Barcellona

Barcellona Foro di Davide Perollo

Adagiata sul mare, Barcellona è una visione talmente splendente e gloriosa che a una prima superficiale occhiata sarebbe impossibile scorgerne le profonde cicatrici. E dietro la facciata iper-moderna e festaiola post ricostruzione (per i giochi olimpici del 1992) si nasconde una memoria fatta di dure battaglie, dolori cupi e dignità ostinata. Eppure, anche nel pieno della tempesta, la vita in qualche modo poteva e doveva andare avanti. Questo è quello che ci racconta Mercè Rodoreda – scrittrice di acuta e rara sensibilità e simbolo della cultura letteraria catalana – nel suo romanzo Aloma, ambientato negli anni ’30. Proprio gli anni della tempesta:

Aloma [...] avrebbe preso il trenino per Gràcia per poter respirare ancora quell’aria così piacevole del pomeriggio. In piazza c’era la giostra e due baracche di tirassegno, nel mezzo vendevano frittelle. Tre o quattro bambini con il moccio al naso guardavano i cavalli e i maiali che giravano. Dietro una barca c’erano due elefanti con le unghie dipinte d’oro. I cavalli, trapassati da una sbarra di ottone, andavano avanti e indietro, su e giù, e la musica suonava senza sosta. Non poteva perdere più tempo. Scese le scale e comprò il biglietto. Come sempre, si sedette su una panchina e si mise a contare le colonne. Ce n’erano… A un tratto si accorse di essersi sbagliata di marciapiede, invece di andare a piazza Catalogna avrebbe finito per andare a le Planes. Le era già capitato altre volte, era troppo distratta e non faceva attenzione a nulla. Risalì e scese dall’altra scala nel momento che il suo treno frenava. Scelse un sedile da un lato dove non c’era nessuno. [...] Se ne andò giù per la Rambla. Le bancarelle erano fitte di fiori. Nella prima c’erano dei secchi con garofani rossi, mazzi di ginestra bianca, le ultime violette. E molte rose, più belle di quelle del suo giardino. Si avvicinava a San Giorgio. Si rattristò di non poterne comperare. […] Camminava contenta perché aveva scoperto che gli alberi avevano già i nuovi germogli. Quando arrivò alla piazza di Catalogna vide che tutti si voltavano. La Rambla si era affollata, si sentiva un gran chiasso , e in fondo, sopra la gente, si vedevano alcune bandiere. Un ragazzo che passava diceva a tutti che nella via Canuda c’erano guardie a cavallo. Un’ondata di gente la spinse e per un po’ non vide nulla. A un tratto si trovò accanto a una signora spettinata che piangeva perché le avevano strappato una manica. Stava per dirle qualcosa per confortarla ma le diedero uno spintone e cadde in ginocchio. Quando riuscì ad alzarsi, la signora non si vedeva più e quasi tutti erano fuggiti. Si sentirono degli spari. Senza sapere come, si trovò nel sottopassaggio di fronte al chiosco dei giornali. Seduto in terra, di faccia al muro, c’era un uomo con una guancia macchiata di sangue. Un signore e una signora  lo aiutarono ad alzarsi e gli chiesero se voleva essere accompagnato in una farmacia. La signora gli diede un fazzoletto. “Cos’è successo”? Quelli che scendevano dai treni non osavano uscire. “Nulla, una manifestazione”. […] Fuori, la gente andava e veniva come se niente fosse successo. Si erano accese le insegne luminose e le nuvole sopra, sembravano più nere. Il cielo era basso, e si respirava con difficoltà. Infilò la strada di Pelaio dal lato triste. Piazza dell’Università, Muntaner… Prima di arrivare alla Diagonal cominciarono a venire giù delle gocce rade che facevano grandi tondi per terra.

Foto di eFFe

Foto di eFFe

La passeggiata per le strade di Barcellona della giovane Aloma non è la descrizione di una vicenda semplice e comune, è anche – e soprattutto – metafora della sua trasformazione da ragazza timida a donna, colta sullo sfondo di una guerra fratricida che di lì a poco sarebbe scoppiata con tutta la sua violenza. Esplorazione della città, quindi, come esplorazione di se stessa. E come e quali potevano essere i sentimenti, i pensieri su di una città martoriata e offesa dal peso della dittatura franchista che si accaniva, in particolar modo, contro la cultura catalana, forse solo un poeta di impegno civile come Carlos Barral poteva riuscire a esprimere. A rendere, con la sua poesia Parco del Montjuïc, il peso e la bellezza di quella Barcellona:

Foto di Davide Perollo

Foto di Davide Perollo

Ti scrivo in una pausa di pioggia, tra

                                        goccette

luminose e polvere di giubilo,

da una balaustra di cemento

                                       croccante,

dal parco che risale il promontorio

sopra il mare respinto dai venti di

                                             terra.

Ho visto molti quadri e alcuni falsi El

                                          Greco.

 Che strano questo posto!

