito tutto, per sentire, capire, stendere una strategia di racconto.
Sentire significava provare emozione ma anche avere la distanza sufficiente per cercare di restituirla.
Capire il ritmo del racconto, era la ginnastica, per decidere dove dovevo disegnare un’immagine e dove un’altra. Descrivere nei dettagli, spesso, uccide le emozioni, perché chi racconta ha idealmente davanti a sé qualcuno che lo leggerà, qualcuno che immaginerà.

 

Il disegno è duttile, può essere molto descrittivo, ma anche evocativo. E’ un linguaggio molto ricco di sfumature.
In questo caso per me fu chiaro da subito che non dovevo usare una tecnica realista. Imitare la fotografia avrebbe voluto dire depotenziare quelle storie, dovevo evitare, come la peste, di “illustrare” quel che mi veniva raccontato.
Illustrare significava uccidere la forza e la vitalità di quelle testimonianze. Il disegno doveva riproporre uno stato di racconto fluido nel quale le cose “avvenivano” nel cuore di chi legge e non venivano viste da qualcun altro a noi estraneo.

 

Per questo serviva una tecnica nuda e possibilmente rigorosa. Occorreva mostrare l’orrore senza concessione, senza compiacimento. Serviva una sorta di “rigore sensibile”.
Non so se riesco a descrivere quello che cercai di mettere in pratica. Una scansione narrativa implacabile, come lo era il racconto che avevo sentito e un disegno sensibile e umano, a contrasto. Ecco credo che fosse questo quello che cercai di mettere in pratica.

 

Non è stato per nulla semplice. Avere una fonte è qualcosa che ti emoziona. Si tratta di capire se questo che sentiamo siamo in grado di restituirlo. Restituire le emozioni è il lavoro più difficile.
I cantanti imparano a “stare dietro”, a non esagerare con accenti espressivi o interpretativi. Spesso è molto emozionante qualcosa di apparentemente neutro.
Buster Keaton è molto tenero o divertente, si ha empatia con lui, che mantiene tuttavia un’espressione impassibile da pupazzo animato.

 

L’autore è colui che ha un’osservatorio sul mondo, diceva Kurt Vonnegut.
In effetti avere un punto di osservazione significa mostrare il mondo sotto certe tinte, da certe personali prospettive. Io da Vonnegut ho imparato molte cose sul disegno, da lui che era un pessimo disegnatore, ma un finissimo osservatore.

 

Le storie sono state raccontate dall’alba dei tempi, ma ognuno, a saperla trovare, ha la sua propria voce.

Ecco io direi che sta tutto qui, in una semplice frase. La propria voce, che non deve essere per forza quella di Frank Sinatra. C’è spazio per tutti. Mica Chester Gould, quello di Dick Tracy, disegnava come Breccia. Lui usava la clava a confronto, mentre Breccia i pennelli Windsor & Newton di martora serie 7 numero 2. Ma entrambi erano dei titani del racconto a quadretti. Avevano cose da dire, i loro occhi erano pieni di immagini da trasmettere, concatenare, tracciare sul foglio.

Ogni mattina si alzavano di buon ora e, come due bravi panettieri, organizzavano il loro racconto. Facevano lievitare e poi “hop”, infornavano per la delizia dei nostri palati.

Io ho divorato decine delle loro storie e li ho abbracciati idealmente tante di quelle volte, perché la gratitudine è la cosa che scatta quando sentiamo che chi ha scritto e disegnato per noi, lo ha fatto con tutto l’amore e la dedizione che questo genere di attività richiede.

Ma prima di arrivare a quello stato di “precisione” che provoca in noi la gratitudine occorre fare pratica. Scaricare decine e decine di sacchi ideali di farina. Imparare ad accendere il fuoco nel forno e via dicendo.
Niente di drammatico. Basta tenere il sedere incollato alla sedia, di fronte al tavolo da lavoro.
Un passatempo piacevolissimo che ci racconta qualcosa di noi stessi.

 

Bene. Buon lavoro. That’s all folks.

 

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Rubrica: Ipsi dixerunt

  • Scritto da:

  • Igort
  • Igort lavora dalla fine degli anni Settanta e pubblica i suoi racconti, fumetti, saggi, riflessioni in diversi paesi. Ha fondato case editrici, riviste, gruppi musicali. Ama la radio e ha scritto e condotto qualche trasmissione. Alcuni suoi libri presto diventeranno dei film. Viaggia continuamente e da questi viaggi sono sorti, negli ultimi anni, nuovi racconti, nuovi libri. Ha appena finito di registrare un nuovo disco. Crede di essere un tarantolato artistico, e la pace non sa cosa sia.


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