L’indugio: dalla parte di Proust

L’indugio: dalla parte di Proust Illustrazione di Laura Re

Ricordate questo nome: Monsieur Humblot. Che vi sia di conforto dopo il rifiuto del vostro manoscritto. Ripetete: H U M B L O T, come un mantra. Monsieur Humblot, editor (oggi si direbbe così) dell’editore Ollendorf, sarebbe stato obliato se non fosse per la sua celebre lettera, in cui motivò la bocciatura di un manoscritto: Dalla parte di Swann.

«Sarò forse duro di comprendonio, ma non riesco a capacitarmi del fatto che un signore possa impiegare trenta pagine per descrivere come si giri e rigiri nel letto prima di prendere sonno».

Proust aveva già ricevuto un rifiuto dalla casa editrice Fasquelle, motivato da questa sprezzante sinossi da parte di un altro editor (Jaques Madeleine):

«Un uomo soffre d’insonnia. Si rigira nel letto, richiama alla mente le impressioni e le allucinazioni del dormiveglia, alcune delle quali hanno a che fare con la difficoltà ad addormentarsi quand’era ragazzo nella stanza della sua casa di campagna dei genitori a Combray. Diciassette pagine! Con una frase (alla fine di pagina 4 e pagina 5) che va avanti per quarantaquattro righe!».

Il povero Madeleine (strana ironia proprio il suo nome!) non sapeva che Marcel Proust avrebbe superato se stesso ne La prigioniera, con una frase ben più lunga (quella che descrive il salotto di casa Verdurin). Avendo incassato anche il rifiuto di Gide e Gallimard, Proust alla fine, optò per un self-publishing ante litteram, pagando pubblicazione e pubblicità presso l’editore Grasset.

Qual è il senso di questi “mostri sintattici ricchi di tensione”, come disse il grande Leo Spitzer occupandosi di Proust? Le risposte sono varie, ma per non indugiare anche noi, usiamo proprio quella parola tensione, che è il vero senso della tecnica dell’indugio, una sorta di moviola, che dilata il tempo di lettura, sospende le azioni, dona il respiro (lo avevamo visto la scorsa lezione) che lo scrittore vuole dare alla sua opera. Va da sé che non è consigliabile a noi comuni mortali adottare il respiro proustiano, che necessita un utilizzo sopraffino della sintassi, con proposizioni secondarie, incisi, che si moltiplicano fino a causare un senso di vertigine nel lettore. Proust, è bene ricordarlo, ha scelto un respiro lungo per un’opera di 3.734 pagine, come dire che ha scelto il passo del maratoneta. Il senso della frase proustiana, come sostenuto da Deleuze ne Marcel Proust e i segni, non è la descrizione ma l’immagine. Da Proust, quindi, possiamo imparare (con moderazione) l’uso dell’indugio per la creazione di immagini, ora reali, ora trasfigurate; la pausa nell’intreccio diventa la contemplazione di un oggetto, il ricordo di un momento, l’analisi particolareggiata di un’emozione. Diciamo al nostro lettore: fermati, avrai tempo per capire come va a finire, adesso siediti e guarda questo tramonto, assapora il profumo della pelle di una donna, gusta il sapore di un biscotto. La Kristeva considerava il tempo lentissimo della Recherche, il modo in cui lo scrittore ha permesso al lettore non di ascoltare il suo racconto, ma di vivere le sue stesse esperienze. Chi ha resistito a quelle dannate prime trenta pagine, chi è sopravvissuto ai periodi di quarantasette righe, alla fine non ha più tenuto un libro fra le mani, ma è stato inghiottito completamente da quel libro, che – com’è accaduto alla sottoscritta – non lo ha mai più liberato dal suo sortilegio.

Quindi, perché dire : «Un giorno d’inverno mia madre mi offrì una tazza di tè con i biscottini» quando si può dire questo:

«E subito, meccanicamente, oppresso dalla giornata uggiosa e dalla prospettiva di un triste domani, mi portai alle labbra un cucchiaino di tè dove avevo lasciato ammorbidire un pezzetto di madeleine. Ma, nello stesso istante in cui quel sorso frammisto alle briciole del dolce toccò il mio palato, trasalii, attento a qualcosa di straordinario che accadeva dentro di me. Un piacere delizioso mi aveva invaso, isolato, senza nozione della sua causa. Di colpo, m’aveva reso indifferenti le vicissitudini della vita, inoffensivi i suoi disastri, illusoria la sua brevità, allo stesso modo in cui agisce l’amore, colmandomi di un’essenza preziosa: […] ora, tutti i fiori del nostro giardino e quelli del parco di Swann, e le ninfee della Vivonne, e la brava gente del villaggio e le loro piccole case e la chiesa e tutta Combray e i suoi dintorni, tutto questo che sta prendendo forma e solidità, è emerso, città e giardini, dalla mia tazza di tè».

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Rubrica: Breve corso di romanzologia, Top post

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  • Mi occupo di estetica, scrittura e filosofia del linguaggio. Ho pubblicato testi su Wittgenstein, sull’estetica di Croce, sulla fisica quantistica e tradotto testi di Hegel e Schrödinger. Amo Bach e Proust, scrivere e suonare il pianoforte. Collaboro con la rivista «Complessità» e insegno filosofia nei licei.


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