New York

New York Foto di Angelo Amboldi (https:/www.flickr.com/photos/angelocesare/7527799908)

Grande, immensa metropoli che non dorme e non si zittisce mai, in cui brulicano, incessanti, milioni di storie, di persone e di parole. New York cinematografica e letteraria: vedute aree del Central park, la 5th avenue, il ponte di Brooklyn e la statua della libertà. E su tutto questo mondo, che è un mondo di artisti per antonomasia, si scrivono parole a profusione: nelle sceneggiature, nelle poesie, e nei romanzi.

I romanzi ambientati a New York hanno una particolarità tutta speciale, sanno stare in “ascolto”, carpiscono quello che accade nella metropoli: dalle piccole storie di immigrati dimenticati da Dio e dagli uomini, alle follie tanto eccessive quanto sterili, le ambizioni sfrenate e i passaggi della Storia. Sono opere, insomma, che parlano davvero, come fossero persone, conversano, riflettono e dialogano, eccome se dialogano:

Conversazione n. 1 su New York. – Cosa fai quando vai a New York? Chi vedi a New York? – Cosa faccio? Vado in giro per New York. Ecco quello che faccio. – Cosa fai, Merry? – Faccio quello che fanno tutti gli altri. Guardo le vetrine. Che altro dovrebbe fare, una ragazza? – Conosci gente che fa politica a New York? – Non capisco cosa stai dicendo. Tutto è politica. Lavarsi i denti è p-politica. – Hai dei contatti con quelli che sono contro la guerra nel Vietnam? Non sono queste le persone che vai a trovare? Sì o no? – Sì, ci sono delle p-p-peppersone. P-peppersone che hanno delle idee, alcune delle quali non credono nella guerra. Per la maggior p-p-p-parte non credono nella guerra. – Beh, anch’io non credo nella guerra. – Allora, che p-problema c’è? – Chi sono queste persone? Quanti anni hanno? Cosa fanno per vivere? Sono studenti? – P-perché lo vuoi sapere? – Perché mi piacerebbe sapere cosa fate. Tu passi il sabato da sola a New York. Non tutti i genitori concederebbero tanta libertà a una ragazza di sedici anni. – Vado da… C’è tanta gente, sai, e i cani e le strade… – Torni a casa con tutto questo materiale comunista. Torni a casa con tutti questi libri e opuscoli e riviste… – Sto cercando d’imparare. Mi hai detto tu che dovevo imparare, no? Non solo studiare, ma imparare. Co-co-coccomunista… – [...] Cosa credi che sia, la guerra? La guerra è un estremo. Non è come la vita che facciamo qui nella p-piccola Rimrock. Qui non c’è niente di estremo. – Non ti piace più stare qui? Preferiresti vivere a New York? Ti piacerebbe? – Ce-ce-cecerto. – E se quando hai finito il liceo tu facessi l’università a New York? Ti piacerebbe? – Non so se voglio fare l’università. Guarda come sono amministrati quei college. Guarda cosa fanno agli studenti che sono contro la guerra. Come p-posso desiderare di andare all’università? Istruzione superiore. È quella che io chiamo istruzione inferiore. Forse andrò all’università, forse no. Adesso non mi va di fare p-progetti Pensaci. Se non accetti di dormire dagli Umanoff, non puoi andare a New York. – E la guerra?… – Io mi sento responsabile di te e non della guerra. – Oh, lo so che non ti senti responsabile della guerra: p-per questo devo andare a New York. P-p-pepperché là la gente si sente responsabile. Si sente responsabile quando l’America fa sa-saltare in aria i villaggi vietnamiti. Si sente responsabile quando l’America fa a p-pezzi i b-bambini p-p-pipipiccoli. Tu no, invece, e la mamma nemmeno. Non te ne importa abbastanza per farti p-passare un’altra notte in qualche posto. Tu non stai sveglio la notte a p-pensarci su. In un modo o nell’altro, papà, te ne importa po-po-poco.

