Napoli

Napoli Foto di Cosciansky (https://www.flickr.com/photos/31133811@N07/)

Sono decisamente cambiate le cose, a Napoli, dai tempi in cui Goethe sanciva “Vedi Napoli e poi muori” e con un entusiasmo da ragazzino scriveva:

Oggi mi son dato alla pazza gioia, dedicando tutto il mio tempo a queste incomparabili bellezze. Si ha un bel dire, raccontare, dipingere; ma esse sono al di sopra di ogni descrizione. La spiaggia, il golfo, le insenature del mare, il Vesuvio, la città, i sobborghi, i castelli, le ville!

Chi arriva oggi nella metropoli partenopea ha tutt’altro tipo d’impatto perché la città ha subito tante e tali trasformazioni che non è solo il paesaggio urbano a essere stato intaccato, ma anche, e profondamente, quello antropologico. E le opere delle penne napoletane più raffinate - ma non solo – hanno raccontato questa mutazione genetica per più di un secolo. Già Matilde Serao, rivolgendosi al primo ministro Depretis nel 1884 (nel primo nucleo di quello che diventerà Il ventre di Napoli) ammonisce che

Per distruggere la corruzione materiale e quella morale, per rifare la salute e la coscienza a quella povera gente, per insegnare loro come si vive – essi sanno morire, come avete visto! – per dir loro che essi sono fratelli nostri, che noi li amiamo efficacemente, che vogliamo salvarli, non basta sventrare Napoli: bisogna quasi tutta rifarla.

In un’eco lontana ma di pari tono, un secolo dopo, Elena Ferrante mostra l’arrivo in città di Delia, la protagonista del suo L’amore molestoDelia è emigrata a Roma, ha seppellito nei meandri della memoria il suo passato napoletano (che però riemerge come se la memoria assomigliasse a quelle cavità tufacee, porose, che ritroviamo in altre pagine del libro) e vive uno spaesamento più che comprensibile:

Il treno arrivò gremito ma si svuotò poco dopo, nella penombra al neon della stazione di piazza Garibaldi. Scesi alla fine della corsa e, dopo una breve gradinata, mi trovai di lato alla vecchia Manifattura dei Tabacchi, ai margini del rione dove ero cresciuta. L’aria paesana che gli era appartenuta, con quegli edifici biancastri a quattro piani costruiti in mezzo alla campagna polverosa, si era trasformata attraverso gli anni in quella di una periferia itterica sopraffatta dai grattacieli, strozzata dal traffico e dai serpenti dei treni che costeggiavano le case rallentando. Piegai subito a sinistra, verso un cavalcavia a tre tunnel, quello centrale bloccato dai lavori di ristrutturazione. Ricordavo un unico interminabile passaggio, deserto e continuamente terremotato dai treni dello sminamento che mi passavano sulla testa. Feci invece non più di cento passi in una penombra puzzolente d’orina, lentamente, stretta tra una parete che grondava larghe bave d’umido e un guardrail polveroso che mi proteggeva dalla corsa fitta delle automobili.

Foto di Rosino

Foto di Rosino

Si avrebbe facile gioco a descrivere Napoli come una nuova Gomorra e continuare ad alimentare quel filone narrativo che pur tra tante sfumature discende dal fortunato (o sfortunato, a seconda dei punti di vista) libro di Roberto Saviano. Ma altrettanto facile sarebbe per converso insistere sui suoi aspetti più oleografici, a cui pur molti scrittori hanno ceduto. Tra questi, il “maledetto toscano” Curzio Malaparte nel suo La pelle:

Napoli, gli dicevo, è la più misteriosa città d’Europa, è la sola città del mondo antico che non sia perita come Ilio, come Ninive, come Babilonia. E’ la sola città del mondo che non è affondata nell’immane naufragio della civiltà antica. Napoli è una Pompei che non è mai stata sepolta. Non è una città: è un mondo. Il mondo antico, precristiano, rimasto intatto alla superficie del mondo moderno. Non potevate scegliere un luogo più pericoloso di Napoli, per sbarcare in Europa. I vostri carri armati corrono il rischio di affondare nella melma nera dell’antichità, come in una sabbia mobile. Se foste sbarcati in Belgio, in Olanda, in Danimarca, o nella stessa Francia, il vostro spirito scientifico, la vostra tecnica, la vostra immensa ricchezza di mezzi materiali, vi avrebbero forse dato la vittoria non solo sull’esercito tedesco, ma sullo stesso spirito europeo, su quell’altra Europa segreta di cui Napoli è la misteriosa immagine, il nudo spettro. Ma qui, a Napoli, i vostri carri armati, i vostri cannoni, le vostre macchine, fanno sorridere. Ferraglia. Ti ricordi, Jack , le parole di quel napoletano che, il giorno del vostro ingresso in Napoli, guardava sfilare per Via Toledo le vostre interminabili colonne di carri armati? “Che bella ruggine!”

Quella trasformazione antropologica a cui accennavo la ritroviamo negli occhi di un ragazzino degli anni sessanta, ancora troppo giovane per essere considerato un adulto ma non più un bambino, che vive sulla sua pelle le contraddizioni di una modernità sempre più incalzante:

Una cosa vedevo accadere nella città, non era solo il disagio di una piccola persona confusa dal non essere più bambino. La conoscevo dal vicolo per una città immobile, messa a strati, stipata. Conoscevo la febbre di sempre di quelli che non vogliono più essere poveri. Ma aveva preso a correre a fior di pelle un’incitazione nuova, un richiamo a sbrigarsi. Senza nessuna occasione apparente ferveva nei poveri un’urgenza. Non altro potevo vedere, se non l’applicarsi di un consiglio misterioso e raccolto da tutti: abbiate fretta.

Foto di Elicus

Foto di Elicus

Erri De Luca in Non ora, non qui rievoca la sua fanciullezza in una città in piena trasformazione, su cui poteri spesso illeciti cercano di mettere le loro mani. Non è un caso che alla sceneggiatura del celebre film di Francesco Rosi partecipi anche Raffaele La Capria, un altro grande scrittore partenopeo. Cosa resta allora di fronte a questo mutamento così pervasivo, così esteso, che riguarda il territorio, le tradizioni, la stessa lingua? Solo la nostalgia – il dolore per la distanza da un luogo che non esiste più – resta, solo la nostalgia per quella patria che ciascuno ha dentro e che è la propria infanzia:

Costeggio il rione Sirignano. E mi sfugge un’occhiata languida a quel palazzo monumentale. Da mo’ che è morta la baronessa Fonseca. Da mo’ che è morta quella Napoli rattoppata degli anni cinquanta. Da mo’ che è morto Pagodina, il ragazzetto che ero, tutto proteso, educato e pieno d’intensità. Sì. Sì. Da mo’ che ci sarebbero gli estremi per cominciare un grande pianto di rimpianti e nostalgie e poi non finire più. Mai più.

Foto di Roberto Taddeo

Foto di Roberto Taddeo

Pure il personaggio larger than life di Hanno tutti ragione di Paolo Sorrentino - quel Tony Pagoda, cantante da night, crooner coicanomane e puttaniere, sfacciato e privo di remore – se ne accorge. Questa è la Napoli letteraria: una forma di nostalgia per qualcosa che c’era, che non c’è mai stato, o che forse mai ci sarà.

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Rubrica: CityTelling, Top post

  • Scritto da:

  • Sara Pagnini
  • Traduttrice, redattrice, editor. Ama prendersi cura di due cose: i testi degli altri e i suoi 7 gatti e 2 cani. Ha tradotto poesia e narrativa latinoamericane per passione e testi tecnici e scientifici per lavoro, e sogna di tradurre il nuovo grande scrittore di lingua ebraica; nel frattempo, collabora con PubblicarSÌ.com. Se serve, ha anche un sito che si chiama come lei.


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