Intervista a Manuela Salvi

Intervista a Manuela Salvi

Manuela Salvi è un’autrice dialettica, un vero divertimento per un editor. Discutere sulle scelte editoriali con lei è come decostruire un palazzo di Lego mattoncino per mattoncino, per poi cercare di ricostruirlo con una forma e una solidità più convincenti. Siccome lei è anche editor, non si riesce a convincerla tanto facilmente con le “scuse del mestiere”, ma bisogna combattere sul campo, a viso aperto. Su “E sarà bello morire insieme” ad esempio, abbiamo litigato per mesi sul titolo, e prima di arrivare al definitivo (un’idea di Manuela) ne abbiamo discussi e scartati a decine.

Qual è stato l’intervento più assurdo di un editor a un tuo testo?

L’intervento più divertente riguarda una scena di sesso, argomento che nell’editoria per ragazzi fa rizzare i capelli a prescindere. Il romanzo parlava di un amore impossibile tra il figlio di un boss di camorra e la figlia di un giudice, così avevo stabilito che la loro prima volta fosse a scuola, in un’aula non utilizzata. Il mio editor mi chiamò e disse, affranto: “Ti prego, a scuola no. Io al liceo ero un bravo ragazzo, non riesco nemmeno a immaginare che si possa fare sesso a scuola.” Gli dissi che la scuola per i due personaggi è una zona franca e quindi aveva un senso. Alla fine ci accordammo su un leggero cambio: l’aula diventò una specie di magazzino per i vecchi lavori degli studenti della scuola d’arte, un’ambiente “artistico”, diciamo, e meno scolastico in senso stretto. Però l’editor ha continuato a ripetere: “A scuola no, per favore” per un bel po’…

E quale quello più acuto?

In un albo per bambini piccoli che affrontava le differenze di genere e l’omosessualità, mi fu suggerito di cambiare il nome del protagonista, un ragazzino che vuole fare la principessa. Avevo scelto Filippo, ma siccome l’argomento era delicato, mi dissero che se nelle classi o nei gruppi in cui sarebbe stata letta la mia storia ci fosse stato un Filippo, i compagni avrebbero finito per prenderlo in giro. La cosa aveva parecchio senso perché spesso gli albi vengono letti in classe, perciò evitai nomi veri e ne scelsi uno inventato: Zaff.

Da autrice come vivi la dialettica con l’editor e la casa editrice?

Quando la mia prima editor andò via dalla casa editrice con cui pubblicavo e cambiò ruolo nell’editoria, piansi. Fu uno shock. Era stata lei la prima a investire su di me, a credere nel mio lavoro, e tra noi c’era una sintonia perfetta. Penso che l’editor sia preziosissimo per uno scrittore, diventa la sua guida, il suo coach. Penso anche però che in questi ultimi anni il ruolo dell’editor sia stato svilito dall’eccessiva influenza dell’ufficio marketing, soprattutto nelle grandi case editrici, e che l’autore quindi rischi di diventare un ingranaggio di una catena di montaggio che produce libri ma non letteratura.

Quali sono le tecniche per convincere un editor tiepido o scettico?

Non esistono. Si tratta sempre di una storia d’amore, e così come non si può convincere una persona ad amarne un’altra, non si potrà mai convincere un editor ad amare un testo. Non sempre le ragioni sono logiche, certo. A me è capitato di ricevere un NO categorico a un progetto e poi di essere chiamata un anno dopo dalla stessa editor, che ci aveva ripensato. Ecco, magari se non è un colpo di fulmine, può diventare una storia di passione tardiva. Ma l’autore può fare poco, secondo me.

Qual è il difetto tipico che accomuna gli editor con cui hai lavorato? E il pregio?

Il pregio sicuramente la passione. Non credo sia un mestiere che si possa fare svogliatamente, soprattutto l’editoria per ragazzi è talmente complessa che per diventare esperti bisogna per forza amarla. Il difetto probabilmente la prudenza, un pizzico di conformismo, ma questo è dovuto al fatto che l’editor deve rendere conto a tante persone che sono sopra di lui e non è facile, soprattutto in questo momento di crisi e instabilità.

