Venezia

Venezia Foto di Amira_a( https://www.flickr.com/photos/amira_a/14926242946 )

Venezia, lo si sa fin troppo bene, non è una città come tutte le altre. Venezia è forse l’unica città al mondo in grado di toccare, nel vero senso della parola, tutti i cinque sensi di chi si trovi a passare per le sue calli. È una sensazione così viscerale che anche il visitatore più disattento non potrà fare a meno di provare – ecco perché il distacco dalla sua grazia imperturbata può essere davvero molto doloroso, come succede al protagonista di Altai, il bellissimo romanzo di Wu Ming:

Come un grano di ghiaia dopo una dura caduta si incista sotto la pelle, e occorre spingerlo fuori praticando un taglio, e la pietra se ne esce accompagnata dal sangue, così Venezia mi rigettava. Affrettai di nuovo il passo e mi diressi verso Rialto. La necessità di muovermi verso l’interno della città lottava contro l’istinto di raggiungere il mare, una barca, la salvezza. Mi imposi di rimanere calmo, freddo come quando interrogavo i sospetti. Scelsi un tragitto attraverso le calli meno battute, e quando sbucai nei pressi del Fondaco attesi alcuni minuti, prima di muovermi rasente il muro verso l’ingresso dell’edificio. […]Raggiunsi un imbarco e contrattai brevemente, concedendo al gondoliere più denaro di quanto gli spettasse. La gondola si mosse, mentre da terra saliva una musica di suonatori ambulanti. Scivolammo sulla lunga ansa del Canal Grande in un pomeriggio plumbeo, anticipo d’autunno. L’attività incessante che animava la città non si era ancora placata. Imbarcazioni solcavano le acque, uomini si agitavano a riva. Nostalgia, rimpianto e rabbia chiudevano il cuore e serravano gola e viscere con un nodo. Sfilarono i palazzi, seminascosti dalla tenebra. Più che distinguerli con nettezza, ne avvertii la mole. La memoria riempì i vuoti dove gli occhi non coglievano. Ogni immagine che si affacciava alla mente scavava un solco nell’anima. Le note che avevano salutato la mia partenza continuarono a suonare nell’eco. Fu così che abbandonai Venezia, certo di non rivederla mai più.

Foto di Ale

Foto di Ale

In questo brano, l’allontanamento forzato da Venezia è espresso attraverso un susseguirsi di emozioni e sensazioni che rispecchiano e sottolineano il freddo e il grigiore che in pochi giorni – inesorabilmente – attanaglieranno la città. Il protagonista fuggiasco, in questo senso, porta già l’inverno dentro di sé.

L’immagine che invece ci regala il protagonista – nientemeno che Henri Beyle, conosciuto ai più come Stendhal – di Vertigini , il romanzo del grande scrittore tedesco Winfried G. Sebald, ha qualcosa di delicato come solo una visione onirica può avere:

Affatto irreale, come sul punto di infrangersi, mi parve perciò il silenzio che avvolgeva Venezia in quel primo mattino di Ognissanti, in cui l’aria bianca penetrava attraverso le finestre semiaperte della mia stanza e velava tutto, facendomi sentire come in un mare di nebbia. Anche la località di W., dove ho trascorso i primi nove anni della mia vita, nel giorno di Ognissanti e in quello dei morti è sempre avvolta in una nebbia fittissima. E gli abitanti indossano, senza eccezione alcuna, i loro abiti neri per andare al camposanto, sulle tombe che il giorno prima hanno messo in ordine, rimuovendo le piante estive, strappando le erbacce, rastrellando i viottoli e mescolando fuliggine alla terra. Mi figuravo come sarebbe stato per me solcare la laguna grigia verso l’isola del cimitero, verso Murano o, ancora più in là, fino a Sant’Erasmo o all’Isola di San Francesco del Deserto nelle paludi di Santa Caterina. Caddi così in un sonno leggero, vidi la nebbia in ascesa, la laguna verde dispiegarsi nella luce di maggio e le isole verdi, simili a cavolfiori, emergere dalla placida distesa d’acqua. Vidi l’Isola della Grazia con l’ospedale, una costruzione circolare, panottica, dalle cui finestre migliaia di dementi guardavano fuori, salutando con la mano come da un bastimento in partenza. San Francesco giaceva con il volto riverso nell’acqua in una proda di canne oscillanti, e sulla palude avanzava santa Caterina, tenendo in mano un modello della ruota su cui aveva patito il supplizio. Fissata a una bacchetta, la ruota girava sibilando al vento. Il crepuscolo investiva la laguna di una luce violetta e, quando mi destai, intorno a me era il buio.

