Roma

Roma Foto di Bruno (https://www.flickr.com/photos/_pek_/ )

«credi che io sia monarchico? Pe’ gnente
che me ne frega? E manco socialista
Repubblicano? Affatto! Io so’ teppista
e, pe’ de più, teppista intransiggente

Ciancico, sfrutto, faccio er prepotente
còr proletario e còr capitalista
caccio er cortello, meno all’imprevista
magno e nun pago e provoco la gente

se me capita, sfascio: e sputo en faccia
a le donne, a li preti, a li sordati…
Ma nun me crede poi tanto bojaccia

Che so più onesto, quando semo ar dunque
de tutti ‘sti teppisti ariparati
de dietro a ‘na politica qualunque».

L’ironica poesia di Trilussa Er teppista, rigorosamente in romanesco, esprime al meglio un sentimento diffuso verso la politica. Sembra quasi che sia stata scritta l’altro ieri, quando Roma per l’ennesima volta assurge agli “onori” della cronaca per questioni non proprio lodevoli. Affarismi di ogni tipo, corruzione, decadenza morale. E su tutto un rigurgito fascista che si rovescia violentemente sulla capitale, che non si preoccupa nemmeno più di nascondersi o – mai sia – di confrontarsi con la storia, quella del ventennio o quella dello stragismo. Chissà cosa scriverebbe oggigiorno Trilussa.

Ma è Pier Paolo Pasolini che più di tutti ha saputo osservare e interpretare la realtà romana e forse aveva anche capito le derive che la nostra storia avrebbe preso. Le periferie brutte e straziate da un’edilizia selvaggia, dalla povertà e dall’ignoranza. Lo smarrimento culturale e morale dei suoi abitanti e il loro abbandono in una ghettizzazione forzata, sono mirabilmente espressi nei suoi romanzi:

Roma era tutta gocciolante. Specie intorno al Tevere, da Testaccio a Porta Portese, alla Lungaretta. Cadeva giù un’acqua così fitta e leggera che si scioglieva prima di arrivare sul selciato. I viali e i vicoletti erano pieni di quel vapore caldo, dove galleggiavano da una parte l’Aventino, dall’altra Monteverde. Erano le sei o sette di sera, e perciò quando Tommaso, Lello e il Cagone, scesero dal 13 ai giardinetti davanti al Ponte Quattro Capi, lì era tutto vuoto o quasi, c’erano solo le prime zoccole che cominciavano a girare e un passaggio di motorini che battevano da Ponte Garibaldi a Caracalla; ma appena passato il ponte, alla Lungaretta, c’era tutta la confusione della domenica sera. [...] Tra le file di carrozzelle e di macchine, davanti ai bar che cominciavano a abbassare le saracinesche, s’erano radunati già quasi un centinaio di cosi, di fascisti. Allineati qua e là, sui marciapiedini, agli angoletti delle strade, sugli scalini della fontana, cominciavano a fischiare, a organizzare la gazzarra. Come arrivarono altre squadre, e la piazzetta fu quasi piena, le fischiate alla pecorara si fecero più forti e continue. I tassinari e i facocchi s’erano ritirati accanto al giornalista, e lì, bianchi in faccia e accasciati, ciancicavano i morti. Tutte le file dei fascisti andarono verso un cantone della piazza, al comincio della Via del Seminario. Lì c’era un alberghetto, che si chiamava del Sole. I camerieri già s’erano dati dopo aver chiuso alla scappavia tutte le finestre, e solo la porta era mezza aperta, col proprietario che ogni tanto ci faceva capoccella, cagandosi sotto per la paura. “Via li cecoslovacchi!” gridavano intanto beffardi i missini, e giù fischi di nuovo, sempre più forti. “Fate schifo!” gridavano. “Aritornate da indò sete venuti!” “Ve c’hanno portati o ce sete venuti?” “Aritornate a la cortina vostra!” “A cecoslovacchiii!” gridava uno, e cinque sei compari intorno a lui facevano un coro di pernacchie. “State bboni!” si raccomandava il proprietario. “Che colpa c’ho io, si me c’hanno mannato li cecoslovacchi!”  In quel mentre da due tre file, che si passavano la voce, si sentì dire: “‘A mmerda! ‘A mmerda!” E infatti cinque sei marani, addetti a quell’operazione, che si annunciava tanto carina, avanzavano dai vicoletti. Lesti lesti, piegati e rannicchiati, un po’ ridendo un po’ baccaiando, venivano avanti a passo di marcetta, coi mastelli in mano: mastelli, bagnarole, secchi. Tutti erano pieni d’una ciufega gialla scura, bella impolmonita. Presero e incominciarono a buttarla contro la porta e la parete dell’alberghetto. Ci voleva una tattica speciale, perché la merda, buttata, non rischizzasse addosso a chi la buttava e agli altri ch’erano intorno. Prendevano il secchio agili per il manico e per il fondo, e via, con un colpo secco, la scaricavano, uno qua uno là. C’era una tanfa che toglieva il fiato, e tutti ridevano, ridevano, sgriciolandosi». 