Foto di Angelo Amboldi

Foto di Angelo Amboldi

In questo brano, tratto da Pastorale Americana  di Philip Roth, due personaggi – padre e figlia – parlano, dialogano, discutono soprattutto. E le parole delle loro conversazioni (addirittura numerate dall’autore), sono una marea logorroica che insiste sullo stesso argomento, ma che apre piano piano al lettore le porte di un’epoca e delle sue tragedie, a loro volta incorniciate dalle incomprensioni tipiche dello scontro generazionale. New York City qui rappresenta, dunque, il “nuovo”, il centro del mondo da cui far sentire la propria voce.

New York centro del mondo, quindi, come di fatto è stata per una moltitudine infinita di immigrati da tutta Europa alla ricerca di una vita migliore o almeno di sopravvivenza. Un po’ come gli abitanti degli shtetl est europei, che per sfuggire a miseria e pogrom si riversavano sulle navi che li avrebbero portati in America, passando per il filtro di Ellis Island, cambiandole il volto – con la loro cultura e amara ironia – per sempre. Quante storie, magari simili tra loro, non raccontate e che non conosceremo mai. Ma quante, invece, sono state catturate e descritte perché non ci si dimenticasse mai di loro.

È il caso di Morris Bober, protagonista del bellissimo Il commesso di Bernard Malamud, in cui l’autore dipinge una scena intima, quasi domestica, e descrive personaggi considerati forse “minori” dalla Storia con la S maiuscola, ma che sono invece parte integrante dello scenario umano tipico  newyorchese:

Ansimando, Morris Bober trascinò fino alla porta i pesanti recipienti. Nel vano, un voluminoso sacco marrone pieno di panini di pasta dura e la testa grigia, il volto stizzoso della Poilisheh che se ne stava rannicchiata là ad aspettare di farsene dare uno. Lui girò la chiave nella toppa e la fece entrare. Di solito riponeva le bottiglie del latte e accendeva i caloriferi a gas, ma la polacca era impaziente. Morris vuotò il sacco di panini in una cesta metallica sul banco, gliene scelse uno senza semi, lo tagliò a metà e lo avvolse in un foglio di carta bianca. La donna infilò il pane nella sporta di corda lasciando tre centesimi sul banco. Morris incassò la vendita nel vecchio e rumoroso registratore di cassa, ripiegò con cura e ripose il sacco del pane, finì di portare dentro il latte e sistemò le bottiglie nel frigorifero, in basso. Accese il calorifero a gas in negozio e andò nel retrobottega ad accendere l’altro. Fece bollire il caffè in un bricco di porcellana annerita e lo sorseggiò masticando un panino senza nemmeno sentirne il sapore. Finì di far pulizia e si mise ad aspettare: aspettava Nick Fuso, l’inquilino del piano di sopra, un giovane meccanico che lavorava in un garage del quartiere. Nick veniva ogni mattina verso le sette a prendere venti centesimi di prosciutto e una pagnotta. Invece si aprì la porta del negozio ed entrò, col viso arrossato e gli occhi allarmati, una ragazzetta di dieci anni. Morris non le diede, in cuor suo, il benvenuto. «Dice mia madre», fece in fretta, «se può darle a credito fino a domani mezzo chilo di burro, una pagnotta di segale e una bottiglietta di aceto di sidro». Lui la conosceva, la madre. «Non faccio più credito». La bambina scoppiò in lacrime. Morris le diede un etto di burro, il pane e l’aceto. Sul vecchio banco consunto, vicino al registratore di cassa, trovò un angolo con qualche scritta a matita e sotto la voce «ubriacona» aggiunse una cifra. Il totale ammontava ora a due dollari e tre. Non sperava più di riaverli, ma Ida lo avrebbe rimproverato se si fosse accorta di un’aggiunta, così ridusse il totale a un dollaro e sessantuno. La sua pace – la poca pace di cui disponeva – valeva bene quarantadue centesimi. 

