Buenos Aires

Buenos Aires Foto di Jesus Alexander Reyes Sànchez ( https://www.flickr.com/photos/alexreyes/ )

Sogni e allucinazioni, babele labirintica e caotica che danza al ritmo di una musica peccaminosa. Musa di poeti e scrittori, musici e artisti di ogni sorta. Attraente e malinconica, immensa e sensuale: Buenos Aires ti strega, ti afferra, ti penetra. Proprio come nelle parole del famosissimo tango di Alfredo La Pera, Mi Buenos Aires querido, reso immortale dalla voce di Carlos Gardel:

Mia Buenos Aires

terra in fiore

che vedrà la mia fine.

Al tuo riparo

non ci sono delusioni,

volano gli anni,

si dimentica il dolore.

Come una carovana,

i ricordi passano,

come una scia

dolce di emozione.

Voglio che tu sappia

che già solo evocandoti,

scompaiono i dolori

del cuore.

Terra di conquista e immigrazione, Buenos Aires, mantiene vivo e immortale il suo mito fondativo di città senza regole, abitata da guappi e delinquenti pronti a tirar fuori il coltello in qualsiasi momento. Atti di prepotenza incontrollata, di una Buenos Aires criolla che si incontra e si scontra con quella dell’immigrazione, che di lì a poco tempo, avrebbe travolto e trasformato per sempre il volto della città. Nel racconto Uomo all’angolo della casa rosa, Jorge Luis Borges ci offre di questo periodo un ritratto così preciso da sembrare la scena di un film:

Abile come pochi con il coltello, era uno degli uomini di don Nicolás Paredes, che era uno degli uomini di Morel. Ti arrivava al bordello tutto in ghingheri, su un cavallo nero con i finimenti d’argento; uomini e cani lo rispettavano, e così pure le donne; nessuno ignorava che aveva due morti sulla coscienza; sulla zazzera bisunta portava un feltro floscio con la tesa stretta; la vita gli sorrideva, come si dice. Noi ragazzi di Villa Santa Rita copiavamo persino il suo modo di sputare. Noi ragazzi eravamo arrivati di buon’ora alla balera della Julia, che era un capannone di lamiera, fra la strada di Gauna e il Maldonado. Era un locale che lo vedevi da lontano, per via della luce che quel lampione svergognato faceva lì intorno, e anche per via della cagnara. L’acquavite, la milonga, tutte quelle femmine, una condiscendente parolaccia dalla bocca di Rosendo, una sua pacca data a caso nel mucchio e che io cercavo di prendere per un segno di amicizia: non c’era nessuno più felice di me. Mi capitò una ragazza che mi seguiva proprio bene, come se indovinasse le mie intenzioni. Il tango faceva di noi quello che voleva e ci trascinava e ci perdeva e ci guidava e ci faceva ritrovare. ’acquavite, la milonga, tutte quelle femmine, una condiscendente parolaccia dalla bocca di Rosendo, una sua pacca data a caso nel mucchio e che io cercavo di prendere per un segno di amicizia: non c’era nessuno più felice di me. Mi capitò una ragazza che mi seguiva proprio bene, come se indovinasse le mie intenzioni. Il tango faceva di noi quello che voleva e ci trascinava e ci perdeva e ci guidava e ci faceva ritrovare. Gli uomini se la stavano tutti spassando così, come in un sogno, quando d’improvviso mi sembrò che la musica crescesse, ed era perché si mescolava a quella dei chitarristi della carrozzella, sempre più vicina. Poi la brezza che la portava cambiò direzione, ed io mi occupai di nuovo del mio corpo e di quello della ragazza e delle chiacchiere del ballo.

