Piuttosto che

Piuttosto che Illustrazione: Gaia Nasi

Lo so, in questo momento mi sento come se stessi cercando di difendere Erode. Infilo i cadaveri dei primogeniti in un sacco di plastica mentre urlo “Non è come sembra!”. Indifendibile. Sono fatto così e, quando guardo il gioco dei pacchi su Raiuno, tifo per il dottore. Insomma, non che il dottore dei pacchi e un infanticida plurimo siano la stessa cosa: per dire che sono un bastardo.

Sarà anche che, seppur fieramente napoletano, sono milanese d’adozione e perciò voglio provarmi nella difesa del piuttosto che, un’abitudine linguistica targata Brambilla-Fumagalli.

Non amo gli approcci grammaticali, quelli prescrittivi da omino sentenzioso. Preferisco l’approccio linguistico, quello descrittivo. Ma la legge è legge per un motivo (spesso) valido. La locuzione piuttosto che può avere solo un valore avversativo e mai disgiuntivo. Questo vuol dire che può essere utilizzata in una comparazione tra due o più elementi solo per contrapporli e non per proporre un’alternativa. Via all’esempio del paradosso di Erode:

Ucciderei i bambini di mille pianeti lontani piuttosto che comprarti dei fiori per vederti sorridere.

Erode vuol dire che non comprerebbe mai e poi mai dei fiori alla sua tipa? Oppure che farebbe o l’una o l’altra cosa per vederla sorridere? In fondo stiamo parlando pur sempre di un noto infanticida. No, fughiamo ogni dubbio: Erode odia più la sua tipa che i bambini dei mille pianeti lontani e usa solo una sarcastica iperbole. Il pericolo di ambiguità è altissimo. Viene così a mancare il fulcro del linguaggio, ovvero la comunicazione.

L’uso disgiuntivo e scorretto nasce tra gli anni ’80 e ’90 nell’Italia settentrionale ed è attribuibile ai parlanti di ceto medio-alto. Sono gli anni di tangentopoli, la fine della prima repubblica, gli anni della speranza che una nuova generazione politica proveniente dall’impresa avrebbe fatto il bene altrui come aveva fatto col proprio. Non solo tutti ricchi come negli anni ’50 ma anche tutti belli: ricchi e belli, belli e ricchi. Poi il nuovo millennio, i reality, tutti in tv, apparire e benestare. Un potere politico sempre più dominante, potente al punto da credersi invincibile, fare quel che vuole: tangenti (ancora e sempre), bunga bunga e stravizi, gioia ad ogni costo, carni vecchie gonfie di botox.

Il piuttosto che si diffonde attraverso la tv e la radio. Dj chiacchieroni e conduttori tv ne vomitano uno dopo l’altro in infinite enumerazioni di alternative possibili, nella nostra meravigliosa e sana vita da impero mediatico. Possiamo fare questo o l’altro: è indifferente. Il piuttosto che disgiuntivo non impone un’alternativa netta ma ne suggerisce una possibile con una gradazione di preferenza. Nasce accanto alla congiunzione disgiuntiva per eccellenza, la o, ma la soppianta:

  1.  Da grande farò la letterina o piuttosto mi iscriverò a medicina o piuttosto a giurisprudenza.
  2.  Da grande farò la letterina piuttosto che iscrivermi a medicina piuttosto che giurisprudenza.

Nel primo esempio, la o ci dice che l’ipotesi “iscriversi a medicina” è equivalente alla prima esposta (fare la letterina…cosa non grave in sé quanto doversi mostrare in tv con Gerry Scotti) e così alla terza (iscriversi a giurisprudenza). Il piuttosto aggiunge una sfumatura subordinante nella scala di valori che regola le tre alternative esposte: la ragazza pensa di fare la letterina, ma forse sarebbe meglio iscriversi a medicina o ancora meglio a giurisprudenza. In fondo tutto è possibile, il mondo è suo, ha tutte le qualità per emergere, per fare quel che le pare etc. etc.

Nasce così la forma del secondo esempio, con questa medesima sfumatura, un po’ generalista, un po’ snob, un po’ tutto e un po’ niente. In realtà le cose stanno diversamente: la grammatica italiana ci dice che da grande vuole fare la letterina, col cazzo che si iscriverà a medicina e men che meno a giurisprudenza.

Eppure non riesco a stare dalla parte di chi strepita (qui) contro il piuttosto che disgiuntivo o con quelli che addirittura ci scrivono canzoni (qui). È la voce di chi si è svegliato tardi per combattere una guerra ormai bella che finita. Cercano di massacrare i superstiti: molto nobile.

Quello che più mi infastidisce è il solito alterco da borgata tra nord e sud. Il sud porta un’immotivata guerriglia linguistica al nord: “Eccoli, vi abbiamo beccati! Facevate tanto i fighi, prendendo per il culo i terroni e invece così fighi non siete.” Diciamolo apertamente: non aspettavamo altro. Il nord minimizza, si schermisce, finge che il problema non esista (qui).

La vera domanda che dovremmo porci è: perché questo uso ha avuto tanta fortuna? Forse perché sfuma i confini delle possibilità? Non che sia propriamente un’innovazione, ma una piccola riscoperta. Non mi dispiace l’idea che tra le alternative possibili ci sia una scala di preferenze da esprimere. Per non rischiare di incappare in ambiguità, potremmo fare un passo indietro e inserire la congiunzione disgiuntiva o:

Da grande farò la letterina o piuttosto mi iscriverò a medicina o piuttosto a giurisprudenza.

Sto dicendo che la nostra giovane amica corre comunque il rischio di fare una pessima scelta di vita, in quanto sembra orientata a iscriversi a giurisprudenza, ma esiste ancora la remota possibilità che diventi un membro davvero utile della società e faccia la letterina. Pace.

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Rubrica: Pignolerie, Top post

  • Scritto da:

  • Arcangelo Auletta
  • Leva napoletana dell'86. Laurea in lettere, è (in-)esperto di letteratura americana e traduzione ma ha intrapreso una carriera nel web marketing. Strazia la chitarra da quando è stato divulgato il terzo segreto di Fatima. Un suo assolo di mandolino è stato inserito dalla rivista Rolling Stone nella top 35 "I migliori assoli di mandolino della storia". Crede nella vita dopo Maradona. Possiede una tazza ricordo del matrimonio di William e Kate.


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