Foto di Alex Schwab

Foto di Alex Schwab

Ma dalla tranquillità riparata di un angolo di Manhattan ci vuole davvero pochissimo a ritrovarsi catapultati in una New York notturna e sfavillante, popolata da yuppie, modelle cocainomani e playboy impenitenti. Un’umanità votata al successo a tutti i costi:

Come ci sei arrivato, in questo posto? È stato il tuo amico Tad Allagash, a pilotarti qua dentro, e poi è sparito. Tad è proprio il tipo di persona che ci si aspetterebbe di trovare in un posto come questo a quest’ora del mattino. È la parte migliore, o peggiore, di te stesso, non riesci bene a decidere quale. All’inizio della serata non c’erano dubbi: Tad era la parte migliore di te stesso. Avete cominciato su nell’Upper East Side con champagne e prospettive illimitate, in stretta osservanza alla regola Allagash del moto perpetuo: un bicchiere a ogni fermata. La missione di Tad nella vita è di divertirsi più di chiunque altro a New York City, e questo prevede un sacco di spostamenti, dato che esiste sempre la possibilità che il posto in cui non ti trovi sia molto più movimentato di quello in cui ti trovi. Sei affascinato dal suo totale rifiuto di stabilire qualunque meta più ambiziosa che non la pura ricerca del piacere. Vorresti essere come lui. Pensi anche che Tad voli piuttosto basso e sia un attimo pericoloso. […] Eri arrivato a New York chiedendoti cosa avrebbe potuto fare Amanda in quella città. Lei aveva parlato di università ma aveva perso ogni interesse al momento di riempire i moduli di iscrizione. Non sapeva bene cosa voleva fare. Per alcuni mesi si era limitata a guardare la televisione. La gente continuava a dirle che avrebbe potuto fare la modella. Un giorno era entrata in una delle tante agenzie e ne era uscita con un contratto. Da principio odiava quel mestiere, e tu avevi preso il suo atteggiamento per forza di carattere. A te andava bene che si facesse fotografare, purché non cominciasse a prendere la cosa sul serio. Quando aveva cominciato a portare a casa tutti quei soldi, avevi dimenticato ogni dubbio. Una volta alla settimana Amanda diceva che voleva smettere. Odiava i fotografi, i rompicoglioni e gli strafatti del mondo della moda. Odiava le altre modelle. Si sentiva in colpa per tutti i soldi che guadagnava sfruttando le proprie doti fisiche, nelle quali comunque non credeva. Tu le avevi chiesto se pensava che si sarebbe divertita di più a fare la segretaria. Le avevi detto di resistere fino a quando non fosse riuscita a metter via un po’ di denari: poi avrebbe potuto fare quello che voleva. Pensavi che fosse chic, fare la modella e continuare a vivere come prima, senza lasciarsi allettare dall’ambiente. Passavate le serate a prendere in giro le modelle vere, quelle che si facevano venire l’ulcera per un brufolo e pensavano che la menopausa cominciasse verso i venticinque anni. Disprezzavate entrambi la gente che pensava che un invito alla festa di compleanno di X al Magique fosse un successo paragonabile all’attraversamento a nuoto della Manica. Ma ci andavate, eccome, alla festa di compleanno di X, ostentando sorrisetti ironici, e mentre Amanda andava in giro a raccattare complimenti tu ti sniffavi carrettate dell’ottima peruviana di un grande amico di X al piano di sopra. 

Foto di David Goehring

Foto di David Goehring

Narrato brillantemente in seconda persona, Le mille luci di New York di Jay McInerney, descrive perfettamente il modo in cui New York – e simbolicamente tutte le grandi metropoli del mondo – abbia il potere di risucchiare dentro al suo vortice festaiolo e nichilista anche il più refrattario degli animi, di masticarlo e risputarlo per poi ricominciare tutto daccapo, come moderno, e molto più sensuale, “paese dei balocchi”.