Foto di Roberto TRM

Foto di Roberto TRM

Una descrizione dai colori netti e precisi utilizzati per descrivere Venezia al momento del risveglio del protagonista – l’aria bianca nebbiosa, gli abiti neri dei devoti, la laguna grigia – e poi l’abbandono onirico in cui la laguna da grigia diventa verde, la luce è quella luminosa di maggio, il mare è disteso e la luce del crepuscolo di un viola tenue. E poi di nuovo il risveglio, in cui il protagonista è avvolto dall’oscurità. Il contrasto cromatico sapientemente utilizzato da Sebald per evidenziare e separare la veglia dal sogno ci rendono l’immagine di una Venezia sospesa, fluttuante, forse irraggiungibile.

Quello di Henry James, se vogliamo, è un ritratto forse più tipico, per non dire stereotipato, di Venezia, ma non per questo meno interessante. Ci fornisce, infatti, la possibilità di avere uno scorcio preciso della vita veneziana di fine ‘800, riferitaci dal punto di vista privilegiato di uno scrittore americano che, come tanti altri, veniva accolto nelle più belle città italiane a condurre una vita da scrittore tout court.

[…] trascorrevo le ore tarde sull’acqua – i chiari di luna di Venezia sono famosi – o nella splendida piazza che fa da ampio scenario alla strana, antica chiesa di San Marco. Sedevo davanti al caffè Florian mangiando gelati, ascoltando la musica, chiacchierando con i conoscenti: il viaggiatore ricorderà come l’immenso grappolo dei tavolini e delle sedie si dilati a guisa di promontorio nel tranquillo lago della Piazza. L’intero luogo, nelle serate estive, sotto le stelle, con le voci e i passi lievi sul marmo – gli unici suoni nell’immenso porticato che lo racchiude –, è una sala all’aperto dedicata alle bevande rinfrescanti e alla degustazione ancora più sottile delle squisite impressioni del giorno. Quando preferivo non tenerle per me, c’era sempre un turista vagabondo, non più ingombrato dal suo Baedeker, con il quale discuterle o qualche pittore addomesticato esultante per il ritorno della stagione dei forti effetti. La grande basilica con le sue cupole basse e gli ispidi merletti, con il mistero dei suoi mosaici e delle sue sculture, appariva spettrale nella soffusa oscurità, e la brezza marina passava, fra le colonne gemelle della Piazzetta e fra gli architravi di una porta non più sorvegliata, con la morbidezza di un ricco tendaggio oscillante. Una sera, verso la metà di luglio, rientrai prima del solito – non ricordo per quale circostanza – e, invece di salire nei miei appartamenti, mi avviai verso il giardino. La temperatura era molto alta; era una di quelle notti che con gioia si sarebbe trascorsa all’aperto e non avevo nessuna fretta di andare a letto. Ero rientrato cullandomi in gondola al lento tuffo del remo nei canali stretti e bui, e ora mi pervadeva soltanto il pensiero che sarebbe stato piacevole allungarsi su una panca del giardino nell’oscurità profumata. Indubbiamente in fondo a questa aspirazione stava l’odore del canale e, mentre entravo, il respiro del giardino intensificò il mio desiderio. Era delizioso; la stessa atmosfera che doveva aver vibrato ai frementi voti di Romeo ritto in mezzo ai densi fiori con le braccia levate verso il balcone dell’amata.

Foto di Giorgio Minguzzi

Foto di Giorgio Minguzzi

Lasciando da parte per un attimo l’immagine un po’ da cartolina che James ci descrive, vediamo invece come anche nel suo Il carteggio Aspern, Venezia sia fonte di stimoli sensoriali: il personaggio gode appieno del profumo dei fiori e della brezza marina, lo sguardo è rapito dal chiaro di luna e dalla bellezza dei monumenti. Attimi di puro piacere immersi nella perfezione veneziana, cristallizzati per sempre dalla sua penna.