Foto di Gustavo Brazzalle

Foto di Gustavo Brazzalle

Roberto Arlt è stato senza ombra di dubbio un vero e proprio ritrattista del paesaggio porteño, sia urbano che umano. Ha esplorato i recessi più profondi dell’angoscia umana, vivendoli sulla propria pelle e raccontandoceli con dovizia di particolari. Sempre sull’orlo di una follia, verso la quale sembra inevitabile prima o poi cadranno, i personaggi di Arlt rappresentano lo stupore umano di fronte alla grandiosità cannibale della metropoli moderna, ma verso la quale reagiscono mollemente, come ignave marionette prigioniere del clangore urbano e della meschinità altrui. La riflessione di Erdosain, protagonista del romanzo I sette pazzi, è in tal senso alquanto esemplare:

Questa atmosfera di sogno e inquietudine che lo faceva vagare dentro i giorni come un sonnambulo lui la chiamava «zona di angoscia».  Erdosain immaginava l’esistenza di tale zona al di sopra delle città, a due metri d’altezza, e le attribuiva la forma di quelle regioni di saline o di quei deserti segnalati sulle mappe con spessi ovali simili a uova di aringhe.  La zona di angoscia era la conseguenza della sofferenza umana, si spostava lentamente come una nube di gas tossico, penetrando muri e attraversando edifici senza perdere la forma piatta e orizzontale, angoscia bidimensionale che tagliando la gola vi lascia un retrogusto di singhiozzo. Tale era la spiegazione che Erdosain si dava ogni volta che cominciava a sentire la nausea della sua pena. Che cosa sto facendo della mia vita, si chiedeva allora, volendo forse chiarire con questa domanda le origini dell’ansia che gli faceva desiderare un’esistenza nella quale il domani non fosse la continuazione dell’oggi, bensì qualcosa di diverso e sempre sorprendente, come nei film nordamericani, dove il barbone di ieri è oggi il capo di una società segreta, e la dattilografa avventuriera diventa una milionaria in incognito. Questo bisogno di meraviglie impossibili da soddisfare – lui era un inventore fallito e un delinquente con un piede in galera – gli lasciava in bocca un gusto di rabbiosa acidità e i denti sensibili come se avesse masticato limone. In tali frangenti fantasticava di scenari insensati. [...] A volte una irrequieta speranza lo spingeva a uscire per strada, e allora prendeva un autobus e scendeva a Palermo o a Belgrano. Percorreva meditabondo i viali silenziosi e si diceva: incontrerò una giovane donna, una fanciulla alta, pallida e introversa, che per capriccio guida una Rolls-Royce e porta a spasso la sua tristezza. A un tratto mi vedrà e capirà che sono l’uomo della sua vita, e quello sguardo, un oltraggio per gli sventurati, si poserà su di me con occhi pieni di lacrime. E nelle ore calde della siesta camminava sui marciapiedi bollenti sotto il sole giallo in cerca dei lupanari piú immondi. Preferiva quelli di cui s’intravedevano androni con sudiciume e bucce d’arancia sul pavimento, e finestre con tende di stoffa rossa e verde dozzinali, protette da reti metalliche. Entrava con la morte nell’anima. Nel patio, sotto ritagli di cielo azzurro, di solito c’era un’unica panca color ocra e lì si lasciava cadere estenuato, sopportando lo sguardo glaciale della tenutaria mentre attendeva l’arrivo di una donna che poteva essere orrendamente grassa o terribilmente magra. La meretrice lo chiamava urlando dalla porta socchiusa di una stanza dove si udivano i rumori di un uomo che si rivestiva: andiamo, caro? e Erdosain entrava nell’altra stanza con ronzio nelle orecchie e nebbia nelle pupille.

