Milano

Milano Foto di Vincenzo Reina ( https://www.flickr.com/photos/talebanus/ )

La storia della Milano letteraria va di pari passo con la storia urbana, politica, sociale della città; ne segue gli sviluppi, ne evidenzia le contraddizioni, si prende gioco dei suoi paradossi, talvolta ne fa una critica feroce, talvolta una dichiarazione d’amore. Si comincia da lontano, da quella Milano asburgica-ma-non-troppo di cui ci parla Stendhal nel suo romanzo La certosa di Parma:

Il 15 maggio 1796 il general Bonaparte entrò a Milano alla testa del giovine esercito che aveva varcato il ponte di Lodi e mostrato al mondo come dopo tanti secoli Cesare e Alessandro avessero un successore. I miracoli d’ardimento e d’ingegno che l’Italia vide compiersi in pochi mesi risvegliarono un popolo addormentato: otto giorni avanti che i Francesi giungessero, i Milanesi li credevano un’accozzaglia di briganti usi a scappar di fronte alle truppe di Sua Maestà Imperiale e Reale, che questo diceva e ripeteva tre volte la settimana un giornalucolo grande come il palmo della mano e stampato su una sudicia carta. Costumi nuovi non tardarono a sorgere, passioni nuove a manifestarsi; e tutto un popolo, il 15 maggio 1796, si accorse che quanto aveva fino allora circondato del suo rispetto era sovranamente ridicolo, odioso talora.

La Milano di Stendhal non è precisamente un paesaggio urbano, bensì un paesaggio umano in piena trasformazione morale. Vediamo lo stesso accadere in tempi più recenti: una penna raffinata come quella di Dino Buzzati ha l’ardire di prendere in giro nientemeno che il simbolo della borghesia milanese per eccellenza, il Teatro alla Scala: in Paura alla scala, infatti, Buzzati non si fa problemi a parodiare persone e consuetudini rigorosamente “milanesi”, ai limiti del grottesco:

Si era già, è vero, in maggio inoltrato quando la stagione della Scala, a giudizio dei più intransigenti, volge al declino, quando al pubblico, composto in gran parte di turisti, è buona norma offrire spettacoli di esito sicuro, non di eccessivo impegno, scelti nel repertorio tradizionale di tutta tranquillità; e non importa se i direttori non sono proprio i massimi, se i cantanti, per lo più elementi di vecchia routine scaligera, non destano curiosità. […] Era una sera incantevole di prima estate, quando perfino Milano riesce a recitare la parte di città romantica: con le strade quiete e semideserte, il profumo dei tigli che usciva dai giardini, una falce di luna in mezzo al cielo. Pregustando la brillante serata, l’incontro con tanti amici, le discussioni, la vista delle belle donne, lo spumante prevedibile al ricevimento annunciato dopo lo spettacolo nel ridotto del teatro, Cottes si avviò per via Conservatorio; allungava così di poco il cammino ma risparmiava la vista, a lui ingratissima, dei Navigli coperti.

Foto di Roberto Taddeo

Foto di Roberto Taddeo

I navigli, altro simbolo per eccellenza del paesaggio milanese, sono invece lo scenario – insieme alla povertà e ai primi accenni di conurbazione – del bellissimo racconto di Giorgio ScerbanencoNebbia sul Naviglio:

Stavano come al solito nello stanzone davanti alla cucina, quella specie di magazzino e sala di soggiorno insieme, da un lato ingombro di biciclette da riparare, di vecchi copertoni, del banco col morsetto e tutti gli altri strumenti, e la latta di olio; e dall’altro arredato con la scrivania del papà, e le poltrone del salotto della mamma: di tutti e due non rimanevano ora, in quella specie di cascina ai margini di Milano, non aggregata né alla città, né alle frazioni intorno, del papà e della mamma di Elisa e di Stefano, non rimanevano ora che due ingrandimenti fotografici, in una cornice ovale di gesso, una volta dorata e poi ogni tanto, quando si scrostava, verniciata di scuro a imitare ingenuamente il legno. […] La seguirono dalla soglia attraversare la corte dal cemento tutto rotto tenendo la bicicletta a mano, e poi la videro sullo stradone salire in sella, a macchina già avviata, ancora così agile e disperata, come sempre, benché fosse al terzo mese. La seguirono forse ricordando tutte le altre volte che l’avevano vista andar via così, tenendo la bicicletta a mano, a fianco del notaio, quello che era venuto un giorno lì, per caso, a farsi riparare la bicicletta, dopo una bella mattinata di caccia, e che una settimana prima era stato trovato nel Naviglio Pavese, morto come si meritava uno come lui che va nelle case della povera gente, illude le ragazze, le fa persino separare dal loro fidanzato e poi, promettendo di sposarle, scompare il giorno in cui si viene a sapere che è ammogliato.

Foto di Opethpainter

Foto di Opethpainter

Nonostante il titolo riunisca in sé i simboli più famosi (e stereotipanti) della città, non c’è niente di minimamente banale in questo racconto noir, dalla prosa diretta e raffinata come di fatto era quella di Scerbanenco, che di Milano ha fatto l’ambientazione per eccellenza di tutte le sue storie. E tantomeno banale è la descrizione che fa di una Milano, proprio come ne La certosa di Parma, in piena trasformazione: agli albori del suo sviluppo economico e industriale. Della sua personale creazione di modernità. In uno scenario che non è urbano né rurale, ma che si compenetra dando luogo, forse proprio per questa promiscuità, a storie come questa.

