Saccheggiare la realtà. Intervista a Tea Ranno

Saccheggiare la realtà. Intervista a Tea Ranno

Tu riesci a creare nelle tue pagine un mondo complesso, che sa entrare in profondità nell’animo dei personaggi, coglierne le più sottili sfumature: per dare vita a questa complessità, dove trai il materiale per la tua narrazione, quali sono le tue fonti?

Mi piace ascoltare. Sin da bambina mi sono trovata immersa in una nuvola di parole dentro la quale si muovevano personaggi straordinari. La capacità di mia nonna era quella di renderli vivi, tutti vivi, anche la foglia del gelsomino che avevamo davanti e che insieme a noi partecipava della storia. Perciò, poi, quando mi sono ritrovata a portare sulla pagina le figure minori, non ho avuto nessuna difficoltà a caratterizzarle con elementi minimi che in qualche modo le rappresentassero. Ciò appunto perché, quando nei racconti compariva un personaggio nuovo, mi affrettavo a chiedere: “E questo chi è? Cosa fa? Cosa vuole?” e la pazienza infinita di mia nonna Annettina colmava ogni lacuna introducendo elementi emotivi che funzionavano in me come elementi di verità. Una verità di cui avevo bisogno per credere ciecamente in lei, nelle cose che diceva: assurde, inverosimili talvolta, e però necessarie in quel castello di parole che arditamente innalzava.

La tradizione orale è molto rappresentata anche nei tuoi libri: le storie, che siano di fantasia o che siano il racconto di eventi del passato, vengono narrate e rinarrate con tante piccole varianti, aggiunte, invenzioni, proprio secondo i principi della narrazione orale. È chiaro che conosci perfettamente questo tipo di tradizione e so che nella tua famiglia essa era presente e viva: che ricordi ne hai? Perché per te è così importante?

Ricordi magnifici, un Eldorado che spande luce, ancora oggi, sulle giornate tristi.
Quel mondo è diventato così importante perché vent’anni fa, andando via dalla Sicilia, ne percepii tanto intensamente la mancanza che ebbi bisogno di richiamare alla mente il tempo favoloso della mia infanzia per poter bilanciare gli effetti della grande solitudine in cui all’improvviso mi ero venuta a trovare.
“È la mancanza che si fa presenza” affermo in Viola Fòscari. Ed è così: la mancanza di quella terra – coi suoi odori, i suoi riti, le sue manie, il suo dialetto che solo la lontananza mi ha permesso di apprezzare – ha operato dentro di me come una potentissima macchina evocativa, che ha trovato nella pagina scritta la modalità migliore per dispiegarsi e, in qualche modo, appagarsi.

In che relazione sta la tua scrittura rispetto a queste fonti orali? La tua ispirazione e la tua pratica di scrittura come “funzionano”? Cioè, quali sono i passaggi con cui le fonti orali che raccogli (come le raccogli?) vengono utilizzate e reinterpretate per diventare pienamente una tua creazione?

Ascolto. E annoto sul taccuino. Poi me ne dimentico. Le voci, però, si incidono su quella specie di nastro magnetico che è la memoria. Ma non soltanto le voci: rimangono impresse anche – soprattutto, direi – le sensazioni legate a quei suoni, e dunque, per esempio, il caldo, il ronzio delle mosche, un ribattere di cucchiaio sopra un piatto, una musica che viene da una finestra aperta, la tristezza o la gioia di cui quelle parole sono intrise, la rassegnazione, l’attesa senza rimedio. È come se tutto ciò – tutto il groviglio emotivo che s’aggruma intorno al racconto – germinasse dentro di me producendo visioni. E sono quelle visioni che poi si posano sulla pagina, assumendo via via la forma del romanzo. Perché è proprio il romanzo – col suo respiro lungo, il suo passo lungo – che permette al complicato grumo visionario di sciogliersi assumendo consistenza di creatura viva.

Una volta mi hai raccontato che per far parlare “le tue fonti” hai capito che bastava dire una parola che apriva tutte le porte… quale?