Di fronte alcuni ruderi, strade

                                 appena lavate

e una città assai vasta che si inarca

                                         in colline

e poi per la pianura si distende

sulla riva brumosa, e alte torri

oscene, come guanti fradici, quattro

                                         insieme,

e guglie come a Rotterdam e snelli

campanili rurali, e, insieme,

                                       ciminiere

con squallidi pennacchi,

e un verde grembo tenero di terra                                        

                                           coltivata

che un faro angusto sorveglia dal

                             mare in lontananza.

E qui, ancor più vicino, case come

                                          caserme

e edifici rosati dalle squame di vetro

e tetti attorcigliati e brillanti

e strane merlature,

tutto fatto con cocci e vasellame

e frammenti di vetro e altri scarti

di maiolica decorata.

 Una città discreta, nobile,

                                    ospedaliera.

Rettilinea e senza piazze. Anche

                                     interessante.

Una città, mia cara, in cui tu ed io

non vivremmo felici. Eppure,

                                           tuttavia,

non mi dispiace esserci passato.

Barcellona sembra proprio essere la città ideale per esplorare un percorso che non è mai solo ed esclusivamente spazio urbano, bensì anche luogo di scoperta personale. Anche Oscar, il ragazzino protagonista del romanzo Marina di Carlos Ruiz Zafón, proprio come la dolce Aloma, percorre le strade di Barcellona, ma al contrario di Aloma, pochi anni dopo la fine della dittatura franchista. Oscar si muove di nascosto, esplora vecchie strade quasi dimenticate e anche lui scappa da qualcosa di opprimente – il collegio e non la guerra in questo caso – e ci accompagna in un itinerario segreto che è anche il tragitto della sua avventura personale:

Alla fine degli anni Settanta Barcellona era un’illusione di vicoli e viali  in cui si poteva viaggiare a ritroso nel tempo di trenta o quarant’anni semplicemente oltrepassando la soglia di una portineria o di un caffè. Il tempo e la memoria, la storia e la finzione, si  fondevano in quella città stregata come acquerelli sotto la pioggia. Fu lì, tra quelle strade ormai scomparse, che cattedrali e palazzi usciti da un libro di fiabe architettarono lo scenario di questa storia. All’epoca  ero un quindicenne  che  ammuffiva  tra i  muri di  un  collegio con il nome di un santo alle falde della collina di Vallvidrera. In quei giorni il quartiere di Sarriá  aveva ancora l’aspetto di un paesino arenato sulle rive di una metropoli modernista. Il collegio sorgeva in cima a una strada che si inerpicava dal Paseo de la Bonanova. La sua monumentale facciata faceva pensare più a un castello che a una scuola. La spigolosa sagoma color argilla era un rompicapo di torri, archi e ali tenebrose. Il collegio era circondato da una cittadella di giardini, fontane, stagni paludosi, cortili e boschi di pini incantati. Tutt’intorno, cupi edifici ospitavano piscine velate da vapori spettrali, palestre stregate dal silenzio e lugubri cappelle in cui le immagini dei santi sorridevano al riflesso dei ceri. [...] Suonava la  campanella che annunciava la fine delle lezioni e noi interni avevamo quasi tre ore di libertà prima della cena nel grande refettorio. In  teoria, avremmo dovuto destinare quel tempo allo studio e alla riflessione spirituale. Non ricordo di avere mai dedicato a queste nobili attività un solo giorno di quelli passati in collegio. Era il momento che preferivo. Eludendo il controllo del portiere, uscivo a esplorare la città. Presi l’abitudine di rientrare in collegio giusto in tempo per la cena, camminando per strade e viali mentre tutt’intorno a me calava l’oscurità. Quelle lunghe passeggiate mi davano un’inebriante sensazione di  libertà.  La mia immaginazione volava al di sopra dei palazzi e toccava il cielo. Per qualche ora le strade di Barcellona, il collegio e la lugubre stanza al quarto piano scomparivano. Per qualche ora, con in tasca soltanto un paio di monete, mi sentivo l’individuo più fortunato dell’universo. Spesso il mio girovagare mi portava dalle parti del deserto di Sarriá, nient’altro che una specie di bosco sperso in terra di nessuno. La maggior parte delle antiche residenze signorili che un tempo avevano punteggiato il tratto settentrionale del Paseo de la Bonanova era ancora in piedi, anche se  quasi in rovina. Le strade attorno al collegio tracciavano i contorni di una città fantasma. Muri ricoperti d’edera impedivano l’accesso a giardini selvatici in cui s’innalzavano ville monumentali. Palazzi invasi dalle erbacce e dall’abbandono, su cui la memoria sembrava galleggiare come nebbia che non vuole dissiparsi. Parecchie di queste ville attendevano solo di  essere  demolite e altrettante erano state saccheggiate nel corso degli anni. Alcune, tuttavia, erano ancora abitate. I loro occupanti erano i discendenti dimenticati di stirpi decadute. Famiglie i cui nomi comparivano sulle prime pagine di “La Vanguardia” quando i tram suscitavano ancora la diffidenza delle invenzioni  moderne.

