In che tempo verbale scrivete?

In che tempo verbale scrivete?

In che tempo scrivete la vostra storia? Scelta non facile, che ha bisogno di una scelta accurata. La raccontate al presente o al passato? E se scegliete il passato, quale passato?

C’era una volta…..il nostro cammino di lettori è cominciato sotto il segno dell’imperfetto: l’imperfetto è il tempo delle favole, perché situa il racconto in un passato senza contorni precisi. Per questa sua imprecisione, esso è anche il tempo in cui si raccontano i sogni o gli incubi. Gerard de Nerval, che ne ha fatto sapiente uso nei suoi racconti, lo definisce un tempo «ossessionante come i ricordi». Ecco l’incipit del suo Sylvie:

«Uscivo da un teatro, dove ogni sera mi esibivo al palco di proscenio in gran tenuta di primo amoroso. Talora tutto era pieno, talora tutto era vuoto»

La storia di Nerval gioca sapientemente sull’indeterminatezza temporale, sulla donna sognata, quella vissuta e quella ricordata, creando quello che Eco (nelle vesti di traduttore del racconto) ha definito “effetto nebbia”.

L’imperfetto è un tempo durativo e iterativo. Usiamo l’imperfetto per 

  • raccontare ciò che è avvenuto molte volte: «Erano le otto del mattino, ora in cui per solito gli ufficiali, gl’impiegati e i forestieri di passaggio, dopo una calda, soffocante nottata, prendevano il bagno a mare, e poi si recavano al chiosco a prendere il caffè o il tè» (A. Cechov, Il duello).
  • descrivere stati fisici o psicologici: «Dombey era piuttosto calvo, piuttosto rosso, e pur essendo in tutto e per tutto un bell’uomo aveva un atteggiamento troppo rigido e pieno di sé per riuscire attraente» (C. Dickens, Dombey e figlio)
  • esprimere simultaneità rispetto ad un avvenimento del passato:  «Mancava poco alle otto del mattino allorché il consigliere titolare Jakòv Petrovic Goljadkin si svegliò da un lungo sonno» (F. Dostoevskij, Il sosia).

In sintesi, l’imperfetto esprime una condizione, il passato prossimo o remoto un’azione. L’imperfetto è iterativo, il passato remoto singolativo. Al pari del presente, il passato remoto, mostra al lettore l’azione, non la racconta.

«Seduto sul divano, guardò la spuma dei frangenti catturare il chiarore della luna, e ascoltò quel che aveva da dirgli l’acqua scura dell’oceano». (G. Eugenides, La trama del matrimonio).

Sebbene l’azione sia avvenuta nel passato, noi vediamo Leonard seduto sul divano, aspettiamo di sapere cosa gli accadrà. I passati perfetti sono da utilizzare nelle sequenze narrative (l’imperfetto in quelle descrittive) ed è bene tenere a mente la loro progressiva distanza dal presente:

- Passato prossimo / Passato remoto / Trapassato prossimo / Trapassato remoto

Riuscire ad accordare i diversi passati (ricordate la tanto odiata consecutio temporum del liceo?) crea prospettiva, sfondi e figure:

«La Nellie, un’imbarcazione da crociera, girò sull’ancora senza il più lieve fileggiare delle vele, e fu ferma. La marea s’era alzata, il vento quasi cessato e, poiché si scendeva il fiume, non rimaneva che stare alla fonda e attendere il riflusso. Il tratto del Tamigi che sfocia in mare si estendeva dinanzi a noi come l’imboccatura d’una interminabile via d’acqua. Al largo, mare e cielo si saldavano senza una giuntura, e nello spazio luminoso le vele conciate delle chiatte che risalivano sull’onda della marea, sembravano ferme; rossi grappoli di tela dalle punte aguzze e pennoni verniciati che luccicavano» (J. Conrad, Cuore di tenebra).

Nella combinazione di più passati, solitamente l’imperfetto e il trapassato prossimo servono a costruire lo sfondo o il punto di vista del narratore, su cui andranno poi sistemate le scene, narrate con il passato o il trapassato remoto. E se scegliessimo di scrivere al presente? Di certo coinvolgeremmo il lettore con più facilità nelle nostre pagine, lo faremmo sprofondare nel vivo dell’azione, con una tecnica di presa diretta.

«Mi tiro su i pantaloni e torno da mia madre. Attraverso il corridoio, supero la lavanderia e di lì passo in sala da pranzo. Mi chiudo la porta alle spalle, smorzando il rumore delle scarpe di Toph che rotolano dentro l’asciugatrice» (D. Eggers, L’opera struggente di un formidabile genio).

Il narratore non è fuori dalla scena, non sa come va a finire, la sta vivendo e dona al lettore tutto il pathos dell’incertezza. Il problema potrebbe essere appiattire il racconto, non dare spessore ai personaggi, che sarebbero ritratti solo nelle loro azioni. Leggiamo quali sapori differenti hanno i tre tempi verbali analizzati:

Imperfetto: «Era inevitabile: l’odore delle mandorle amare gli ricordava sempre il destino degli amori contrastati». (G. Garcìa Marquez, L’amore ai tempi del colera).

Passato remoto: «Loro tolsero la bandiera e colpirono la palla. Poi rimisero a posto la bandiera e raggiunsero la piazzuola, e prima tirò uno e poi l’altro. Poi ripresero a camminare e io li seguii lungo lo steccato» (W. Faulkner, L’urlo e il furore).

Presente: «Non leggo granché, ci ho mica il tempo. Già persi troppi anni tra prigione e fregnacce. Ma son lì che insistono, scongiurano, tormentano» (L. F. Céline, L’invasato in provetta).

Ciò deve farci capire che la scelta del tempo verbale non può essere slegata dal tipo di storia che vogliamo raccontare, dal tempo della sua fabula e dallo stile della nostra scrittura.

Parole chiave: #, #, #, #, #, #, #

Rubrica: Breve corso di romanzologia, Top post

  • Scritto da:

  • Mi occupo di estetica, scrittura e filosofia del linguaggio. Ho pubblicato testi su Wittgenstein, sull’estetica di Croce, sulla fisica quantistica e tradotto testi di Hegel e Schrödinger. Amo Bach e Proust, scrivere e suonare il pianoforte. Collaboro con la rivista «Complessità» e insegno filosofia nei licei.


Commenta su Facebook

commenti

0 Comments

Trackbacks/Pingbacks

  1. In che tempo verbale scrivete? | orlando furioso - [...] Per cercare di cpairci qualcosa, date un’occhiata a scrivo.me [...]
Email
Print