È la parola “scrittrice”. Da quando si è sparsa la voce che scrivo storie, molti mi offrono le loro. Con grande generosità, devo dire. Anche per questo ogni ritorno a Melilli è una specie di festa: mi trovo circondata da persone che affettuosamente mi parlano; non ponendosi nella veste di narratori, no: chiacchierano, mi prendono sottobraccio e passeggiano con me, e intanto: “Ma tu lo sai cos’è che capitò…” e parte la storia. E così metto insieme tasselli variegati, emozioni, grandi commozioni, tutto un sentire che appartiene a un passato che improvvisamente rivive nella mente e nel corpo (occhi che brillano, mani che tremano, voce accorata) di chi racconta.

Pensi che questo modo di raccontare si adatti soltanto a romanzi ambientati in un passato più o meno lontano, o che possa essere utilizzato anche per scrivere una storia di ambientazione contemporanea?

È il mio modo universale di raccontare. L’oggi che sto vivendo è la replica di tanti oggi: quelli di chi sta vivendo il suo presente insieme a me. E se oggi parlo e ascolto e condivido emozioni, pane e risate, o lacrime e pezzi di formaggio, è da quest’insieme spurio, un poco bastardo, che poi viene fuori un oggi narrativo che di questi reali ha qualcosa, e molto di suo.

Hai mai scritto in modo diverso? Intendo dire, la tua scrittura può svilupparsi anche secondo altre strade, altri processi creativi?

Dico sempre che è la storia a chiederti in che modo vuole essere raccontata. È lei che comanda. È lei che scandisce il ritmo, che frammenta le sequenze in capitoli, che sceglie a chi guardare, a cosa dare la priorità, chi offendere, uccidere o innalzare. È la prima voce che si manifesta – quella che detta l’incipit – a dare l’impronta a tutto l’impianto narrativo. Dunque lo stile cambia: in Cenere c’è un barocco di parole, ne La sposa vermiglia una spoletta che va avanti e indietro nel tempo, in Viola Fòscari il cunto di un cantastorie.

Quali consigli ti senti di dare a uno scrittore in erba? Sia più in generale, ma anche nella pratica degli strumenti utili, del metodo di lavoro…

Leggere, leggere, scrivere, leggere. Ma soprattutto accorgersi della realtà, percepirla con tutti i sensi, non farsela scivolare addosso, saccheggiarla. È la vita che viviamo che ci offre gli strumenti per renderla duratura in un romanzo, è l’effimero che ci intride a farsi stabilità su una pagina che contiene un sentire, un pensare che assomiglia al nostro e appartiene al contesto – storico, sociale – in cui ci troviamo. La scrittura ha bisogno di scrittura. Scrivere significa riscrivere, costruire e demolire per tornare a costruire. E tutto questo senza arrendersi, senza stancarsi. Ho cominciato a praticare seriamente la scrittura nel 1990, ho pubblicato per la prima volta nel 2006. Tutti gli anni trascorsi con la penna in mano non sono passati invano, mi hanno permesso non solo di giungere alla forma complessa del romanzo – passando attraverso la redazione di innumerevoli racconti – ma di elaborare una mia visione del mondo, una mia concezione della realtà, un mio modo di essere.

 

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Tea Ranno è nata a Melilli, in provincia di Siracusa, nel 1963. Dal 1995 vive a Roma. Laureata in Giurisprudenza, ha sempre affiancato allo studio del diritto la pratica della scrittura.

Ha pubblicato per e/o i romanzi Cenere (2006, finalista premio Calvino, premio Giuseppe Berto, vincitore premio Chianti) e In una lingua che non so più dire (2007) e per Mondadori La sposa vermiglia (2012, vincitore premio Rea 2012 e premio Ciane 2012) e Viola Fòscari (2014).

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Rubrica: Interviste sulla scrittura, Top post

  • Scritto da:

  • Laura Cerutti
  • Desk Editor Narrativa Italiana presso Arnoldo Mondadori Editore.


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