Foto di eFFe

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Barcellona cambia e sembra farlo freneticamente, senza sosta. Tra omicidi e misteri da risolvere, nessuno meglio di Pepe Carvalho ha saputo, allo stesso tempo, raccontare il cambiamento, proprio come in questo brano tratto da Il centravanti è stato assassinato verso sera, ovviamente di Manuel Vázquez Montalbán:

Aguzzi la vista capo. Guardi come stanno le cose, l’altro giorno ho letto su un giornale che vogliono buttare giù metà del Barrio Chino, da Perecamps in su, e spianare fino ai quartieri alti, per far circolare l’aria. Qui comincia a puzzare di cimitero”. Carvalho uscì per strada scocciato dalle raccomandazioni. Per molto che avesse viaggiato e per quanto distante fosse Vallvidrera, chi avrebbe potuto supporre che ignorasse i confini del paese della sua infanzia? Chi avrebbe potuto derubarlo dei punti cardinali che meglio conosceva? Forse la moda di supporre che tutto era cambiato era giunta alle classi popolari e Biscuter cantava in ritardo il requiem già superato per quello che era stato e non era più, o per quel che avrebbe potuto essere e non fu mai. Gironzolò per le strade riconoscendo tutto, passando in rassegna le strade della sua intera vita, di quasi la sua vita intera, e tutto era al proprio posto. Entrò persino nei negozietti di libri usati e toccò quella cultura mummificata ricordando vecchie esperienze tattili della sua tappa di drogato della cultura. Pizzicò con gli occhi un frammento di un grosso e lussuoso volume su Barcellona da cui sporgeva un’etichetta con lo scandaloso prezzo originale corretto dalla pietà riduzionista del vecchio libraio di libri vecchi: “È mai possibile il mito dell’uomo libero nella città libera? Per il momento Barcellona si umanizza ad ogni tratto che recupera o costruisce per la passeggiata del corpo, quella relazione di spazio tempo che dà un senso al non aver nulla da fare né da temere, né da aspettare, vale a dire, quel che potremmo chiamare il desideratum beatifico. Questo popolo a cui piacciono tanto le cose gratuite e a cui uno dei suoi filosofi promise un giorno che avrebbe avuto tutto pagato, in qualsiasi luogo, per il semplice fatto di essere catalano, si entusiasma andando in cerca di lumache, raccogliendo funghi, bevendo alle fontane pubbliche e passeggiando per la propria città senza pagare nulla. Ha un rapporto materno-filiale con la propria città: sanno che è donna e si sentono figli di puttana e della Ramoneta, della Venere di Bronzo e della Pepita dell’Ombrello (la signora Josefina di Reus, volendo approfondire). Alcuni suoi filosofi nel passato, cercarono di convincere i catalani del fatto che la loro era una città di marmo, o una città stato o una città paese, ma senza riuscirci. La gente sa che questa città è una patria che ognuno possiede grazie all’egemonia della propria memoria. Molti sono nati qui. Altri sono giunti da lontano. Ma questa memoria possessiva ebbe inizio il giorno in cui, come gli antichi caldei, capirono che la parte essenziale del mondo terminava sulle colline che riuscivano a scorgere con i propri occhi”. Poteva essere d’accordo o no con il testo, ma non si prese il disturbo di deciderlo. […] La calle Perecamps doveva venire allungata per tagliare le vie della Città Vecchia in cerca dell’Ensanche, facendosi strada per le carni distrutte e gli scheletri calcinati delle architetture più miserabili della città. Un gigantesco bulldozer con testa da insetto avrebbe trasformato l’archeologia della miseria, in definitiva archeologia libresca, ma anche dopo la demolizione delle case e degli anziani, dei tossici, dei piccoli spacciatori, delle puttane povere, dei neri, dei marocchini, dopo averli fatti scappare spinti dalla scavatrice meccanica, da qualche parte avrebbero pur portato la loro miseria, forse nell’ hinterland, dove la città perde il suo nome e non è più responsabile dei suoi disastri.

Foto di Davide Perollo

Foto di Davide Perollo

 

E Barcellona probabilmente non smetterà di cambiare, di risplendere e di mostrare – di tanto in tanto – le sue cicatrici.

 Davide PerolloDavide Perollo – l’autore di alcune delle immagini che corredano questo articolo – è manager della cooperazione, fotografo, documentarista, narratore per diletto e per richiesta. Ha studiato Scienze Politiche a Palermo, regia a Londra ed antropologia culturale a Barcelona, dove vive e lavora per una Fondazione. Autore di articoli e saggi di Geopolitica, Storia Contemporanea e Antropologia, e di un reportage fotografico negli stati amazzonici del Brasile

 

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Rubrica: CityTelling, Top post

  • Scritto da:

  • Sara Pagnini
  • Traduttrice, redattrice, editor. Ama prendersi cura di due cose: i testi degli altri e i suoi 7 gatti e 2 cani. Ha tradotto poesia e narrativa latinoamericane per passione e testi tecnici e scientifici per lavoro, e sogna di tradurre il nuovo grande scrittore di lingua ebraica; nel frattempo, collabora con PubblicarSÌ.com. Se serve, ha anche un sito che si chiama come lei.


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