Intervista a Daša Drndić

Intervista a Daša Drndić Illustrazione: Gaia Nasi

 Dasa DrndicDaša Drndić è l’autrice di uno dei romanzi più potenti usciti in questo principio di 2015, Trieste, edito da Bompiani. In occasione della sua venuta in Italia per la giornata della memoria (sarà oggi a Trieste con Mauro Covacich e domani a Roma con Luciana Castellina e Paolo Di Paolo) siamo riusciti a fare due chiacchiere con lei, nel suo ottimo inglese.

Daša Drndić ha scritto una trentina di sceneggiati radiofonici, pubblicato prose e poesie e romanzi tradotti in inglese, francese, polacco, sloveno, tedesco, slovacco.
Intervista e traduzione di Sara Pagnini

Trieste ha uno stile peculiare che utilizza diversi dispositivi narrativi e mescola saggiamente storia e finzione: perché ha reputato che questo fosse un modo adeguato per affrontare un argomento come l’Olocausto?

Lo stile del libro non ha molto a che fare con il suo argomento. È il mio stile. Ha a che fare con come io intendo la letteratura. Con come io vedo la vita trasposta nella letteratura, forse anche viceversa. Una narrativa lineare, una “storia” compatta, con un inizio, uno sviluppo, un culmine e, alla fine, con una chiusura ben architettata, una favola insomma, sembra non solo qualcosa di datato, ma come un miraggio che offre una facile scappatoia, una fuga dalle repressioni e dalle ansie dei tempi moderni. In breve – come una bugia.

Le nostre vite non sono storie ben impacchettate, non importa quanto scorrano in maniera turbolenta o quieta. C’è un altro lato delle nostre vite con cui molto spesso non siamo pronti a fare i conti. La vita, per come la vedo io, e non solo io, è come un mosaico fatto di piccole parti, frammenti, che si cuciono su di essa. Dove vedi le cuciture, lì si trovano le ferite, alcune curate, altre no. Se o quando le cuciture si allargano si crea confusione. Come direbbe Yeats: “il centro non tiene”. Ma, di nuovo, questo non è un libro solo sull’Olocausto.

Come le è venuta l’idea di un romanzo così particolare? Qual è la sua genesi?

Trovi che sia particolare? Questo significa accettabile o non accettabile, buono o cattivo? L’idea non è per niente nuova, quest’idea di giocare con la forma. Quindi, forse dovremmo parlare di struttura e forma in letteratura in qualche altra occasione. Comunque ho già spiegato com’è nato il tema in altre interviste ma lo racconto di nuovo. Circa dieci anni fa trovai sul web una storia patetica, melodrammatica e piena di autocommiserazione scritto da un membro di una famiglia ebrea che viveva in Italia. Questo pamphlet cercava di dipingere il periodo nero attraverso il quale la famiglia era passata durante la seconda guerra mondiale. I membri di tale famiglia si erano convertiti al cattolicesimo e alcuni di essi si erano volontariamente uniti al partito fascista – o, detta semplicemente, collaborarono con il regime fascista, e dopo il 1943 con alcune parti dell’amministrazione nazista. Di conseguenza questa famiglia non aveva davvero provato gli orrori della guerra sulla propria pelle, come si direbbe, non in maniera particolarmente drammatica. Aveva trovato un modo per salvarsi.

Sfortunatamente questa”piccola storia personale” ne ha fatto scattare un’altra, a mio avviso, molto più grande: quella degli “spettatori”, della maggioranza silenziosa, e mi ha ricordato la storiella delle tre scimmie sagge. Ero arrabbiata. Ero arrabbiata specialmente perché in questo pamphlet trovato sulla rete non c’era alcun riferimento a ciò che stava accadendo alle vittime reali del fascismo e del nazismo, ai vicini e agli amici di questa famiglia, gente che stava passando sotto le loro finestre nei vagoni da bestiame verso i campi di concentramento, o che veniva imprigiona a San Sabba. Non solo non c’era quasi alcuna compassione per l’altro, non c’era nemmeno coscienza dell’altro. Dunque ho cominciato a costruire la mia storia.

