Come si sceglie il giusto font?

Come si sceglie il giusto font?

Nella puntata precedente abbiamo imparato che cosa significa “impaginare” e abbiamo appreso che un’opera letteraria non è fatta solo di contenuto, ma esige anche una certa chiarezza formale ed estetica. Riprendiamo da qui, dopo aver ripassato che gli Stili di paragrafo sono imprescindibili. Approfondiamo un altro livello importante di comunicazione, che è intrinseco dal momento stesso in cui cominciamo a digitare: parliamo di font.

Un font è una serie di segni e simboli alfabetici accomunanti da uno stesso stile grafico e tali segni sono detti glifi. I glifi non sono solo lettere, ma anche numeri, punteggiatura e altri simboli (ad esempio caratteri matematici, musicali, disegni).
Il termine font deriva dal latino fundere (fondere) e fa riferimento agli antichi caratteri mobili utilizzati per la stampa tipografica, che venivano prodotti versando del metallo fuso nella forma del singolo carattere.

Se andiamo oltre alla definizione e ai riferimenti storici, scopriamo che ciascun carattere ha la facoltà di veicolare un certo messaggio oltre al messaggio stesso espresso con le parole digitate.
Fate caso alle insegne, alle testate giornalistiche, ai foglietti illustrativi…
Avete mai visto un foglietto illustrativo che accompagna un farmaco scritto in un carattere gotico? O magari in un carattere che ricorda la scrittura a mano? No, non vi è successo, perché un oggetto del genere deve trasmettere una sensazione di serietà, veridicità, estrema chiarezza.

E ancora, non vedrete mai una confezione di cioccolatini viennesi di alta qualità con una scritta in stile futuristico o battuto a macchina, perché qui occorre richiamare la raffinatezza, l’eleganza e, appunto, la qualità eccellente.

Dunque capiamo come un certo stile grafico abbia un significato già solo per il suo tratto estetico ed è quindi necessario tenerlo presente. Ma come ci districhiamo tra i font esistenti?

I tanti archivi disponibili online (gratis o a pagamento) utilizzano diversi metodi di classificazione; alcuni si basano sul loro aspetto estetico, altri tengono conto di altre caratteristiche. Esistono alcuni criteri che possono aiutarci a distinguere “macrofamiglie” di caratteri.

Innanzitutto la presenza o meno di grazie, ovvero dei piccoli prolungamenti ortogonali posti all’estremità dei caratteri, la cui utilità è di bellezza e armonia estetica. I font con le grazie sono detti Serif, quelli senza grazie sono i Sans Serif.
I Serif sono considerati più facili alla lettura in lunghi passaggi e sono utilizzati quasi sempre su carta stampata, che siano libri, riviste o quotidiani. Alcuni esempi sono Times New Roman, Garamond, Palatino, Bodoni.

Imm1_serif

I Sans Serif sono più moderni e meno seriosi; sono generalmente più utilizzati per le pagine web perché maggiormente leggibili a video. Menzioniamo tra questi Arial, Helvetica, Futura, Frutiger.

Imm2_sans-serif

Un secondo criterio di classificazione è la proporzionalità dei font. I caratteri tipografici i cui glifi hanno una larghezza variabile sono chiamati proportional, mentre quelli in cui ogni glifo mantiene una larghezza fissa, sono detti monospaced.

Imm3_prop-mono

I primi sono ormai i più diffusi e i più armonici da leggere, mentre i monospaced restano validi nella programmazione o nei documenti di dati dove è importante l’allineamento ordinato in colonna.

Per la scelta del font quindi, bisogna tenere conto:

  • del messaggio da veicolare
  • del tono (più leggero o più solenne, più serio o più giocoso)
  • della funzionalità (mi servono colonne allineate? se devo fare delle operazioni matematiche sì)
  • del supporto su cui le persone fruiranno del nostro testo scritto (stampa o video).

Oltre a tutto questo, per ogni famiglia di font, esistono le variabili bold e italic (rispettivamente grassetto e corsivo).
Il grassetto si usa per dare risalto a una parola o frase nel testo, fa balzare all’occhio qualche concetto, pertanto è bene non eccedere, altrimenti gli occhi non riusciranno ad isolare quelle parole e l’effetto sarà opposto.
Il corsivo va utilizzato per parole straniere, modi di dire, traduzioni, termini tecnici, a volte nelle citazioni o nei dialoghi. E ancora per i titoli (di libri, film, canzoni, quadri, tutto insomma) contenuti nel testo o nelle didascalie.

Infine mi preme ricordare che tra i glifi dei font esistono anche i caratteri accentati. Finché si tratta di lettere minuscole – come finali di parole – non ci sono molti problemi, anche perché i vari tool di videoscrittura tendono anche a ricordarci quale accento tra acuto e grave sia corretto.
(ad esempio: perché vuole l’accento acuto, cioè lo vuole grave, ma se sbagliamo verrà corretto in automatico).

Il caso da sottolineare è quello delle maiuscole accentate. Impariamo a scrivere È, dato che E’ non esiste. È vero, sulla tastiera non vediamo questo glifo, ma lo troviamo nella Mappa dei caratteri – su Windows – o nella funzione Caratteri Speciali di Libro Font – su Mac. Più facile ancora: su Windows otteniamo la È con la combinazione di tasti ALT + 0200; su Mac con la combinazione ALT + SHIFT + E. Lasciamo l’apostrofo al suo posto… su un’amica, su un po’ ma mi raccomando non su qual è.

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Rubrica: Format!, Top post

  • Scritto da:

  • Diana Caputo
  • Diana Caputo ama la Bellezza in tutte le sue forme e sostanze. È innamorata di navi e transatlantici, dell’universo e delle costellazioni, di comunicazione grafica, scritta e parlata (in dizione corretta per favore!). A conti fatti però, sembrerà assurdo, predilige il linguaggio non verbale. Se vi è venuto il dubbio che non esista, potete ricredervi guardando i suoi lavori qui.


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