Il periodo

Il periodo Illustrazione di Luca Zarantonello

«Una cosa però è certa, ed è che io scrivo prosa e non versicoli per i quali nell’insieme non nutro una considerazione troppo grande…Certo io sento dire che il metro e la rima danno una forma più nobile. Ma vorrei sapere perché il saltellare su tre o quattro piedi giambici dovrebbe rappresentare una forma più nobile rispetto ad una prosa ben costrutto, con i suoi legami ritmici molto più fini e segreti» (Thomas Mann, L’eletto).

Abbiamo già parlato della musicalità riguardo la frase, adesso ci viene richiesto un impegno ritmico più importante: il periodo.

Come articoliamo il tessuto discorsivo del nostro romanzo?  Vogliamo uno stile veloce, affine al parlato, puntando sulla brevità delle proposizioni? Scegliamo la paratassi, strutturazione sintattica in cui le proposizioni nel periodo vengono coordinate, hanno cioè lo stesso grado di importanza. Dal greco parà, che significa vicino.

«Il tempo sembra passare. Il mondo accade, gli attimi si svolgono, e tu ti fermi a guardare un ragno attaccato alla ragnatela. C’è una luce nitida, un senso di cose delineate con precisione, strisce di lucentezza liquida sulla baia» (Don De Lillo, Body Art).

o ancora:

«Nei parlamenti parlavano uomini superficiali. Ministri erano in balia dei loro funzionari, e ne erano prigionieri. Pubblici ministeri facevano le esercitazioni nelle truppe d’assalto. I giudici scioglievano le riunioni. Oratori nazionalisti vendevano di casa in casa le loro frasi tonanti. Ebrei scaltri predicavano l’omicidio. I sacerdoti brandivano randelli. I cattolici venivano sospettati. I partiti perdevano i loro aderenti. Le lingue straniere erano odiate» (Joseph Roth, La tela di ragno).

Roth coniuga la paratassi con l’effetto di accumulo tipico della enumerazione; perché dovremmo scegliere di usare la paratassi? Perché l’effetto, provate a rileggere Roth, è martellante e si crea un ritmo concitato, che aumenta la tensione.

È chiaro che non si tratta di sposare tout court la paratassi o l’ipotassi, ma di capirne la loro funzione emotiva, in modo da poterle dosare e utilizzare entrambe. Ciò non toglie che ci sono autori prevalentemente paratattici e altri decisamente ipotattici. Un esempio di questi ultimi? Al primo posto, incontrastato, Marcel Proust, del quale ricordavamo  il periodo di 44 righe. Ma anche il nostro Manzoni, Tolstoj o Flaubert.

«Difatti ogni volta che vi furono conquistatori vi furono guerre, risponde la ragione umana, ma questo non prova che i conquistatori siano la causa delle guerre, e che si possano trovare le leggi della guerra nell’attività speciale di un individuo. Ogni volta che guardo il mio orologio, quando la lancetta si approssima alla cifra X, odo dalla chiesa vicina cominciare a suonare le campane, ma dal fatto che lo scampanio comincia ogni volta che la lancetta segna X non ho il diritto di concludere che la posizione della lancetta è causa del movimento delle campane» (Lev Tolstoj, Guerra e pace).

Mentre nella paratassi, utilizziamo relazioni di coordinazione (e..anche…o..), nell’ipotassi usiamo relazioni di subordinazione (perché…poiché…quindi…quando….ecc). Lo stile ipotattico, tipico di un linguaggio classico o comunque “alto”, si avvale di una prosa molto articolata, ricca di elementi descrittivi, di aggettivi e avverbi e, per i più esperti, può anche prevedere l’inversione dell’ordine delle frasi, per mettere in risalto un concetto:

«Domati dalla fame, non gareggiando con gli altri che di preghiere, spauriti, incantati, si trascinavano per le strade….» (Alessandro Manzoni, I promessi sposi).

Manzoni antepone la frase domati dalla fame a quella principale, per puntare, secondo una tecnica differente da quella paratittica, all’emotività. L’ipotassi (dal greco hypò, sotto) prevede una frase principale e altre subordinate o per motivi logico o temporali: «Dopo aver ricevuto la telefonata, in cui Giorgio mi chiese di raggiungerlo, sono uscita da casa» che suona diversamente da: «Squilla il telefono. È Giorgio. Mi dice di raggiungerlo e io esco da casa».

Nel primo caso stiamo facendo un sommario, che ci sta accompagnando probabilmente ad una scena. Nel secondo, stiamo già facendo una scena, in presa diretta.

Sgomberiamo il campo da un equivoco: l’ipotassi è uno una tecnica elaborata, colta, la paratassi è una tecnica semplice, elementare. Raggiungere l’essenzialità della paratassi esige un lavoro meticoloso di chiarificazione. Come per la scelta lessicale, anche per quella del periodo, stiamo sempre a non approdare all’antilingua, di calviniana memoria:

«Il sottoscritto essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali dello scantinato per eseguire l’avviamento dell’impianto termico, dichiara d’essere casualmente incorso nel ritrovamento di un quantitativo di prodotti vinicoli, situati in posizione retrostante al recipiente adibito al contenimento del combustibile, e di aver effettuato l’asportazione di uno dei detti articoli nell’intento di consumarlo durante il pasto pomeridiano, non essendo a conoscenza dell’avvenuta effrazione dell’esercizio soprastante».

Calvino, in nuoto articolo apparso su Il Giorno , nel 1965, poneva l’acento sulla burocratizzazione della lingua, sulla sua distanza dalla vita, dalle emozioni.

«Perciò dove trionfa l’antilingua – l’italiano di chi non sa dire “ho fatto” ma deve dire “ho effettuato” – la lingua viene uccisa».

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Rubrica: Breve corso di romanzologia, Top post

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  • Mi occupo di estetica, scrittura e filosofia del linguaggio. Ho pubblicato testi su Wittgenstein, sull’estetica di Croce, sulla fisica quantistica e tradotto testi di Hegel e Schrödinger. Amo Bach e Proust, scrivere e suonare il pianoforte. Collaboro con la rivista «Complessità» e insegno filosofia nei licei.


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1 Comment

  1. Articolo utile per capire come strutturare l’emotività di una scena.

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  1. Il periodo | orlando furioso - [...] Se credte che gli ipo-tassi siano così,forse è meglio andare a leggere scrivo.me [...]
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