Ci sono Zombi e Zombie

Ci sono Zombi e Zombie

Adattamento italiano dell’inglese zombie, a sua volta derivante da zonbi, voce della lingua creola delle Antille che indica un cadavere riportato in vita da uno stregone vudù, il bokor. Lo zombi haitiano è un individuo caratterizzato da un torpore letargico, cui un bokor ha rubato il piccolo angelo guardiano, la parte cosciente della sua anima. Il possesso del piccolo angelo guardiano da parte del bokor, dona a questi la facoltà di disporre dello zombi per qualsiasi scopo o mansione. Allo zombi non resta che il grande angelo guardiano, il semplice istinto di sopravvivenza.

Prima che lo zombi divenisse una figura di genere, è stato una metafora della schiavitù, la schiavitù fisica e reale dei braccianti e, col passare del tempo, più sottile e psicologica come la schiavitù del ceto medio occidentale. È interessante che l’etimo risieda nella lingua bantu (nzumbe), l’idioma delle etnie sub-sahariane, popoli vittime di deportazione e schiavitù. I loro pronipoti delle Antille, infatti, non avevano paura di essere aggrediti dagli zombi, ma temevano di diventare tali. Era, infatti, una volontà superiore a trasformarli in zombi. Al contrario, gli occidentali temono che una moltitudine si sollevi, li aggredisca e ne spolpi la carne.

In tutti i film, fumetti, serie tv, libri etc. gli zombi siamo noi. Chiunque può essere uno zombi perché chiunque può essere morto. Vediamo o leggiamo di impiegati, operai, studenti, postini, manager, cani, belli e brutti che zoppicano grugnendo e smascellando.

Suttree è da molti considerato il libro più rappresentativo di Cormac McCarthy, sebbene non sia il suo più famoso. Rappresentativo forse perché, leggenda vuole, sia in gran parte autobiografico. La scrittura di McCarthy è la letteratura dell’uomo comune, l’eroe quotidiano. La sua scrittura è densissima: intreccia il discorso indiretto libero a un discorso diretto sputato sulle pagine senza segni d’interpunzione; uno stile incredibile, antico e contemporaneo, al contempo eremitico e rudemente mondano.

Figlio di una coppia benestante, si scopre nel corso del romanzo, Suttree abbandona tutto per vivere in una palafitta sulle rive del fiume Tennessee. Tenta di uscire dalla sua condizione, di fare un salto economico o sociale, ma non può che fallire perché ciò che desidera davvero è l’irresponsabilità. Insomma: si ubriaca appena ha qualche dollaro in tasca.

Una sera Suttree si ritrova coinvolto in una rissa. A McNally Flats, i bassifondi di Knoxville, in taverne stracariche di disperazione, un’occhiata di traverso può voler dire ritrovarsi, nel giro di pochi minuti, a cercare i denti sul pavimento. Gli amici di Suttree ci sono dentro e il nostro si butta. Nella mischia avanza un uomo con una floorbuffer, una macchina pulitrice per pavimenti, pesantissima. L’uomo la trascina a fatica: la tira su e la lascia cadere sugli ubriachi. È devastante. La pulitrice si abbatte anche sulla testa di Suttree. La vista scompare, le gambe vengono meno, l’intestino cede, le vertebre scricchiolano.

Crollò come uno zombie in mezzo agli strepiti e agli arti dimenati, il volto esangue e in fondo ai dischi degli occhi un dolore immenso. Mentre strisciava sul pavimento qualcuno gli calpestò una mano. Di nuovo cercò di alzarsi ma la stanza adesso era un tunnel senza fine lungo il quale lui stava precipitando. Non capiva che cosa gli fosse accaduto e i suoi occhi continuavano a riempirsi di sangue. Pensò che gli avessero sparato e continuava a ripetersi che il danno era riparabile, sempre che non gli capitasse niente altro buon Dio esserne fuori una volta per tutte.

È l’ennesimo fallimento, un colpo inferto dal fato in forma di pulitrice. Suttree è lo zombie, un tizio qualsiasi ricacciato a forza nell’abisso. Il termine celebra la schiavitù cui Suttree si è condannato, ma anche la crudeltà di quanto gli stia accadendo. Il suo corpo, benché privo del suo piccolo angelo guardiano, cerca subito di risollevarsi. Semicosciente, lotta per tirarsi fuori, ne prende altre, la stanza diventa un tunnel lunghissimo, il ritmo dei pensieri accelera, prega che il danno non sia fatale. Il brano sfocia nell’indiretto libero dell’ultima frase che descrive il più sincero pentimento e la paura che scolora nella fede. Ripresosi giorni dopo in ospedale, ormai sicuro di potersela cavare, scappa prima di essere dimesso.