Foto di Roberto Taddeo

Foto di Roberto Taddeo

In questo brano tratto da Una vita violentaPasolini racconta di un’umanità lasciata a se stessa, incline a un’ignoranza e a una violenza senza senso da cui, solo alla fine, il protagonista Tommaso Puzzilli riesce a riscattarsi.

Paradossalmente, in quegli stessi anni ’50 e ’60, Roma è stata anche uno dei centri culturali più fervidi e produttivi d’Italia e del mondo, i cui protagonisti sono gioiosamente, e allo stesso tempo, malinconicamente descritti e rievocati nel bel romanzo di Maria Pace OttieriPromettimi di non morire:

Il caffè è Rosati in piazza del Popolo a Roma, la sera quella di un giorno qualunque del 1962. Una bella ragazza americana, folti capelli e labbra prominenti, osserva al bancone chi entra e chi esce. Non è il mondo divino dell’antichità a inebriarla a Roma, ma quella speciale mescolanza di cinema, arte e letteratura che si incontra nel celebre caffè di piazza del Popolo. Il luogo si anima verso le otto, quando il barman dà un’ultima ed esuberante strigliata alla macchina del caffè e comincia a mettere sul bancone piattini di olive e patatine. La ragazza ha un appuntamento ma è venuta un po’ prima, è un’habitué e scrive della società romana per la rivista americana Glamour. La ragazza ordina un Cinzano e si guarda intorno per vedere chi c’è: sta entrando Pasolini. Ha un’aria piú da istruttore di pugilato che da romanziere e poeta. Difficile spiegare il suo mondo ai lettori americani di Glamour, il mondo delle periferie romane, nel quale i suoi eroi parlano un romanesco dialettale e poetico, muovendosi tra desolate macerie da cui non riescono ad allontanarsi. Pasolini è in piedi sulla porta del caffè, si guarda in giro, aggrondato, da sotto i suoi occhiali scuri, e parla intensamente con Laura Betti. È nata come attrice, ma poi ha avuto l’idea di chiedere ai suoi amici scrittori di scriverle delle canzoni e così ha raggiunto una certa fama. Ha una biondezza e un’esilità da bambina, indossa un impermeabile giallo e stivali alti di gomma nera lucida. Ma non sta piovendo. Eppure, la ragazza ricorda di averla sempre e solo vista vestita da pioggia. La ragazza è troppo lontana per ascoltare la loro conversazione, ma crede di poterne immaginare l’argomento. Pasolini ha di recente cominciato a girare il suo secondo film e uno degli attori principali, Franco Citti, un ragazzo di talento con un’espressione trucida (scoperto da Pasolini in qualche strada “pericolosa” delle borgate), è stato arrestato un paio di settimane prima per ubriachezza molesta e condannato a un anno di prigione. Ogni tanto capitava da Rosati con un abito sfacciatamente nuovo, scarpe dalla punta quadrata e la sua enorme Fiat rossa parcheggiata con grande orgoglio di fronte alla porta del bar. Nel suo primo film, Accattone, recitava il ruolo di un amareggiato gigolò che si innamora suo malgrado. La scena che la ragazza ricorda in modo piú vivido è quella in cui scende a piedi lungo una strada desolata, il cui squallore è accentuato dal bagliore accecante e fisso del sole. I bambini giocano nella polvere, si sentono voci di scherno fuori scena e in questa camminata c’è tutta la disperazione della povertà, dell’essere dannato e dimenticato. La ragazza distoglie lo sguardo dalla porta che sta fissando come alla ricerca di fantasmi e vede nell’angolo, appoggiato al banco della pasticceria, Raffaele La Capria, il minuto ed esuberante scrittore napoletano fiancheggiato dai suoi due alti avvocati, uno per parte, come carabinieri. Per il suo romanzo Ferito a morte, vincitore del Premio Strega, è stato accusato di diffamazione dal sindaco di una cittadina vicino Napoli, dove il libro è ambientato. Il caso si è trascinato per mesi, ulteriormente complicato dal fatto che, senza rinunciare alla convinzione di essere stato insultato, il sindaco pare non sia ancora riuscito a dipanare il complesso intreccio psicologico del libro. Durante un’udienza del processo a Napoli, stizzito, si è rivolto a uno degli avvocati della difesa esigendo di sapere di che cosa parlasse. Una volta la ragazza ha chiesto a La Capria come mai nella maggior parte dei romanzi italiani non vi sia traccia di senso dell’umorismo e lui, divertito, le ha risposto: “Io scrivo con umorismo e tutti credono che li diffami. Gli italiani si prendono troppo sul serio”.  