E poi c’è la Milano del boom economico e culturale di cui lo scrittore grossetano Luciano Bianciardi – nel suo splendido La vita agra – racconta il rovescio della medaglia. La sua è una città completamente diversa, lontana dallo sfavillio e dalle belle promesse che l’industrializzazione e un ritrovato benessere sembrava portare con sé. Bianciardi vive e frequenta la gente di una Brera bohémienne e proletaria che ci descrive con un linguaggio colloquiale e schietto, che non disdegna i toscanismi, dando quasi l’impressione che ci stia parlando adesso, proprio in questo momento:

Era una strada tranquilla e tutta nostra; il traffico quasi non ci si azzardava, ma anche in via della Braida, che pure è centrale e frequentata, le auto sembravano riconoscere che questa era zona nostra e rallentavano più del dovuto, e i piloti non s’arrabbiavano né facevano le corna se un pedone uscito dal caffè delle Antille traversava senza guardare, obbligandoli a una secca frenata. Per tacito consenso insomma quella era la nostra isola , la nostra cittadella. Ci abitavo anch’io, poco oltre l’incrocio, dove via della Braida, pur restando identica per larghezza e colore, cambia nome, ne prende uno risorgimentale, a ricordo della campagna del ’59, quando vinsero i francesi. Più che abitare diciamo che dividevo una camera mobiliata al terzo piano del numero otto, con un fotografo che si chiamava per l’appunto Carlone. […] Fuori le strade si incupivano di nebbia, le case avevano serrato porte e finestre, e attorno ai lumi c’era un alone umido e fuligginoso. Gli omaccioni bluastri sonnecchiavano, col capo appoggiato al tavolo, le guance e il naso distorti e accesi dal vino. Anche al bar delle Antille si spegnevano le ultime stracche chiacchiere, fumavano lentamente le ragazze pallide, vestite di nero, coi capelli appiccicosi e i piedi sporchi di melletta. I quattro giocatori di tressette nemmeno litigavano più, soltanto la signora Gianna, seduta a un tavolo davanti a un gobbetto, in mano il grappino, mostrava i denti allungati dalla piorrea e continuava a insolentire: “Le cambiali. Lo so io la grana che mi tocca di cacciare, ‘sto mese, per le cambiali. Questo paese di gesuiti. Ma lo sa lei che quest’anno ci sono stati ottocentomila aborti clandestini in Italia? Lo sa? Paese di merda”.

Foto di Luca Sartoni

Foto di Luca Sartoni

Milano, come già aveva egregiamente dimostrato Scerbanenco, è anche lo sfondo perfetto per la narrazione di storie noir e poliziesche: in Grande Madre Rossa Giuseppe Genna esprime al meglio tali suggestioni e scenari e, anzi, le supera: Milano non è solo l’ambientazione privilegiata di un’intricata trama noir, è qualcosa di più, è  un personaggio a se stante – quasi un protagonista – che  addirittura risucchia, invischia e lega a sé personaggi e situazioni:

Lo sguardo è a diecimiladuecento metri sopra Milano, dentro il cielo. È azzurro gelido e rarefatto qui. [...] Lo sguardo punta ora verso il basso. Verso il pianeta. [...] È sopra una città, in pura sospensione. È in una bolla. Lo sguardo vede tutta la città. La città è nera, è livida. è opaca, è inquinata- Lo sguardo galleggia sopra la metropoli. Vede emissioni gassose letali e anonime- Lo sguardo bascula, in sospensione, pare navigare, è nel liquido dell’aria. All’improvviso nuovamente accelera. Punta sulla città.

Velocissimo. Lo sguardo punta al centro della città. In accelerazione vertigiosa i palazzi, le strade, gli omìni che camminano, le automobiline che incrociano. Velocissimo. Al centro, la Cattedrale è bianca e nera, verticale. Lo sguardo devia di un minimo gradiente angolare. Non punta alla Cattedrale- Vede l’enorme cubo bianco e nero. geometrico e spaventoso, di un Palazzo. Ci va addosso. Si avvicina il muro accecante e bianco.

Lo scontro è tra una frazione di secondo.

Ecco l’impatto. [...]

È esploso e crollato a Milano il Palazzo della Giustizia.

Foto di Angelo Amboldi (CC BY ND)

Foto di Angelo Amboldi (CC BY ND)

 

Ma Milano non è solo tensione e conflitto: possiede anche una sua grazia speciale, ricca di angoli magici e originali, che si rivela alla vista più attenta e sensibile. Alda Merini la omaggia in questa poesia intitolata semplicemente Per Milano:

Non è che dalle cuspidi amorose

crescano i mutamenti della carne,

Milano benedetta

Donna altera e sanguigna

con due mammelle amorose

pronte a sfamare i popoli del mondo,

Milano dagli irti colli

che ha veduto qui

crescere il mio amore

che ora è defunto.

Milano dai vorticosi pensieri

dove le mille allegrie

muoiono piangenti sul Naviglio.

 

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Rubrica: CityTelling, Top post

  • Scritto da:

  • Sara Pagnini
  • Traduttrice, redattrice, editor. Ama prendersi cura di due cose: i testi degli altri e i suoi 7 gatti e 2 cani. Ha tradotto poesia e narrativa latinoamericane per passione e testi tecnici e scientifici per lavoro, e sogna di tradurre il nuovo grande scrittore di lingua ebraica; nel frattempo, collabora con PubblicarSÌ.com. Se serve, ha anche un sito che si chiama come lei.


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