Se dovessimo chiederci quale personaggio del mondo letterario è indissolubilmente legato alla città lagunare, credo che la risposta metterebbe tutti d’accordo. Aschenbach ne La morte a Venezia di Thomas Mann, infatti, non può prescindere dalla città che, anzi, è qui assurta a ruolo di coprotagonista ed è fortemente funzionale a far risaltare il carattere del protagonista. Questo brano ne è un esempio lampante:

Passò due ore nella sua stanza e nel pomeriggio andò a Venezia col vaporetto che attraversava la putrescente laguna. Scese a San Marco, prese il tè in piazza e poi, secondo il suo programma veneziano, fece un giro per le vie. Ma proprio quella passeggiata produsse un rovesciamento completo del suo umore e delle sue decisioni. Sui vicoli stagnava una calura afosa e ripugnante; l’aria era così spessa che gli odori provenienti da abitazioni, botteghe, cucine — vapori oleosi, nuvole di profumo e molti altri —, restavano sospesi senza dissolversi. Il fumo delle sigarette fluttuava dov’era e si disperdeva solo con estrema lentezza. La folla che si pigiava nello spazio ristretto infastidiva il passeggiatore invece di divertirlo, più andava, e più sentiva il tormento dell’orribile stato in cui l’aria di mare unita allo scirocco solevan farlo cadere, uno stato di prostrazione e di eccitazione insieme. Il suo corpo stillava di molesto sudore. Gli si annebbiava la vista, il petto era oppresso, un brivido di febbre lo scosse, il sangue gli pulsava alle tempie. Fuggì dalle Mercerie affollate, verso i quartieri dei poveri. Ma qui lo importunavano i mendicanti, e il fetore dei canali gli mozzava il respiro. In una piazza tranquilla, uno di quei luoghi nel cuore di Venezia che sembrano addormentati in un magico oblio, egli si riposò su una vera di pozzo, s’asciugò la fronte e capì che doveva partire.

Foto di Andrew Callow

Foto di Andrew Callow

“La calura afosa e ripugnante” come ce la descrive Mann, influenzano e addirittura hanno il potere di stravolgere la salute, i sentimenti e gli umori di Aschenbach, tanto da farlo diventare in completa balìa della città che gli si palesa quale luogo caotico e allucinato, da rifuggire il prima possibile.

Aschenbach è infatti risoluto a partire, ma qualcosa di inaspettato accade:

Era la traversata ben nota della laguna, passando davanti a San Marco, e su per il Canal Grande. Aschenbach era seduto sulla panca circolare a prua, col braccio appoggiato alla ringhiera e la mano alzata a proteggere gli occhi dal riverbero. I Giardini Pubblici restarono alle sue spalle, la Piazzetta s’aprì ancora una volta nella sua grazia regale e scomparve, poi venne la grande fuga di palazzi, e alla svolta del canale apparve lo splendido arco marmoreo del Ponte di Rialto. Il viaggiatore guardava, e si sentiva strappare il cuore. L’atmosfera, della città, quell’odore un po’ marcio d’acqua stagnante che aveva avuto tanta fretta di fuggire… adesso egli lo respirava a lunghi tratti, con dolorosa tenerezza. Possibile che egli non avesse saputo, che non avesse ricordato come il suo cuore era attaccato a tutto ciò? Quello che al mattino era stato un vago rammarico, un leggero dubbio sull’opportunità della sua decisione, diventava adesso dolore, vero cordoglio, una tortura dell’anima, così amara che più volte le lacrime gli empirono gli occhi, e di cui si diceva che non avrebbe mai potuto prevederla. Ciò che più gli pareva penoso, anzi in certi momenti addirittura intollerabile, era il pensiero che non avrebbe mai più riveduto Venezia, che quello era un addio per sempre.

Il sentimento che Aschenbach prova per Venezia, alla fine, prevale e di conseguenza – quale strategia stilistica – anche l’immagine della città è descritta in termini di bellezza, di una bellezza che fa bene all’anima ed è in contrasto con l’insalubrità di poco prima, evocata dall’animo disturbato di Aschenbach.

Venezia è un’esperienza fisica: luminosa, conturbante, sensuale e a volte desolante, abbattente. Geograficamente e storicamente chiusa in se stessa, risiede felice nel suo isolamento ma sa aprirsi – con discrezione – all’accoglienza dei grandi scrittori e dei grandi artisti e ciò la rende, più che una città meramente letteraria, una vera e propria colonia letteraria e artistica. Ci vogliono degli esploratori delle cose umane, infatti, per scovare, dietro all’incessante andirivieni diurno di folle scombinate di turisti, i misteri, i segreti, le storie di Venezia.

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Rubrica: CityTelling, Top post

  • Scritto da:

  • Sara Pagnini
  • Traduttrice, redattrice, editor. Ama prendersi cura di due cose: i testi degli altri e i suoi 7 gatti e 2 cani. Ha tradotto poesia e narrativa latinoamericane per passione e testi tecnici e scientifici per lavoro, e sogna di tradurre il nuovo grande scrittore di lingua ebraica; nel frattempo, collabora con PubblicarSÌ.com. Se serve, ha anche un sito che si chiama come lei.


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