Fonte: http://ilcassetto.forumcommunity.net/?t=53279221

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Ma come si è trasformata Roma, cosa è diventata da quel periodo di apparente fervore, in cui si poteva quasi pensare che le cose sarebbero davvero migliorate, in cui il benessere economico avrebbe curato tutto e tutti? Il ritratto forse più preciso di questa Roma odierna è quello che ne fa Christian Raimo, nel suo Il peso della grazia:

Fuori dal finestrino, Roma si dileguava. Si scioglieva di stazione in stazione. I palazzi che diventano case a tre piani, le pareti di cemento insonorizzanti che si trasformano in muretti a secco. I cavi dell’alimentazione del treno sostenuti da sbarre di ferro ritorte che somigliano a uomini con le braccia allungate: tiramolleschi, inclinati a fare surf. L’ombra esile di case rosa e violette, l’ammattonato claustrale che sono gli slarghi delle borgate. Una stanchezza velata, polverosa, così dichiaratamente melanconica e squallida da risultare di famiglia, depositata sulle banchine della stazione Valle Aurelia, Appiano, San Filippo Neri, fra l’acciottolato scuro delle rotaie, che adesso svaporava verso un cielo sempre piú chiaro all’orizzonte, come irradiato da una luce latente nascosta. Un sole sul punto di fulminarsi. Ho passato senza accorgermene la stazione della Pisana e sono sceso a quella successiva, Casalotti, neanche un chilometro a piedi da casa mia. Con gli occhi socchiusi come finestre di paese, mi sono messo a camminare sotto il sole. Il mondo sembrava un fondale rappezzato. La pioggia non aveva rinfrescato nulla, era una giornata impietosa. I palazzi e le strade asciutte odoravano di acquitrino. Sui marciapiedi screpolati, con i tubi di ferro a capofitto nelcemento, c’erano ancora le schiere avvizzite di cartelloni elettorali: sbiaditi, con scritte ancora piú sintetiche, primitive. Messaggi come A ROMA UNITI SI VINCE, e le persone passavano, da sole, davanti a questi manifesti consunti e non li degnavano di uno sguardo.  Ho affondato le scarpe con la suola grossa ai confini dei prati, dopo la Pisana – gente che cammina di fretta in mezzo all’erba alta, oltre via della Lucchina, lì dove la segnaletica ridiventava simbolica. Zone al confine tra pascoli e terreni privati, poderi recintati per finta, col filo spinato accartocciato su se stesso quasi l’umidità l’avesse infeltrito. Spesso guardo con una beatitudine ottusa questa città, la mia città, evaporare. La civiltà di scarto. Le ditte di costruzioni continuano a scaricare qui, tra le anime d’acciaio che segnano i luoghi delle fondamenta, masse di rifiuti abusivi che verranno ricoperti nel giro di pochi giorni da colate di cemento