Le comunità di lettori e scrittori

Le comunità di lettori e scrittori Palermo 17-10-14, Nuove Pratiche Fest (https://www.facebook.com/nuovepratiche/timeline)

Bene, ora che la guerra commerciale tra Amazon e Hachette – che tanto spazio ha preso nelle cronache e negli elzeviri estivi – è giunta al termine con un accordo di cui però non si conoscono i dettagli, possiamo smetterla di tifare per l’uno o per l’altro e cominciare a ragionare un po’ più in profondità.

Io ci avevo provato la scorsa estate suggerendo una terza via, quella dell’alleanza con i lettori, della costruzione di comunità (community building dicono quelli aggiornati), ma mi devo scusare perché non devo averlo spiegato bene, se quell’articolo ha suscitato reazioni un po’ scomposte, che ne distorcevano il senso e che mi facevano passare per un  luddista che gridava al boicottaggio di Amazon (ci mancherebbe…). Più dolcemente altrove si diceva che gli appelli ai lettori come il mio avevano “il sapore di un certo idealismo di altri tempi”, e questo mi è parso francamente un bel complimento, perché l’idealismo, quando serve a guardare la realtà delle cose, non è una lente deformante, ma l’espressione di una legittima aspirazione: quella di cambiare tale realtà.

Più pericoloso – e certamente più miope – sarebbe stato guardare alla vicenda Amazon-Hachette (e più in generale allo stato attuale dell’editoria digitale, italiana e mondiale) attraverso uno sguardo ideologico. C’è ideologia e ideologia: c’è quella che si esprime come tifo, come partigianeria, come pensiero duale, ed è sempre esecrabile; e c’è anche quella più sottile, più raffinata, che offre ragionamenti apparentemente caratterizzati da forti dosi di realismo e buon senso, di coerenza e logicità, e che tuttavia non ammette mai di muoversi dentro un frame prefissato, le cui fondamenta non vengono mai poste in discussione.

Tra le molte penne che in Italia scrivono di digitale e in particolare di editoria digitale, parecchie soffrono di questa miopia: non vedono (o nel peggiore dei casi fanno finta di non vedere) che il contesto in cui essi articolano le loro riflessioni non è l’unico possibile, e darlo per scontato, allora, non vale. Mi spiego: affermare che i lettori andranno dove sarà loro conveniente, dove troveranno i prezzi e i servizi migliori non è di per sé falso, ma è un’affermazione vera solo a partire da una premessa che non descrive tutta la realtà: e cioè che i lettori sono consumatori perfettamente razionali. Se è vero che i consumi libreschi stanno drammaticamente calando, è anche vero che il prodotto libro ha un’elasticità diversa dalle lavatrici o dal succo d’arancia; tant’è che la spina dorsale del mercato italiano sono i cosiddetti lettori forti, cioé quelli che comprano libri nonostante tutto.

Proviamo allora a rompere questo sguardo ideologico: diciamo allora che, per quanto importante, il prezzo non può essere l’unica variabile che spiega le decisioni d’acquisto dei lettori. Certo: le offerte, i daily deals, le promozioni, gli ebook a 99 centesimi che con 20 copie acquistate ti fanno schizzare in classifica – tutto vero. Ma se mi guardo intorno non vedo solo consumatori di libri che freddamente calcolano quanta parte del proprio budget assegnare all’industria editoriale.

Vedo invece (perché ho la fortuna, lo ammetto, di vederle da vicino) iniziative che mettono insieme l’online e l’offline per promuovere la lettura in contesti dove reperire un libro non è proprio facile (non è questa, del resto, la grande lezione di Amazon?); vedo una realtà come Lìberos che attrae intorno alla lettura tutte le figure della filiera (editori, librai, bibliotecari e lettori) e usa gli strumenti del digitale per tessere reti sociali su un territorio e nuove pratiche distributive (come per esempio questo crowdfunding); vedo biblioteche iperattive e magnetiche, grandi poli di attrazione (le racconta benissimo Carmine Aceto nella sua rubrica, qui in particolare); vedi progetti di successo come Piccoli maestri o l’adozione di scrittori da parte delle Biblioteche fiorentine; vedo anche un proliferare di siti e app di natura fortemente social dedicati ai libri, a chi li legge e chi li scrive: BitLit, Blinkist, Reedsy e così via. E anche qui dentro ci stiamo facendo un pensierino

Insomma, vedo un sempre più forte desiderio di comunità, e non solo di sconti.

(Se non credete a me, chiedete a Forrester, la nota agenzia di ricerche di mercato, che per il 2015 prevede che the next big thing siano le branded communities)

Ecco cosa significa fare innovazione in editoria: non guardare solo (senz’altro, ma non solo) all’ultimo gadget tecnologico o un nuovo algoritmo, ma ascoltare i bisogni delle persone; non pensare solo in termini di rational choice ma considerare anche quegli elementi di complessità che sfuggono a una misurazione precisa; fuoriuscire dalla gabbia ideologica di un mercato con dinamiche e comportamenti immutabili ed inevitabili.

Bisogna allora costruire comunità, raccogliere consenso, favorire la partecipazione, offrire strumenti e occasioni d’incontro. Pensare, progettare e sperimentare modalità di scrittura e lettura in cui la condivisione sia stimolata e la dimensione collettiva sia una possibilità per l’individuo, non una gabbia in cui rinchiuderlo. Creare spazi e occasioni in cui gli scrittori possano raccontarsi, i lettori interrogarli, e poi magari scambiarsi di posto. Fare tutto ciò, naturalmente, con un occhio sempre rivolto alla sostenibilità economica e al diritto a una giusta retribuzione di chi lavora. Questo non è idealismo. Questo, per l’editoria attuale, è sopravvivenza.

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Rubrica: L'elzeviro, Top post

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