Suttree ha perso il suo piccolo angelo lungo la strada. Il grande angelo lo sorregge, lo trascina con insaziabile voracità. Morde, scalcia, lotta per vivere, per afferrare un’occasione. Ma è in una spirale decompositiva, marcata dalla scrittura di McCarthy che si aggroviglia e si sporca attorno al protagonista, come il fiume Tennessee. In lui la forza del grande desiderio coesiste con la debolezza e l’inclinazione al fallimento.

Il nero Ab Jones è un personaggio secondario. Amico di Suttree, Jones lotta ciecamente contro i pregiudizi razziali. È sempre ammaccato e sanguinante per qualche rissa con la polizia. Il suo più grande desiderio è quello di vendicarsi dell’agente Quinn. Per questo chiede l’aiuto di una vecchia strega voodoo.

Suttree si sedette sotto la foto. Jones era ancora in piedi praticamente al centro della stanza e a un tratto apparve assente, un enorme zombie vacillante che lei dovette prendere per il gomito e guidare al tavolo, eppure lì c’è già stato. L’ha ricucito come un cane con del filo per tappeti, piccole perle di sangue lucente che stillano dalle arricciature di carne nerastra, ha chiuso i fori meno importanti con cataplasmi di tela di ragno, l’ha fasciato con brandelli di lenzuola. Per ritrovarselo sulla porta due giorni dopo più tardi che la prega di scucirlo e ricucirlo più morbido perché non riesce a piegarsi. Occhi truccati di sangue, puzzo di torcibudella.

Ab Jones è come uno zombi in balia del bokor. La sua reazione in presenza della strega è una sorta di letargia succube. Ab Jones non ha paura di essere uno zombi, purché sia uno strumento della propria vendetta. Come Suttree, Jones è in una spirale autodistruttiva ma non la teme e vi si addentra.

Entrambi i personaggi sono reietti, zoppicano come zombi. Per Ab Jones è una scelta, la rivolta contro l’aria malsana dell’odio razziale. Suttree, invece, è oppresso dalle aspettative del Sogno Americano: ma sceglie lo zombi perché dell’uomo non sa che farsene.

Parole chiave: #, #, #, #, #

Rubrica: Dizionario etimologico individuale, Top post

  • Scritto da:

  • Arcangelo Auletta
  • Leva napoletana dell'86. Laurea in lettere, è (in-)esperto di letteratura americana e traduzione ma ha intrapreso una carriera nel web marketing. Strazia la chitarra da quando è stato divulgato il terzo segreto di Fatima. Un suo assolo di mandolino è stato inserito dalla rivista Rolling Stone nella top 35 "I migliori assoli di mandolino della storia". Crede nella vita dopo Maradona. Possiede una tazza ricordo del matrimonio di William e Kate.


Commenta su Facebook

commenti

2 Commenti

  1. I libri sugli “zombie” (o zombi come dir si voglia) dovrebbero essere soprattutto divertenti, cioè pieni di colpi di scena e di azione. Il pubblico penso che voglia ben altro che metafore, ma storie che sappiano avvincere.
    Un esempio di letteratura “zombie” di qualità è certamente quella di Manel Loureiro, avvocato spagnolo che ha saputo divertire milioni di lettori nel mondo con la sua trilogia “Apocalisse Z”.
    La saga si sviluppa in tre romanzi, che dimostrano chiaramente la capacità degli europei di creare titoli veramente alternativi a quelli americani, sapendo esprimere il meglio del genere.
    Saper creare un vero libro di genere è sempre un’arte.

    Mi piace(1)Non mi piace(0)
    • Arcangelo Auletta

      Grazie, Adrien! Hai ragione: da appassionato di zombie anche io non voglio nessuna metafora. Il mio massimo sforzo mentale è finalizzato a capire chi sarà, tra i personaggi principali, il primo a tirare le cuoia. D’altronde saprai meglio di me che un po’ di metafora c’era nelle prime attestazioni del genere, come nel film White zombie del ’32. Mi piaceva aver trovato qualcosa di simile nell’uso che McCarthy fa del termine zombie in Suttree, qualcosa che richiamasse le atmosfere voodoo e un senso di morbosa schiavitù. Suttree non è un libro di genere ed è interessante che McCarthy usi un termine così connotato in un contesto non di genere.
      Grazie ancora!

      Mi piace(1)Non mi piace(0)
Email
Print