preliminari, quelle buttate in fretta almeno per appianare il terreno. Poi, se qualcuno ne avrà ancora voglia, si edificherà un condominio di mattoncini ocra. […] Siamo sopra il mercato di Primavalle, e deviamo a destra per via del Fosso di Monte Mario e poi per via Andersen, una striscia di alberi in mezzo, ringhiere, case che si abbassano, tutto fatto di mattoni edi ferro verde, giallo, rosso, e marrone. – Non lo so, – dico, – mi piace, e poi mi disgusta Roma. È una specie di oggetto esterno che però fa parte del tuo corpo… Oh, qua… qua c’è stato quello stupro, ti ricordi, un anno fa… – La strada nell’avvallamento si apre, come se qualcuno l’avesse scartavetrata e ne mostrasse la struttura interna oltre la biacca. – Quest’è Quartaccio, – rallento fino quasi a accostare. Le viuzze dissestate, interrotte da presunti lavori non finiti, una serie di colonne assiepate all’interno di un rettangolo di verde. Via Flaubert, via Hugo, via Sand, via Gide, via Faulkner, la toponomastica degli scrittori galleggia sopra le case a quattro piani di uno dei tanti interventi di edilizia popolare degli ultimi trent’anni. Una scritta grande lungo tutta una parete di un garage a vista dice SOLO ME SÒ CACATO ER CAZZO, AMÒ…  – Abiti qui? Mi struscio le mani sugli occhi. Talvolta mi basta un gesto per immaginarmi come un adulto che ha fatto esperienza del mondo. – No, ma ci passo spesso per tornare a casa, anche se non è di strada. – Perché? Che c’è di particolare? Rallento ancora ma senza fermarmi in piazza Thomas Mann, davanti alla chiesa di Santa Maria della Presentazione. Qui basta girare lo sguardo a trecentosessanta gradi, e il paesaggio cambia in continuazione, come se l’unica possibilità di percepire le cose consistesse in un moto di incredulità che non è molto diverso dalla pura indifferenza. Potrebbe esserci una base spaziale su un fianco della strada e dall’altra parte un incendio. Niente sorprenderebbe nessuno.

Foto di Bruno

Foto di Bruno

La grande bellezza – quella dei monumenti antichi, delle chiese, degli angoli pittoreschi, del Lungotevere, dei sette colli – nelle parole di Raimo è lontana anni luce: le sue esplorazioni avvengono tutte in una Roma periferica, maltrattata e sciatta. Ma lo sguardo di Raimo riesce, nonostante tutto, a rendercene una visione benevola. Raimo, come già Pasolini, si butta in questo spazio di nessuno e ne trae ciò che ancora di buono vi rimane.

Un po’ come nella delicata descrizione del rapporto tra Nino e il fratellino Giuseppe, loro malgrado coinvolti nella bruttura della guerra: unico momento di grazia in mezzo alla distruzione e alle macerie di Roma, così come ce lo racconta Elsa Morante nel suo La storia:

Da vicino, immediatamente sotto i suoi occhi, la prima cosa che vedeva, lungo la passeggiata, erano i riccetti neri di suo fratello, danzanti nel vento primaverile. E tutto il mondo circostante, ai suoi occhi, danzava nel ritmo di quei riccetti. Sarebbe assurdo citare qui le poche vie per dove passarono, nel quartiere di San Lorenzo, e la popolazione che si muoveva d’intorno a loro. Quel mondo e quella popolazione, poveri, affannosi e deformati dalla smorfia della guerra, si spiegavano agli occhi di Giuseppe come una multipla e unica fantasmagoria, di cui nemmeno una descrizione dell’Alhambra di Granata, o degli orti di Shiraz, né forse perfino del Paradiso Terrestre potrebbe rendere una somiglianza. Per tutta la strada, Giuseppe non faceva che ridere; esclamando o mormorando, con la piccola voce venata da una emozione straordinaria. E quando infine si arrestarono su un misero spiazzale d’erba, dove due stenti alberi cittadini avevano messo le loro radici, e si riposarono a sedere su quell’erba, la felicità di Giuseppe, davanti a quella bellezza sublime, diventò quasi spavento; e si aggrappò con le due mani alla blusa del fratello. Era la prima volta in vita sua che vedeva un prato; e ogni stelo d’erba gli appariva illuminato dal di dentro, quasi contenesse un filo di luce verde. Così le foglie degli alberi erano centinaia di lampade, in cui si accendeva non solo il verde, e non solo i sette colori della scala, ma ancora altri colori sconosciuti. I casamenti popolari, intorno allo spiazzo, nella luce aperta del mattino, essi pure sembravano accendere le loro tinte per uno splendore interno, che li inargentava e li indorava come castelli altissimi. I rari vasi di geranio e di basilico alle finestre erano minuscole costellazioni, che illuminavano l’aria; e la gente vestita di colori era mossa intorno, per lo spiazzo, dallo stesso vento ritmico e grandioso che muove i cerchi celesti, con le loro nubi, i loro soli e le loro lune. Giuseppe ebbe un sorriso incerto, che lasciava vedere i suoi primi denti di latte da poco nati. Ma non lo seppe dire. Il suo sorriso tremava. Alla loro seconda uscita, che seguì di lì a pochi giorni, andarono a vedere i treni alla Stazione Tiburtina: non soltanto dalla parte della piazza, dentro la zona aperta ai passeggeri ma anche dentro la zona più speciale riserbata ai carri merci, alla quale si accedeva da una via retrostante. A questa zona, per il pubblico ordinario l’accesso era difeso da un cancello; ma Ninnuzzu, che contava qualche conoscenza fra gli addetti ai lavori, spinto il cancello vi entrò liberamente, come in un suo vecchio feudo. E difatti, fino dalla sua infanzia, quell’angolo del quartiere San Lorenzo era stata una sorta di riserva di caccia per lui e i suoi amici stradaioli». 

Foto di David Vidal Aguete

Foto di David Vidal Aguete

Attimi di vera bellezza nonostante tutto, quelli descritti da Elsa Morante ne La storia, che sembrano suggerire la possibilità di un miglioramento anche nelle situazioni più orribili. Le macerie di ieri e le periferie di oggi: lo stesso degrado che rischia di sommergere tutto e tutti. Ma al di là dei cliché e degli stereotipi di una Roma monumentale, papalina e tronfia di opulenza, esistono storie diverse, interessanti, bellissime. E che meritano assolutamente di essere conosciute. L’ha capito molto bene un cantastorie contemporaneo come Zerocalcare che nelle sue storie racconta la sua periferia – Rebibbia – con amore e orgoglio, ribaditi con forza nel recente murale da lui realizzato proprio alla stazione della metropolitana del suo quartiere. Un messaggio il suo –  ”Qui ci manca tutto • Non ci serve niente” – che sembra invitare a una nuova solidarietà popolare, ultimamente poco di moda, ma che sicuramente rimane l’unica via percorribile.

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Rubrica: CityTelling, Top post

  • Scritto da:

  • Sara Pagnini
  • Traduttrice, redattrice, editor. Ama prendersi cura di due cose: i testi degli altri e i suoi 7 gatti e 2 cani. Ha tradotto poesia e narrativa latinoamericane per passione e testi tecnici e scientifici per lavoro, e sogna di tradurre il nuovo grande scrittore di lingua ebraica; nel frattempo, collabora con PubblicarSÌ.com. Se serve, ha anche un sito che si chiama come lei.


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