A chi fai leggere i tuoi testi prima di mandarli in casa editrice?

A nessuno, perché so che comunque amici e parenti non possono essere obiettivi. Dopo tanti anni di scrittura, ho imparato ad autovalutarmi e a riconoscere quella sensazione allo stomaco che mi dice: “Non va”.

Meglio pubblicare con una casa editrice o con il self-publishing?

Non ho mai osato con il self-publishing ma devo dire che, dopo la mia esperienza a Londra, ci sto pensando. La casa editrice assicura un minimo di visibilità, si assume il rischio d’impresa e fa curriculum, quando è buona. Però fino ad oggi lo scrittore è stato l’unico artista ad avere assoluto bisogno di un mediatore. Puoi suonare per strada, puoi vendere quadri e sculture da solo, ma con i lettori la distribuzione è un problema che fino ad ora aveva potuto risolvere solo l’editore. Il self-publishing cambia le regole, ma credo che non possa essere improvvisato – e quindi che l’autore debba comunque assumere un copyeditor che lo aiuti con il testo – e che non abbia moltissimo senso in italiano, considerando che il digitale va a rilento.
Ovviamente vedere il proprio nome sulla copertina di un libro stampato, in libreria, con un marchio importante, fa ancora molto effetto sia agli scrittori che ai lettori.

Cosa consiglieresti a un autore esordiente che per la prima volta lavora con una casa editrice?

Umiltà, da una parte. Ma anche consapevolezza che non si deve pubblicare a qualsiasi costo o sottostare a qualsiasi richiesta. Il rapporto con un editore può essere spiacevole quando ci sono troppe differenze di approccio e di valori, l’autore esordiente deve saper rinunciare a un contratto quando sente che la direzione intrapresa gli causa più dolori che gioie. Anche perché pubblicare un libro è solo l’inizio, meglio capire subito che tipo di scrittori si vuole essere e con che tipo di editori si vuole lavorare.

Quali sono le cose che gli editor proprio non capiscono degli autori?

Devo dire di aver incontrato editor molto sensibili, non mi sono sentita mai particolarmente incompresa. Forse l’unico vero limite dell’editor è la mentalità aziendale che lo rende occasionalmente prevedibile nelle sue scelte, mentre l’autore, se è particolarmente creativo, in quella mentalità soffre, si annoia o addirittura si deprime.

Se tu fossi un editor cosa diresti alla Manuela Salvi autrice?

Manuela, tu sei una scrittrice versatile e professionale, hai fatto dieci anni di gavetta affrontando tutti i generi e le fasce d’età, ma forse questo ti penalizza, non permette al lettore di inquadrarti. So benissimo che essere etichettata è l’ultimo dei tuoi desideri, ma al tuo posto io rifletterei sulla direzione da dare alla seconda fase delle tua carriera. Questo non significa limitare il tuo campo d’azione, solo darti un’identità più marcata – che in fondo già hai, lo sai – e non accettare più i progetti che sono stonati rispetto a questa identità.

 

00000194Manuela Salvi è nata nel 1975 e ha conseguito la laurea all’ISIA di Urbino, una delle più prestigiose scuole di grafica e comunicazione.Ha spedito il suo primo romanzo per ragazzi, di ben ventuno pagine, a un’importante casa editrice quando aveva solo dodici anni e conserva ancora la lettera incoraggiante che le inviarono come risposta. La sua carriera di scrittrice è iniziata molti anni e molti mestieri più tardi, quando ha cominciato a scrivere romanzi per ragazzi dopo un’esperienza di insegnamento nella scuola superiore. Di recente ha frequentato il corso di sceneggiatura RAI-Script. Per Mondadori ha già pubblicato il romanzo per young adults E sarà bello morire insieme.

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Rubrica: Interviste sulla scrittura, Top post

  • Scritto da:

  • Alessandro Gelso
  • Nato a Varese nel 1974, ho giocato a basket finché ho potuto. Dal 1998 mi occupo di libri per ragazzi, dal 2009 di un basso elettrico e dal 2013 di una bimba che non parla l’italiano. Mi piace pubblicare i libri belli ma ancor di più stroncare quelli brutti.


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