Valutare i giudizi altrui e difendersi dal pessimismo

Valutare i giudizi altrui e difendersi dal pessimismo Illustrazione di Ivan Canu

Come molti di voi sapranno per esperienza, l’attività dello scrittore, in particolare di quello esordiente che non ha mai presentato un libro dal vivo, è caratterizzata in buona parte dalla solitudine. Chi suona in una band, chi pratica uno sport a livello agonistico, chi recita in una compagnia teatrale è sottoposto, fin dagli inizi del suo percorso, alle attenzioni di un pubblico che può essere entusiasta o scontento della sua performance, fornendo un feedback preciso. Al contrario, lo scrittore realizza la sua “performance”, la scrittura del libro o del racconto, solo con se stesso.

Per questa  ragione, spesso sottoporre la propria opera ai giudizi di altre persone, anche prima di averla completata, può essere utile per ottenere un riscontro esterno, evidenziando punti di forza o debolezze che non riusciamo a ravvisare da soli. È altrettanto vero, però, che talvolta ci rivolgiamo a persone non adatte ad esprimere giudizi sul nostro testo: individui che potrebbero non essere del tutto obiettivi, incapaci di darci un giudizio distaccato. Persone troppo legate a noi e timorose di ferirci o, al contrario, animate magari da una sotterranea invidia o da perplessità sul nostro conto che non hanno a che fare con la scrittura.

Ecco due fondamentali domande che dobbiamo porre a noi stessi, quando decidiamo di sottoporre ciò che abbiamo scritto al giudizio di un’altra persona.

1) La persona alla quale voglio rivolgermi è competente? Rappresenta il target di lettori che vorrei raggiungere?

Possiamo domandarci, ad esempio, se sia veramente amante della lettura e se apprezzi il genere di romanzo o racconto che abbiamo scritto. Chi legge solo thriller o gialli potrebbe non apprezzare un romanzo di formazione con una spiccata componente psicologica, nel quale i “colpi di scena” sono solo interiori. 

2) In che rapporti è con me?

Nello specifico, cerchiamo di capire se si tratta di qualcuno che teme troppo di ferirci (non comprendendo che, talvolta, per aiutare il prossimo occorre metterlo di fronte ai suoi sbagli), oppure se rischiamo di rivolgerci a un “giudice” al quale non andiamo particolarmente a genio, per ragioni personali. 

Una volta ottenuto il parere altrui è il momento di riflettere, per capire se quanto ci è stato detto trova riscontri nel nostro testo.

Assicuriamoci di essere nelle condizioni psicofisiche migliori, eventualmente applicando una tecnica di rilassamento, come quella di cui ho parlato in precedenza. Per avere un approccio ottimale anche dopo un commento negativo, consiglio di ragionare in questi termini:

il giudizio che ho ricevuto può essere uno strumento prezioso, una lente che mi aiuta a individuare subito un problema che forse non avrei mai scoperto

Così, se ci è stato detto che il testo è un po’ prolisso nel descrivere i paesaggi, andremo subito a verificare, non con un atteggiamento di sconforto o risentimento, ma ben disposti ad apportare miglioramenti che potrebbero essere determinanti. Rivedremo quindi i passaggi più descrittivi: servono a far proseguire la narrazione? Danno risalto al “panorama interiore” dei personaggi? Sono invece eccessivi, fini a se stessi? Ricordiamoci comunque di soppesare attentamente anche i giudizi positivi, a volte fin troppo enfatici, per non incorrere in illusioni sopravvalutando quanto abbiamo scritto.

A questo punto, voglio aggiungere un’appendice a mio avviso piuttosto utile.

Come difendersi dal pessimismo imperante (o, forse, apparente)

 

Allo scrittore in erba può capitare spesso di leggere, soprattutto nell’affollato panorama web, commenti e articoli dal taglio particolarmente pessimista che hanno, come oggetto, il mondo della scrittura e dell’editoria. È facile, quindi, cedere allo sconforto, leggendo apocalittici proclami sul ridotto numero dei “lettori forti” in Italia, su presunte case editrici che non degnerebbero di uno sguardo l’esordiente, cercando non si capisce bene dove i nuovi nomi da pubblicare… tutti possibili ostacoli psicologici all’attività creativa.

Sì, perché tali messaggi rischiano di minare la sicurezza dello scrittore più motivato, che potrebbe pensare “forse è meglio lasciar perdere o scrivere solo per me, senza aspirare alla pubblicazione”. Non mi stupisce osservare che talvolta sono proprio scrittori o aspiranti tali a diffondere una visione del genere… forse si tratta di un modo per scoraggiare eventuali concorrenti.

Comunque, mi viene spontanea una considerazione, per smontare la portata di certi “oracoli del pessimismo”.

 L’umanità è sempre stata, è e sarà affamata di storie. 

Questa caratteristica è insita nel nostro DNA: siamo dalla notte dei tempi animali sociali, interessati a osservare il comportamento dei nostri simili, per comprendere qualcosa di più sulla vita, per semplice curiosità, per desiderio di comunicare. Attraverso il racconto di fantasia possiamo entrare nelle vite di altre persone, anche se non reali, appassionarci alle loro gesta, esplorare magari parti del mondo che non abbiamo mai visto e, forse, non vedremo mai.

Se saprete essere originali, appassionati, se saprete dare vita a personaggi realistici ai quali è facile affezionarsi (elemento a mio avviso più importante della trama), sappiate che molte persone stanno aspettando di leggervi. Immaginate quindi di prendere un foglio sul quale sono stampati tutti quegli articoli pieni di pessimismo, di farne una palla e gettarlo nel cestino.

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Rubrica: Dallo strizzacervelli!, Top post

  • Scritto da:

  • Ugo Cirilli
  • Ugo Cirilli è nato in Versilia nel 1985. Laureato in Psicologia Cognitiva, si occupa di comunicazione online e collabora con la webzine BestVersilia, dedicata ai temi del benessere, della cultura e delle passioni. Appassionato di letteratura e musica, dopo aver appurato che non sarebbe diventato una rockstar, ha preferito appendere la chitarra al chiodo e dedicarsi testardamente all’arte di scrivere.


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