Intervista a Stefania Lepera

Intervista a Stefania Lepera

Stefania Lepera è un’autrice che non sapeva di essere tale finché qualcuno non glielo ha detto. Le sue storie per piccoli hanno il calore della madre e l’ingenuità del fanciullo, e per questo piacciono a entrambi.

 

Qual è stato l’intervento più assurdo di un editor a un tuo testo?

Quella volta in cui mi è stato contestato che un marchingegno era “poco realistico”. Considerato che si trattava di una storia i cui protagonistierano animali parlanti, mi è sembrata un’obiezione un poco bizzarra.


E quale quello più acuto?

Su Tre detective e due MateMisteri quando, modificando appena un paio di frasi, l’editor è riuscita a ridisegnare il profilo di uno dei personaggi che rischiava di fare la figura dell’allocco. L’intenzione era di creare un personaggio simpatico, con alcuni punti deboli, ma comunque degno di ammirazione, invece mi ero lasciata prendere la mano dalla caricatura.


Da autrice come vivi la dialettica con l’editor e la casa editrice?

A parte pochi episodi spiacevoli, mi sono sempre sentita in perfetta sintonia. Ho avuto la fortuna di incontrare persone molto professionali e competenti, che offrono osservazioni e suggerimenti sensati. Inoltre ho lavorato e lavoro ancora – qualche volta – come editor, per cui so bene che bisogna rispettare le reciproche aree di intervento. È una dialettica delicata, naturalmente, perché sui testi possono consumarsi anche feroci battaglie e ci si scopre molto vulnerabili.


Quali sono le tecniche per convincere un editor tiepido o scettico?

Essere convinti del proprio lavoro e aver ragionato molto su quello che si propone. Io però non sono la persona più adatta a dare consigli in questo senso, perché ho la tendenza a non ribattere alle critiche: le incasso e passo oltre, soprattutto quando sono critiche importanti. Mi spiego meglio: se sto proponendo un’idea per una storia, e l’editor mi muove critiche di fondo, non faccio nulla per contestarle. Non difendo le mie creature se non piacciono. Non so se per scarsa autostima, per eccesso di orgoglio, o per un ponderato realismo, ma ho l’impressione che non ne valga la pena. Se lui ha ragione, posso insistere fino all’esasperazione, ma non lo convincerò. Se ha torto, quante possibilità ci sono che arrivi ad ammettere di essersi sbagliato? Forse è meglio proporre l’idea a qualcun altro, oppure tenerla lì a decantare: magari dopo qualche mese mi accorgerò anch’io dei difetti, oppure la valuterò così brillante da lavorarci ancora su. Ovviamente è diverso se si tratta di dettagli, particolari della vicenda, elementi dello sviluppo. Se ho scelto questo aggettivo per una ragione, posso convincere l’editor che è l’aggettivo giusto. Se l’ho messo lì perché l’ho trovato sul dizionario dei sinonimi e contrari, allora meglio ascoltare il parere di un esperto.


Qual è il difetto tipico che accomuna gli editor con cui hai lavorato? E il pregio?

Nel mio lavoro, oltre agli editor veri e propri, mi capita di collaborare con persone che possono avere qualcosa da ridire su quello che scrivo, che hanno voce in capitolo, insomma. La cosa che sicuramente mi urta di più è quando non vengono rispettate le sfere di competenza. Se tu sei un revisore tecnico, non puoi intervenire sullo stile. Se devi dare una consulenza scientifica, non puoi modificarmi una frase perché secondo te suona meglio. Questo capita spesso, purtroppo. Dagli editor invece non ho avuto quasi mai brutte sorprese, perché ho incontrato persone che sapevano fare il proprio mestiere.


A chi fai leggere i tuoi testi prima di mandarli in casa editrice?

A volte a mio marito. Più spesso ai miei figli, che hanno l’età “in target”. L’incipit di Un enigma e due MateMisteri, per esempio, è stato modificato in base ai suggerimenti di mio figlio, che non capiva alcuni passaggi. Per chi scrive per l’infanzia, un lettore bambino su cui testare la comprensione è qualcosa di prezioso.

Meglio pubblicare con una casa editrice o con il self-publishing?

Non ho mai usato il self-publishing, quindi posso dare solo un parere esterno. La casa editrice mette al servizio dell’autore competenze e strumenti, e ha tutto l’interesse che il libro pubblicato circoli. Con il self-publishing devi essere capace di cercare un mercato, di promuovere il tuo titolo tra migliaia di altri titoli: è un lavoro a tempo pieno, senza il quale si rischia di pubblicare per poi raggiungere solo le persone che già si conoscono. Certo, se sei convinto che il tuo romanzo sia stato snobbato ingiustamente dagli editori, la strada del self-publishing è sempre aperta, ma credo sia molto difficile che un’opera raggiunga un vasto pubblico solo in virtù della sua bontà.


Cosa consiglieresti a un autore esordiente che per la prima volta lavora con una casa editrice?

Umiltà e capacità di valutazione. Umiltà nel saper accogliere critiche e suggerimenti, nel mettersi in discussione. Capacità di valutazione per capire con chi si ha a che fare, qual è il livello di competenza e di buona fede degli interlocutori. Questo, direi, vale in tutti i rapporti di lavoro, e forse in tutte le relazioni umane. Se la persona che hai di fronte merita fiducia, allora concedila. Se ti rendi conto che ha interessi divergenti dai tuoi, allora lascia perdere e guardati intorno alla ricerca di qualcun altro.


Quali sono le cose che gli editor proprio non capiscono degli autori?

Come autore, quello che mi spaventa di più è che un’opinione su un particolare possa tradursi in un giudizio generale su di me, sulle mie capacità. Ho sempre bisogno di essere rassicurata, e se l’editor mi trasmette la sua stima mi sento molto più propensa a prendere le critiche come critiche costruttive. Per quanto un editor possa amare il proprio mestiere, per lui il testo è lavoro. Per un autore è sangue. Ecco perché un editor dev’essere un po’ psicologo e un po’ “tata”. Come editor, quello che non capisco a volte è proprio il testo. Mi capita di leggere paragrafi che mi risultano davvero incomprensibili: la chiarezza è un dono raro.


Se tu fossi un editor cosa diresti alla Stefania Lepera autrice?

Ecco, per la verità ogni volta che scrivo ragiono in parte come editor e cerco di evitare errori comuni che fanno imbizzarrire quelli che poi devono lavorare in redazione. Le uniformità, per esempio, portano via tantissimo tempo, per cui cerco di curare il più possibile l’uso di maiuscole, corsivi, grassetti, punteggiatura, usandoli con criterio. E poi mi dico: “Preparati! Se chiedi un’opinione sii pronta ad accettare le critiche. Se offri la tua creatura, che a te sembra perfetta, sappi che per gli altri sarà perfettibile. L’editor non ha sempre ragione, ma neppure tu.”

 

Stefania-Lepera

Stefania Lepera è sceneggiatrice e scrittrice di libri per bambini (per Mondadori ha scritto i testi dei libri dei Cuccioli cerca amici, Ben 10 e Gormiti).

Ha due figli sui quali “testa” le sue storie ogni sera quando li mette a dormire.

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Rubrica: Interviste sulla scrittura, Top post

  • Scritto da:

  • Alessandro Gelso
  • Nato a Varese nel 1974, ho giocato a basket finché ho potuto. Dal 1998 mi occupo di libri per ragazzi, dal 2009 di un basso elettrico e dal 2013 di una bimba che non parla l’italiano. Mi piace pubblicare i libri belli ma ancor di più stroncare quelli brutti.


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