E ne aveva già parlato Francis Scott Fitzgerald ne Il grande Gatsbydell’arricchirsi a tutti i costi, delle delusioni dei deliri di grandezza. Sessanta anni prima delle Mille luci di New York, Fitzgerald ci regala, infatti, questa riflessione struggente sui sogni, sulle stelle e le loro cadute:

Quando partii la casa di Gatsby era ancora vuota – l’erba del suo prato era cresciuta alta come la mia. Un tassista del villaggio non ci passava mai davanti senza fermarsi un minuto per indicarlo; forse era stato lui che aveva portato Daisy e Gatsby a East Egg la notte dell’incidente, e forse si era inventato una storia tutta sua. Non volevo sentirla e lo evitai quando scesi dal treno. Passai i sabati sera a New York, perché quelle sue feste splendide e abbaglianti erano ancora un ricordo vivido per me tanto che riuscivo ancora a sentire la musica e le risate, lievi e incessanti, dal suo giardino, e le macchine che andavano su e giù per il suo viale. Una notte sentii davvero una macchina fermarsi davanti ai suoi gradini. Ma non indagai. Probabilmente era un ultimo ospite che era stato dall’altra parte del mondo e non sapeva che la festa era finita. 

Ma quale la vera entità di New York? Paul Auster, nella sua celebre Trilogia di New York , fa provare al suo protagonista un’aderenza così totale con la città, da fargli provare paradossalmente  una sensazione – reale o surreale – di estremo distacco:

Quasi ogni giorno, che facesse bello o brutto, caldo o freddo, lasciava l’appartamento e girava per la città – mai con un’autentica meta, andando semplicemente dove lo portavano le gambe. New York era un luogo inesauribile, un labirinto di passi senza fine: e per quanto la esplorasse, arrivando a conoscerne a fondo strade e quartieri, la città lo lasciava sempre con la sensazione di essersi perduto. Perduto non solo nella città, ma anche dentro di sé. Ogni volta che camminava sentiva di lasciarsi alle spalle se stesso, e nel consegnarsi al movimento delle strade, riducendosi a un occhio che vede, eludeva l’obbligo di pensare; e questo, più di qualsiasi altra cosa, gli donava una scheggia di pace, un salutare vuoto interiore. Il mondo era fuori di lui, gli stava intorno e davanti, e la velocità del suo continuo cambiamento gli rendeva impossibile soffermarsi troppo su qualunque cosa. Il movimento era intrinseco all’atto di porre un piede davanti all’altro concedendosi di seguire la deriva del proprio corpo. Vagando senza meta, tutti i luoghi diventavano uguali e non contava più dove ci si trovava. Nelle camminate più riuscite giungeva a non sentirsi in nessun luogo. E alla fine era solo questo che chiedeva alle cose: di non essere in nessun luogo. New York era il nessun luogo che si era costruito attorno, ed era sicuro di non volerlo lasciare mai più. 

Foto di David Joyce

Foto di David Joyce

Il “nessun luogo” suggerito da Paul Auster, appare come una caratteristica totalizzante e forse veritiera nel suo tentativo di spiegare – e raccontare – New York. Una città che è ormai diventata icona dell’idea stessa di metropoli, che vive in ognuno di noi: nei suoi abitanti così come chi l’ha vista solo al cinema o letta nei libri. New York è, allo stesso tempo, di tutti e di nessuno, spazio vivissimo e silente. New York è ovunque e da nessuna parte. Forse, ora più che mai, New York è figlia del proprio immaginario.

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Rubrica: CityTelling, Top post

  • Scritto da:

  • Sara Pagnini
  • Traduttrice, redattrice, editor. Ama prendersi cura di due cose: i testi degli altri e i suoi 7 gatti e 2 cani. Ha tradotto poesia e narrativa latinoamericane per passione e testi tecnici e scientifici per lavoro, e sogna di tradurre il nuovo grande scrittore di lingua ebraica; nel frattempo, collabora con PubblicarSÌ.com. Se serve, ha anche un sito che si chiama come lei.


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