Le tecniche dell’intreccio: la prolessi

Le tecniche dell’intreccio: la prolessi Illustrazione di Ivan Canu
«Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio»

Cent’anni di solitudine affida a una prolessi il suo incipit, prima di sprofondarci in una lunghissima analessi, che ha il sapore mitologico della fondazione di un mondo. Perché, allora, Marquez ci teneva a farci sapere da subito che Aureliano sarebbe morto in quel modo? La prolessi è davvero, come diceva il grande Genette, una manifestazione di impazienza narrativa?

La settimana scorsa abbiamo parlato di analessi o flashback, ora affrontiamo un secondo tipo di acronia nella narrazione: la prolessi o flash-forward, se preferiamo utilizzare la terminologia anglosassone. L’analessi, solitamente, ha valore esplicativo: serve al narratore per spiegare al suo lettore la storia di un personaggio o di un evento che ha causato i fatti presenti. La prolessi, invece, è un’anticipazione che crea un’aspettativa nel lettore. Noi leggeremo le tante pagine di Cent’anni di solitudine attendendo il momento in cui Aureliano Buendía si troverà davanti al plotone di esecuzione, perché la sua – giocando col celebre titolo di un’altra opera di Marquez – è stata una “cronaca di una morte annunciata”? Ebbene no! Qui l’autore ha giocato sporco: ci ha detto che Aureliano Buendía si trovava davanti a un plotone d’esecuzione e noi abbiamo inferito in modo naturale: morirà. Ma Gabo ne sapeva una più del diavolo e con la sua prolessi ci ha giocato un tiro da maestro, perché nonostante il plotone d’esecuzione Aureliano Buendía morirà di vecchiaia, appoggiato a un castagno. Quindi, la prolessi non è sempre una impazienza narrativa che svela, può anche velare, creare equivoci, sorprese.

Come scrittori possiamo esercitare la prolessi nelle vesti di un narratore esterno che preannuncia il contenuto della storia:

«Questa è la storia di una donna e di un uomo che si amarono in pienezza, evitando così un’esistenza banale. L’ho serbata nella memoria affinché il tempo non la sciupasse ed è solo ora, nelle notti silenziose di questo luogo, che posso infine raccontarla. Lo farò per quell’uomo e quella donna che mi confidarono le loro vite dicendo: prendi, scrivi, affinché non lo cancelli il vento» (I.Allende, D’amore e ombra).

oppure di un narratore interno che, attraverso la prolessi, torna al tempo da cui narra (il suo presente, che però è il futuro del tempo della fabula):

«[…] perché mi pareva che una persona a cui si auguravano tante belle cose dovesse essere di grande rilievo e di un merito infinito. Andando poi innanzi nella vita corressi questa mia strana opinione» (I. Nievo, Le confessioni di un ottuagenario)

Sebbene possa sembrare poco adatta ad un giallo, Faletti ha usato la prolessi proprio nel’incipit di Niente di vero tranne gli occhi:

«Il buio e l’attesa hanno lo stesso colore. La ragazza, che un giorno sarà seduta nell’oscurità come in una poltrona, ne avrà avuto a sufficienza dell’uno e dell’altra per averne paura. Avrà  imparato fin troppo bene e a sue spese che la vista a volte non è un fatto esclusivamente fisico ma mentale»

La prolessi male utilizzata uccide l’intreccio, come un amico che ci racconta per filo e per segno il film che stiamo per andare a vedere al cinema, ma ben dosata e non troppo “impaziente” (ricordiamo Genette) crea suspense, oppure dà rilievo al ruolo extradiegetico – cioè esterno – dell’autore. Mai anticipare troppo, quanto basta per far nascere nel lettore domande e ipotesi. Fare intravedere, non mostrare, a limite barare come Marquez.

Se, poi, scriviamo in tono epico/magico, la prolessi è anche la figura retorica dei vaticini e delle profezie:

«Altro ti voglio dire e tienilo in mente:

davvero tu non andrai molto lontano, ma ecco

ti s’appressa la morte e il destino invincibile:

cadrai per mano d’Achille, dell’Eacide perfetto»

diceva Patroclo in punto di morte ad Ettore, che gli toglieva la vita. Ma ricordate sempre che Cassandra non era ben voluta dai suoi simili, quindi non abusate di prolessi.

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Rubrica: Breve corso di romanzologia, Top post

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  • Mi occupo di estetica, scrittura e filosofia del linguaggio. Ho pubblicato testi su Wittgenstein, sull’estetica di Croce, sulla fisica quantistica e tradotto testi di Hegel e Schrödinger. Amo Bach e Proust, scrivere e suonare il pianoforte. Collaboro con la rivista «Complessità» e insegno filosofia nei licei.


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