Foro di (M)

Foto di (M)

Alla deambulazione quasi ipnotica per le strade di Buenos Aires di Erdosain -  o qualsiasi altro personaggio fittizio di Roberto Arlt – si oppongono le sue celeberrime “acqueforti”, che ci rendono una visione ironica e puntuale, nonché filosofica e a tratti commovente, della città argentina e della sua umanità:

L’isola di Maciel abbonda di spettacoli brutali. Nell’isola non si riesce a capire, a momenti, dove finisce il canneto e dove inizia la città. […] Ma lo spettacolo che più impressiona quando si arriva all’isola, a pochi metri del ponte sul fiume Riachuelo, è un corpo di guardia di venti giganti di acciaio, morti, che minacciano il cielo con le loro braccia attorcigliate di catene, chissà, forse abbandonate lì in attesa dell’ossidazione. Sono venti gru che fino a qualche anno fa lavoravano di fronte alla costa della capitale. Un giorno la società di refrigerazione delle carni installò impianti nuovi e le gru non servirono più, e da allora le loro potenti braccia d’acciaio, cucite in lunghe file, non si sono più mosse. E guardando ovunque, attorno alle venti gru, infilate come condannati a morte, non si nota altra realtà che quella della paralizzazione della vita. Nei binari le ruote sembrano pietrificate sopra i propri assi. Sotto la volta dei corpi piramidali hanno costruito rifugi i disoccupati e i vagabondi. Appesa a qualche corda, la roba appena lavata si muove, asciugandosi al sole. Mentre prendo appunti, da sotto una gru, esce un cieco, baffi bianchi. Il cuoco di un rimorchiatore, gridando, sveglia un vagabondo per offrirgli gli avanzi di un piatto di pasta. E solo guardando il ponte, o verso l’acqua, o i bar della vita, uno dimentica lo spettacolo sinistro che incarnano le venti braccia ornate di catene fuligginose, attorcigliate a quel cielo di un blu cobalto, tra lacerate forme a V.

Foto di Jimmy Baikovicius

Foto di Jimmy Baikovicius

Gru abbandonate nell’isola di Maciel è solo uno dei tanti ritratti contenuti in Acqueforti di Buenos Aires, descrizioni raffinate ed elaborate di una città che di lì a pochissimo, con l’avvento di Perón, avrebbe nuovamente cambiato volto e stile di vita.

Quando Perón raggiunge il potere, Buenos Aires, così come tutta l’argentina, ha conosciuto un’immigrazione di massa dall’Europa senza precedenti. A parte la sottoscritta, credo che tutti abbiano un parente, anche solo alla lontana, che sia emigrato in Argentina. E questo ovviamente è stato il caso di Alberto Prunetti, scrittore e traduttore, che nel suo romanzo Il fioraio di Perón ci racconta l’esperienza – assolutamente vera – del suo prozio Cosimo che non solo era emigrato a Buenos Aires, ma aveva addirittura lavorato alla Casa Rosada:

Cosimo in Argentina trovò l’America. Diventò molto ricco con un negozio di fiori, il più importante di Buenos Aires, secondo lui. Alla fine degli anni Quaranta intrecciava fiori per un cliente speciale: il presidente Perón. Proprio così: Don Cosimo era il fioraio di Perón. Ma Cosimo aveva lavorato per la Casa Rosada anche prima del peronismo. Lo raccontava lui stesso in una delle lettere spedite alla sorella: Per molti anni sono stato dentro la casa di governo facendo li ornamentazioni di fiori i ho ricevuto felicitazioni i abbracci di Monsegnor Pacelli, di Presidenti di diverse nazioni in speciale il du Brasile, credo perché ci ho fatto la ornamentazione coi colori nazionali di Argentina y Brasile. Anche quando a venuto Pacelli in Argentina per il congreso eucaristico la ornamentazione la ho fatto formando la bandiera papale i sai cosa es fare tutto quello con fiore naturale – qui solo io li ho fatto…

Come spesso accadeva a chi emigrava in Argentina, la lingua madre subiva una trasformazione tutta sua, proprio come il cocoliche della lettera di Cosimo: quel mix inconfondibile di italiano dialettale e spagnolo porteño che ancora oggi, in alcune parole e modi di dire, è possibile ascoltare per le strade di Buenos Aires e nei versi di qualche tango dimenticato.

