La frase

La frase

Quando scriviamo, scriviamo frasi. Banale, no? Ma il lavoro sulla frase è il lavoro sul ritmo della nostra scrittura. La frase è un insieme di parole disposte intorno a un verbo di senso compiuto e autonomo. Abbiamo una

  • frase semplice (proposizione) se è formata da un unico verbo: «La sventurata rispose», «Chiamatemi Ismaele»;
  • frase complessa (periodo) se è formata da più proposizioni, su uno o più livelli (ci occuperemo in una prossima lezione di ipotassi e paratassi): «Mi sentivo così maledettamente felice che per poco non mi misi a urlare, se proprio volete saperlo» (J. D. Salinger, Il giovane Holden).

Quanto semplici o quanto complesse vogliamo rendere le nostre frasi? La musicalità di una frase non è un problema da lasciare ai poeti: la ricerca del “mot juste” diceva Flaubert è un dovere dello scrittore. La parola giusta è dislocata nel luogo giusto, la giusta punteggiatura, il respiro della frase. Chi ce lo dice quando la troviamo? In Lettere a un aspirante romanziere, Mario Vargas Llosa racconta che a Flaubert «Glielo diceva l’orecchio: la parola era “giusta” quando suonava bene. Quel perfetto adeguamento tra forma e materia – tra parola e idea – si traduceva in armonia musicale. Perciò Flaubert sottoponeva tutte le sue frasi alla prova de “la guelade” (lo schiamazzo o vocìo). Se ne andava a leggere ad alta voce quello che aveva scritto, in un viale alberato di tigli che esiste ancora vicino alla sua casa di Croisset: “la allée des gueulades”. Lì leggeva a perdifiato quello che aveva scritto e l’orecchio gli diceva se aveva colto nel segno o se doveva continuare a cercare vocaboli e frasi fino a raggiungere la perfezione artistica, che perseguì con ostinata tenacia fino a raggiungerla». Rileggiamo sempre ad alta voce quello che abbiamo scritto, ricerchiamo le pause, ascoltiamo la “musica” che stiamo donando al nostro lettore.

Le frasi brevi creano un ritmo rapido e spezzato: «Non cercai di andare a letto con Bobby. Assomigliava troppo a una vittima d’incidente da fumetto. Avrebbe potuto avere stelle e pianeti sfavillanti intorno al capo» (M. Cunningham, Una casa alla fine de mondo).

Proviamo a trasformare: «Non cercai di andare a letto con Bobby, perché assomigliava troppo a una vittima d’incidente da fumetto: avrebbe, infatti, potuto avere stelle e pianeti sfavillanti intorno al capo».

Le frasi lunghe rallentano la lettura e rilassano il lettore, gli dicono di “mettersi comodo” fra le nostre pagine: «L’uomo non vive soltanto la sua vita personale come individuo, ma – cosciente o incosciente – anche quella della sua epoca e dei suoi contemporanei, e qualora dovesse considerare dati in modo assoluto e ovvio i fondamenti generali e obiettivi della sua esistenza ed essere altrettanto lontano dall’idea di volerli criticare quanto lo era in realtà il buon Castorp, è pur sempre possibile che senta vagamente compromesso dai loro difetti il proprio benessere morale» (T. Mann, La montagna incantata).

L’abuso delle une o delle altre, ovviamente, farà del nostro testo un fattore ansiogeno o un sonnifero naturale. Anche la famosa regola delle cinque parole, diventa ridicola se seguita pedissequamente:

«Cinque parole formano una frase. Una frase che esprima qualcosa. Una frase che esprima pensieri. Scrivere è questione di ritmo. In questo caso ritmo piatto. Forse davvero troppo troppo piatto. Cinque parole non sono male. Cinque parole ripetute sono noiose. Non permettono di cambiare ritmo. Sempre lo stesso unico solco. A voce alta è peggio» (G. Provost, 100 ways to improve your writing).

Provost conclude: «So write with a combination of short, medium, and long sentences. Create a sound that pleases the reader’s ear. Don’t just write words. Write music». (“Scrivi con una combinazione di frasi corte, medie e lunghe. Crea un suono piacevole per l’orecchio del lettore. Non scrivere parole. Scrivi musica”)

Scriviamo musica, non parole, quindi.

In una lettera a Vita Sackville West, Virginia Woolf scriveva: «Ora, è una cosa molto intensa, questa del ritmo, e va molto più in profondità delle parole. Uno spettacolo, un’emozione, creano quest’onda nella mente, molto prima delle parole giuste per esprimerla; e nella scrittura (così credo adesso) bisogna ricatturarla e farla operare (il che non ha niente a che fare con le parole, ovviamente) e poi, mentre si infrange e precipita nella mente, crea le parole giuste». 

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Rubrica: Breve corso di romanzologia, Top post

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  • Mi occupo di estetica, scrittura e filosofia del linguaggio. Ho pubblicato testi su Wittgenstein, sull’estetica di Croce, sulla fisica quantistica e tradotto testi di Hegel e Schrödinger. Amo Bach e Proust, scrivere e suonare il pianoforte. Collaboro con la rivista «Complessità» e insegno filosofia nei licei.


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  1. La frase | orlando furioso - [...] Qui si parla anche di Flaubert che leggeva a perdifiato le proprie pagine, in un viale alberato di tigli. ...
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