Vienna

Vienna

La mattina mi mettevo presto in cammino per la Leopoldstadt, il centro e la Josephstadt lungo itinerari in apparenza privi di fine e di meta, nessuno dei quali – come con meraviglia constatai osservando in seguito la pianta della città – conduceva oltre una zona dai contorni nettamente delimitati e dalla forma a metà tra la falce di luna e la mezza luna, i cui estremi si trovavano l’uno nella Venediger Au, dietro il rondò del Prater, e l’altro dalle parti dei grandi ospedali di Alsergrund. Se si fossero ricalcate sulla cartina le strade da me percorse allora, l’impressione sarebbe stata che lì, su una superficie prestabilita, qualcuno avesse cercato sempre nuove traverse e nuove svolte per spingersi di continuo al limite estremo del proprio raziocinio, della propria immaginazione o volontà, prima di essere costretto a tornare sui suoi passi.

Foto di Osamu Kaneko

Foto di Osamu Kaneko

Così W. G. Sebald, nello splendido romanzo Vertigini, ci fa entrare nel suo peregrinare in una Vienna cartografica, presentandocene l’insolita delineazione attraverso un itinerario che rifugge ogni riferimento turistico o anche solo vagamente oleografico. Una descrizione lontanissima dallo sfarzo inconsapevolmente decadente della Vienna fin de siècle, ma non per questo meno suggestiva, e che invita a esplorare la città anche nei suoi angoli più nascosti in un perpetuo andirivieni, un continuo ritorno. E forse anche un invito a guardare indietro, verso il passato.

Un passato che, nel caso di Vienna, è assolutamente glorioso e stimolante. In quel periodo a cavallo tra ’800 e ’900, proprio quando si avvicinava la sua fine, la capitale dell’impero austro-ungarico ha raccolto intorno a sé l’eccellenza dello scibile umano. Dal padre della psicoanalisi Sigmund Freud ad artisti come Gustav Klimt, Egon Schiele e Fritz Wotruba. Dai fisici Ludwig Boltzmann e Erwin Schrödinger ai filosofi Ludwig Wittgenstein e Karl Popper. E poi compositori come Richard Strauss e Gustav Mahler, i grandi scrittori, le personalità brillanti e l’atmosfera irripetibile di quell’epoca, ricca di idee e di un fermento culturale unico.

Ed è proprio uno di questi grandi scrittori, Elias Canetti (premio Nobel per la letteratura nel 1981) a darci un piccolo assaggio di Vienna e degli incredibili personaggi ad essa legati, nel secondo volume della sua autobiografia Il frutto del fuoco

Ma il nome che sentivo nominare più spesso dagli Asriel era quello di Karl Kraus. Era l’uomo più severo e più grande che vivesse a Vienna. Non si lasciava impietosire da nessuno. Nelle sue letture attaccava tutto ciò che esiste di brutto e di marcio. Pubblicava una rivista che scriveva interamente da solo. Nessun intervento era gradito, non accettava contributi da nessuno, alle lettere non rispondeva. Ogni parola, ogni sillaba contenuta nella « Fackel » era scritta di suo pugno. La « Fackel » era come un tribunale, in cui Karl Kraus era l’unico accusatore e l’unico giudice.

E per avere un’idea più precisa della genialità tagliente e impietosa di Karl Kraus, basta leggere qualcuno dei suoi celebri Aforismi

Mi sono interessato molto e a fondo della dignità umana: ho disposto nel mio laboratorio le analisi più disparate sull’argomento e devo riconoscere che tutti i tentativi sono per lo più falliti miseramente a causa della difficoltà che ho incontrato a procurarmi il materiale occorrente. La dignità umana ha la caratteristica di essere assente proprio là dove si presume che sia presente, e di comparire sempre dove non c’è. (28 aprile 1908)

Foto di Rory Hyde - Adolf Loos, American Bar

Foto di Rory Hyde – Adolf Loos, American Bar

Si trattava, evidentemente, di una città brulicante di idee e innovazioni, così come di contrasti tra antico e moderno, tra espansione e idillico particolarismo, sempre e comunque sospinta da un movimento incessante, proprio come appare nelle parole di Robert Musil:

Come tutte le metropoli era costituita da irregolarità, avvicendamenti, precipitazioni, intermittenze, collisioni di cose e di eventi, e, frammezzo, punti di silenzio abissali; da rotaie e da terre vergini, da un gran battito ritmico e dall’eterno disaccordo e sconvolgimento di tutti i ritmi; e nell’insieme somigliava a una vescica ribollente posta in un recipiente materiato di case, leggi, regolamenti e tradizioni storiche. 

Foto di Pietro Zuco

Foto di Pietro Zuco – Chiesa di Wotruba

La descrizione che ne fa Musil in uno dei romanzi tra i più importanti della letteratura mitteleuropea, L’uomo senza qualità, non potrebbe essere più precisa nel renderci l’immagine e l’atmosfera di quella Vienna sull’orlo del precipizio e al contempo abbagliante di ingegno e future possibilità. 

La fine di un’epoca è oramai imminente e già porta con sé una malinconia destinata a imprimersi per sempre nella storia e nella letteratura austriaca. Così Joseph Roth, il cantore per eccellenza della nostalgia austroungarica, riassume mirabilmente questo senso di perdita nel Museo delle cere:

 Quando fu sepolto ero lì, in piedi, uno dei tanti suoi soldati della guarnigione di Vienna nella nuova uniforme grigio-verde con la quale saremmo andati al fronte qualche settimana più tardi: un anello nella lunga catena che orlava le strade. All’emozione suscitata dalla consapevolezza che stava per finire una giornata storica si associava il dolore per il tramonto di una patria che aveva educato i suoi figli persino all’opposizione. E mentre ancora la condannavo, già cominciavo a rimpiangerla. E mentre misuravo amareggiato la vicinanza della morte alla quale l’imperatore defunto ancora mi mandava incontro, mi commoveva la cerimonia con la quale Sua Maestà (ed era l’Austria-Ungheria) veniva portato alla tomba. Riconoscevo chiaramente l’insensatezza dei suoi ultimi anni, ma non potevo negare che proprio questa insensatezza rappresentava un pezzo della mia infanzia. Il freddo sole degli Absburgo si spegneva, ma era stato un sole.

Foto di raselased

Foto di raselased

In questo brano Roth ci mostra come la morte di Franz Joseph, nel 1916, coincida con il crollo di un impero multietnico e plurisecolare e di un passato tanto controverso quanto a tutt’oggi ancora vagheggiato. Ma per nostra fortuna, l’eredità culturale di quegli anni formidabili – per innovazione e originalità di pensiero dei suoi protagonisti – continua a trasmetterci intatti il suo significato e il suo fascino.

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Rubrica: CityTelling, Top post

  • Scritto da:

  • Sara Pagnini
  • Traduttrice, redattrice, editor. Ama prendersi cura di due cose: i testi degli altri e i suoi 7 gatti e 2 cani. Ha tradotto poesia e narrativa latinoamericane per passione e testi tecnici e scientifici per lavoro, e sogna di tradurre il nuovo grande scrittore di lingua ebraica; nel frattempo, collabora con PubblicarSÌ.com. Se serve, ha anche un sito che si chiama come lei.


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