Il suo romanzo è particolarmente rilevante per i lettori italiani: mostra le responsabilità delle autorità italiane in relazione alla deportazione di molti ebrei. Pensa che il suo romanzo possa contribuire a gettare nuova luce su questo terribile periodo della storia italiana, soprattutto ora che il revisionismo storico va così di moda?

In generale la letteratura non riesce a cambiare quasi nulla nella Storia o nella nostra percezione di essa. Ci sono mezzi più sofisticati (e spesso pericolosi) per fare ciò. La letteratura può forse “scuotere” un lettore o due. Ed è già qualcosa, no? Gettare nuova luce su qualsiasi parte della storia di una qualsiasi nazione è in primo luogo responsabilità dei governi di quelle nazioni, dunque se il governo italiano ha delle responsabilità per il silenzio o le ambiguità intorno a certi argomenti, sta ad esso muoversi, cercando di formarsi prima una visione e un programma. I governi hanno il potere e i mezzi per operare cambiamenti. Altrimenti l’opposizione o gli auto-proclamatisi “protettori” della società provano a prenderne il posto, e talvolta ciò comporta un miglioramento (anche se ci vuole molto tempo); talvolta, più spesso, un peggioramento. Ed è allora che hai il revisionismo. E l’estremismo di destra. E il neo-fascismo.

Lei è stata paragonata a un grande scrittore come Sebald. Chi sono gli scrittori o i libri che l’hanno influenzata di più?

A dire il vero, non vedo una connessione così stretta tra Sebald e me. Tranne forse per il fatto che entrambi usiamo le fotografie e lavoriamo con la memoria del passato, ma la memoria e il passato sono di solito l’argomento della letteratura, no? E le fotografie nella fiction non sono nulla di nuovo. Le persone amano fare paragoni, rende loro le cose più facili.

Non so che mi abbia influenzato. Ho una mia melodia e la seguo. A volte, nella forma scritta suona bene, a volte no. Se succede che quella melodia coincida con la melodia (nel senso più ampio della parola) di qualche altro scrittore, ok. Dopo tutto, molti di noi sopportano il peso di simili ansie e frustrazioni. Nella letteratura, conta in primo luogo come diciamo quello che vogliamo dire, non ciò di cui parliamo. Ci sono scrittori a cui ritorno, scrittori che credo mi abbiano aiutata a parlare e pensare. E di questi ce n’è un bel numero, dai tempi antichi ai moderni. La lista è troppo lunga per elaborarla qui… ok ci provo: Kafka, Bernhard, Montaigne, Beckett, Proust.

Lei è una scrittrice, ma è anche un insegnante e un editor. Questo ha influenzato i suoi processi e le sue abitudini di scrittura?

Fortunatamente non insegno più. Non mi è mai piaciuto insegnare, è come predicare. Non mi piace l’ambiente accademico – e qui ho in mente il mondo delle scienze umane, non delle scienze esatte che sono tutta un’altra storia. In generale il mondo accademico e restrittivo, autoritario e datato, assolutamente non democratico, e ha bisogno di cambiamenti urgenti. Ho cominciato a insegnare avendo passato da un pezzo i quarant’anni, quando sono emigrata da Belgrado, avendo vissuto lì per 38 anni. Era un buon modo per mantenersi. Prima avevo lavorato in una radio scrivendo sceneggiati, era bello, dinamico e creativo. L’insegnamento, per tornare a questo argomento soffocante, asfissiante, non solo non ispira la creatività artistica, con il suo linguaggio e le sue regole calcificate, ma la uccide.

Che consiglio darebbe a un giovane con la passione per la scrittura?

Leggere, leggere e leggere.

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Rubrica: Interviste sulla scrittura, Top post

  • Scritto da:

  • Sara Pagnini
  • Traduttrice, redattrice, editor. Ama prendersi cura di due cose: i testi degli altri e i suoi 7 gatti e 2 cani. Ha tradotto poesia e narrativa latinoamericane per passione e testi tecnici e scientifici per lavoro, e sogna di tradurre il nuovo grande scrittore di lingua ebraica; nel frattempo, collabora con PubblicarSÌ.com. Se serve, ha anche un sito che si chiama come lei.


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