Lo stile basso

Lo stile basso

«Ed elli avea del cul fatto trombetta» così papà Dante conclude il XXI canto dell’Inferno, mostrando con quale buffa tromba il diavolo Barbariccia dà il via alla sua diabolica truppa. Dante era un maestro di plurilinguismo: alternava, cioè, con grande maestria i tre stili e non disdegnava vocaboli umili o immagini crude per descrivere le sue schiere di dannati o per strappare un sorriso al suo lettore. L’esempio di Dante ci indica alcunidei motivi, per cui in letteratura si può scegliere di adoperare uno stile basso: la necessità di descrivere personaggi o situazioni umili (sarebbe stato quanto meno stravagante che Proust per descrivere le matinée dai principi Guermantes utilizzasse parolacce o gergo da strada) o perseguire un intento comico o satirico. Questo è il caso di Rabelais, la cui forza creativa e l’ineusaribile immaginazione ricorrono a neologismi, strani miscugli di vocaboli antichi e moderni, altezze sublimi e mordaci cadute, che non disdegnano massime di questo tipo: «Amici, voi noterete che al mondo vi sono assai più coglioni che uomini; ricordatevene!».

Come per l’adozione degli altri due stili – alto e medio – anche la scelta dello stile basso deve essere ponderata, nell’aspirante scrittore, in base al tema della sua opera e alla sua finalità. L’adozione di uno stile gergale o dialettale è spesso stata alla base di una concezione mimetica del romanzo. Quando Verga descrive i pescatori di Acitrezza o Pasolini il sottoproletariato urbano, vogliono farci ascoltare le voci di quel mondo. Pasolini indicava due possibile via: in Alì dagli occhi azzurri disponeva tre livelli linguistici: la lingua dell’autore, la lingua contaminata tra dialetto e lingua, il dialetto romanesco. Una sorta di zoom che consente al lettore di entrare nei personaggi. Lo stesso Pasolini in Ragazzi di vita opta per un uso più diffuso del dialetto, posponendo un glossario per permettere la comprensione dei termini usati. Quando, ad esempio, ci descrive Riccetto il giorno della sua prima comunione, dice che «pareva un pischello quando se ne va acchittato pei lungoteveri a rimorchiare». La scelta di uno stile basso si rintraccia nelle locuzioni («mo’ s’era messo a fare il barista») nelle similitudini («diventando rosso in faccia come un piatto di fettuccine») nei dialoghi («- La vita te sorride, sì? - Come no – fece non meno paragulo il Riccetto.»).

La scelta di uno slang, di un linguaggio masticato e veloce, che riproduce le modalità di quello orale, è una scelta tipica di chi vuol descrivere il mondo giovanile, quando si sceglie di raccontare « storie di sbronze maciullate e violenze e pestaggi e paranoie durate giorni interi senza mangiare senza pisciare, accartocciato nell’angolo, stretto nel giubbotto che pareva di vedere la gente volare dalla vetrata del corridoio e i treni sfrecciavano come fulmini squarciando il silenzio del trip e come s’allungavano i muri intorno e come stridevano le chiacchiere dell’assistente che era arrivata a prelevarlo, tu farai e tu vivrai e sei giovane e vincerai e conoscerai la via, chi lo poteva sopportare quel borbottio imbecille, fatti i cazzi tuoi» (P.V. Tondelli, Altri libertini).

Alla radice di questo stile sbarazzino, c’è l’infanzia schifa de Il giovane Holden, ai tempi uno stile nuovo e oggi, nelle tante imitazioni, un po’ abusato.

Allora, se volete cimentarvi in questo stile, la sottoscritta vi consiglia vivamente la lettura di Louis Ferdinand Céline, che la prima guerra mondiale ce l’ha raccontata così:

« Ve lo dico io, gentucola, coglioni della vita, bastonati, derubati, sudati da sempre, vi avverto, quando i grandi di questo mondo si mettono ad amarvi, è che vogliono ridurvi in salsicce da battaglia… È il segnale… È infallibile. È con l’amore che comincia» (Viaggio al termine della notte).

Lo stile di Céline fa uso di iperboli, ellissi, farneticazioni e scene crude, che usa lo stile basso per scavare nei meandri della miseria umana. Con Céline, lo stile basso prende i connotati dello stile “cattivo”, privo di indorature culturali e panacee metafisiche, per diventare specchio cinico dei disgraziati, degli emarginati, dei quartieri maleodoranti. La sintassi è spezzata, la fraseologia popolare arricchita con l’uso frequente di eslamazioni.

«Alla fine siamo tutti seduti su una grande galera, remiamo tutti da schiattare, puoi mica venirmi a dire il contrario!… Seduti su ‘ste trappole a sfangarcela tutta noialtri! E cos’è che ne abbiamo? Niente! Solo randellate, miserie, frottole e altre carognate».

 

 

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Rubrica: Breve corso di romanzologia, Top post

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  • Mi occupo di estetica, scrittura e filosofia del linguaggio. Ho pubblicato testi su Wittgenstein, sull’estetica di Croce, sulla fisica quantistica e tradotto testi di Hegel e Schrödinger. Amo Bach e Proust, scrivere e suonare il pianoforte. Collaboro con la rivista «Complessità» e insegno filosofia nei licei.


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