Di fronte alle tanto ostentate ricchezze dell’era peronista, l’immigrazione (stavolta dalle zone più povere dell’interno del paese), e la disuguaglianza sociale aumentano, comportando dapprima la deposizione di Perón – in seguito all’ennesimo colpo di stato – e in seguito la crescita di uno stato sempre più oppressivo, che sfocerà tragicamente nella dittatura militare del 1976, l’inizio dell’orrore.

Massimo Carlotto ne parla nel suo bellissimo Le irregolari: Buenos Aires Horror Tour, in cui ricostruisce con precisione gli eventi indicibili di quel periodo maledetto rendendoci tutta l’ambiguità e tutto lo stordimento incredulo di una vicenda – la guerra sucia – che ancora oggi, al parlarne, esplode in tutta la sua spaventosa e feroce crudeltà:

Appoggiai il passaporto sul banco. L’uomo lo guardò con attenzione. ”E’ un parente della señora Estela?”. “Di chi, scusi?” domandai sorpreso.  Con la penna indicò l’altro lato della strada, oltre la porta a vetri: “Estela Carlotto, la presidente delle Abuelas, le Nonne di Plaza de Mayo, c’è la loro sede proprio dall’altro lato della strada”. Scossi la testa: “No, non la conosco” tagliai corto. “Mi scusi” continuò l’altro, copiando i dati sul registro, “gliel’ho chiesto perché avete lo stesso cognome, siete tutti e due italiani e poi perché le Nonne, quando qualcuno le viene a visitare, si appoggiano sempre a questo hotel”. ”Una pura coincidenza” precisai. Solo mentre stavo togliendo le camicie dalla valigia realizzai il significato dell’ultima parte del discorso del portiere. Alzai la cornetta del telefono. “Sono Carlotto della duecentoquattro”. “Sì señor?”. “Prima mi ha parlato delle Nonne di Plaza de Mayo… hanno qualcosa a che vedere con le madri?”. “Sì, si occupano anche loro delle vittime della dittatura. Le nonne cercano i nipoti rapiti o quelli nati nei campi. “Campi?” chiesi allarmato “Sì, i campi clandestini, dove portavano i sequestrati” rispose stupito della mia ignoranza. “E questa Estela… Anche lei cerca qualcuno?”. “Señor” disse in tono paziente, “forse è il caso che attraversi la strada… Troverà delle vecchiette molto gentili che risponderanno volentieri alle sue domande”. Rimasi qualche minuto a osservare le finestre del quarto piano del civico tremiladuecentottantaquattro. Cominciai a ricordare, a ricomporre frammenti di un’altra vita. Parigi, Madrid, Città del Messico. Una moltitudine di fuggiaschi, molti gli esuli argentini. Voci in una babele di orrori. Empanadas, mate, tango e desaparecidos.

Foto di Montecruz Foto

Foto di Montecruz Foto

Buenos Aires è una città camaleontica che è passata e continua a passare attraverso profonde trasformazioni. È la metropoli caotica per eccellenza che intimorisce e allo stesso tempo attrae. È una città difficile da capire: in grado di creare una cultura e una suggestione propria, per non dire una letteratura sublime che sono riconoscibili anche allo sguardo più disattento. Ma è stata anche lo scenario di una serie di orrori indimenticabile e imperdonabili, di una violenza strisciante e immanente che purtroppo affligge – quale marchio di fattura – la maggioranza delle città latinoamericane. Buenos Aires: splendore e orrore, quindi, ma anche tensione perenne di ricerca e comprensione – forse impossibile – di se stessa.

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Rubrica: CityTelling, Top post

  • Scritto da:

  • Sara Pagnini
  • Traduttrice, redattrice, editor. Ama prendersi cura di due cose: i testi degli altri e i suoi 7 gatti e 2 cani. Ha tradotto poesia e narrativa latinoamericane per passione e testi tecnici e scientifici per lavoro, e sogna di tradurre il nuovo grande scrittore di lingua ebraica; nel frattempo, collabora con PubblicarSÌ.com. Se serve, ha anche un sito che si chiama come lei.


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