Lo spazio in letteratura

Lo spazio in letteratura

E vi par di toccarla colle mani – come dalla terra grassa che fumi, là, dappertutto, torno alle montagne che la chiudono, da Agnone al Mongibello incappucciato di neve – stagnante nella pianura, a guisa dell’afa pesante di luglio. Vi nasce e vi muore il sole di brace, e la luna smorta, e la Puddara, che sembra navigare in un mare che svapori, e gli uccelli e le margherite bianche della primavera, e l’estate arsa, e vi passano in lunghe file nere le anitre nel nuvolo dell’autunno, e il fiume che luccica quasi fosse di metallo, fra le rive larghe e abbandonate, bianche, slabbrate, sparse di ciottoli; e in fondo il lago di Lentini, come uno stagno, colle sponde piatte, senza una barca, senza un albero sulla riva, liscio ed immobile» (G. Verga, Malaria).

Siete in grado di fare “toccare con le mani” ai vostri lettori il luogo in cui si ambienta il vostro romanzo, lo spazio in cui agiscono i personaggi?

Riflettere sullo spazio significa:

  • Chiederci dove vogliamo ambientare la nostra storia (città, campagna, spazi aperti, spazi chiusi, spazi immaginari ecc…).
  • Capire se lo spazio è solo il contesto in cui si svolge la storia o se è uno dei protagonisti della storia.
  • Valore geografico o simbolico dello spazio?
  • Movimenti nello spazio.

Vi sono autori che ambientano preferibilmente le loro opere in spazi chiusi (Dostoevskji, Kafka), altri che riescono alla perfezione a fare una topografia di luoghi inventati, basti pensare alla cartina anteposta a Il signore degli anelli, altri ancora che negli spazi aperti, con il respiro dei boschi o con il gorgoglio dei ruscelli riescono a donare poesia alle riflessioni dei loro personaggi (Pellegrinaggio d’autunno e Vagabondaggio di Hermann Hesse sono i primi esempi che mi vengono in mente). C’è chi, pure, è riuscito a descrivere con dovizia di particolari luoghi che non ha mai visitato, Emilio Salgari docet. Se, invece, volete un’ambientazione metropolitana, non avete che da leggere Sara Pagnini, che ha raccontato nella  rubrica CityTelling il fascino di Roma, Milano, Palermo, Buenos Aires o New York tanto come sfondi dei romanzi, quanto come veri e propri protagonisti delle storie.

Cosa vuol dire che lo spazio non è il contesto, ma il protagonista della storia? Due indicazioni solamente: Le città invisibili di Italo Calvino, ma soprattutto questo luogo enigmatico e incantato (uno di quelli da cui non si esce mai):

L’universo (che altri chiama la Biblioteca) si compone d’un numero indefinito, e forse infinito, di gallerie esagonali, con vasti pozzi di ventilazione nel mezzo, bordati di basse ringhiere. Da qualsiasi esagono si vedono i piani superiori e inferiori, interminabilmente. La distribuzione degli oggetti nelle gallerie è invariabile. Venticinque vasti scaffali, in ragione di cinque per lato, coprono tutti i lati meno uno; la loro altezza, che è quella stessa di ciascun piano, non supera di molto quella d’una biblioteca normale» (J.L.Borges, La biblioteca di Babele).

La precisione con cui Borges descrive questo luogo sarebbe assai pedante se la biblioteca dovesse essere solo uno spazio fisico. Ma la numerologia, la descrizione degli esagoni, rendono subito chiaro che ci troviamo in un uso simbolico dello spazio. Come simbolica, o meglio “incantata” è la montagna di cui ci parla Thomas Mann. Non a caso, il romanzo non si chiama Hans Castorp, ma si chiama proprio La montagna incantata, perché quel luogo è antagonista alla pianura: in quest’ultima si snoda il divenire, l’alternarsi delle abitudini, nella montagna si dissolve il tempo e una passeggiata sulla neve, diventa un’esperienza quasi mistica:

Ecco, quel mondo che, nel suo abissale silenzio, non aveva nulla di ospitale, accoglieva il visitatore a suo rischio e pericolo, anzi non lo accoglieva, non lo accettava, ma tollerava il suo arrivo, la sua presenza, senza nessuna sicurezza, senza alcuna garanzia, emanando sensazioni di una quieta elementarità minacciosa, non tanto di ostilità, quanto piuttosto di una indifferenza mortale

Vi è anche una dimensione sociologica dello spazio, basti pensare alla descrizione che Balzac e Dickens fanno, rispettivamente di Parigi e Londra, nello loro differenti stratificazioni. Nei romanzi di Dickens il ricco West End è diviso da una frontiera invisibile dall’East End, città della malavita (per chi volesse una riproposizione moderna di questo uso sociologico dello spazio, invito a leggere Michel Faber, Il petalo cremisi e il bianco).

Arriviamo, poi, ai movimenti nello spazio: l’essere cammino, direbbe Kerouac; nelle fiabe, la peripezia dei personaggi si svolge da uno spazio interno (casa o villaggio) a uno spazio esterno (estraneo e quasi sempre ostile). Il protagonista è colui che oltrepassa questa frontiera, oltre la quale c’è quasi sempre il bosco, e va nello spazio esterno, dove risiede l’antagonista. Non solo fiabe, questa struttura potrebbe benissimo essere applicata a I promessi sposi e a I malavoglia, fino ad arrivare a un luogo in cui tanti partono, mentre una resta saldamente legata ad una casa, per Cent’anni di solitudine.

Eh si, perché alcuni scrittori hanno inventato dei luoghi, in cui noi ci muoviamo con molta disinvoltura: Macondo è un luogo in cui passeggiano moltissimi lettori, e se vi trovate a viaggiare in macchina in Sicilia, vi sorprenderete nello scoprire che nel cartello che segnala l’arrivo nella città di Porto Empedocle, sotto la scritta del nome del paese, fra parentesi, c’è la scritta VIGATA.

Non demordete, quindi: la vostra isola che non c’è potrebbe anche materializzarsi.

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Rubrica: Breve corso di romanzologia, Top post

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  • Mi occupo di estetica, scrittura e filosofia del linguaggio. Ho pubblicato testi su Wittgenstein, sull’estetica di Croce, sulla fisica quantistica e tradotto testi di Hegel e Schrödinger. Amo Bach e Proust, scrivere e suonare il pianoforte. Collaboro con la rivista «Complessità» e insegno filosofia nei licei.


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