Intervista a Carla Vistarini (parte 2)

Intervista a Carla Vistarini (parte 2)

Carla Vistarini? Un nome, un’istituzione. Perché quando in Italia si parla di scrittura d’autore a tutto tondo si pensa subito a lei. Paroliera, sceneggiatrice, autrice televisiva, teatrale e cinematografica. E ora anche scrittrice del romanzo “Se Ho paura prendimi per mano” (Corbaccio), un suo esordio scoppiettante, forse sull’unico terreno che non aveva ancora calpestato. Esperienza più che trentennale, spirito da teenager, in questa lunga intervista (divisa in due parti: qui potete leggere la prima) ci spiega il percorso denso di esperienze indimenticabili, e a volte accidentato, che l’ha resa grande in campi apparentemente diversi ma legati da un unico filo conduttore: l’amore assoluto per la scrittura.

 

Certi mondi, a detta di molti, sono a compartimenti stagni. Non è comune passare dalla televisione al teatro. Come ci sei riuscita?

«Quando Eduardo diceva: “Gli esami non finiscono mai”, diceva una sacrosanta verità. Solo che io gli esami me li imponevo da sola. Nel 1987 per puro piacere personale scrissi una commedia dal titolo “Ugo”, che aveva come protagonista un gorilla. Provai a proporla in giro ma, nonostante avessi già alle spalle successi televisivi e cinematografici, nessuno voleva metterla in scena. Così decisi di partecipare al premio IDI (Istituto del Derma italiano) e, incredibile ma vero, vinsi quell’importante riconoscimento. “Ugo” andò trionfalmente in scena, interpretato dai bravi Alessandro Haber e Mita Medici. È stato ed è continuamente riproposto con messe in scena nuove da Michele Laginestra, Biagio Izzo, Gianni Ciardo. All’estero è tutt’ora rappresentato in Germania, Francia, Grecia, Repubblica Ceca, Argentina Uruguay».

La scrittura teatrale è molto diversa da quella televisiva e cinematografica?

«Il teatro impone trucchi narrativi legati alle contingenze tecniche, anche se in effetti tutto lo scrivere è un adattarsi alle circostanze tecniche, e si è tanto più bravi quanto più si riesce a liberare la creatività all’interno dei recinti produttivi. Un testo teatrale, per esempio, richiede che vi siano pochi cambi di scena, per questioni sia di costi, sia di praticità. Significa che il racconto deve svolgersi tutto nello stesso luogo, qualunque esso sia, o al massimo in due. In questo sta una delle maggiori differenze con il cinema. Per esempio, un bravo drammaturgo è colui che riesce a fare un testo che si svolge tutto dentro una stanza con una tensione drammaturgica tale da tenere lo spettatore inchiodato alla sedia per tutto il tempo. Un’altra differenza fondamentale con il cinema sono i dialoghi. I geni del teatro sono coloro che costruiscono buone trame con dialoghi eccelsi al limite della poesia, ma nello stesso tempo costruiscono trame tragiche o comiche complesse. Il top è stato Shakespeare, ma vale anche per Goldoni, Pirandello, Molière».

Il mese scorso hai pubblicato il romanzo “Se ho paura prendimi per mano”. Mancava solo un libro per completare il curriculum…

«A un certo punto, dopo tante cose scritte per altri, mi è venuta voglia di far arrivare la mia voce direttamente al pubblico, senza filtri. Avevo i mente Faletti e Camilleri, entrambi approdati alla scrittura dopo esperienze come sceneggiatori e autori. Pochi lo sanno ma tre anni avevo già pubblicato “Città Sporca” (ed. Lo Scrittore), un romanzo duro, con una vena grottesca un po’ tarantiniana, che racconta gli esiti drammatici di una storia d’amore in bilico tra malavita, spettacolo e potere. Nel romanzo convergono noir e thriller, che prediligo anche come lettrice, perché per me la suspense è un elemento indispensabile alla narrazione. In “Città Sporca” compare per la prima volta Tano Curreri, il poliziotto onesto e solitario presente anche nel mio recentissimo romanzo “Se ho paura prendimi per mano” (ed. Corbaccio), pubblicato i primi di settembre».

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Un romanzo che tiene il lettore inchiodato alla pagina, grazie alle vicende rocambolesche di Smilzo, analista finanziario finito a vivere sotto i ponti e una bambina abbandonata, senza nome e senza voce… Come è nata l’idea?

«Flaubert diceva: “Emma Bovary sono io”, e mai verità più vera fu detta da uno scrittore. Tutti i personaggi del romanzo “sono” lo scrittore. Il buono il cattivo, il tradito e il traditore. Quando ho cominciato a scrivere volevo raccontare di certe solitudini metropolitane che “affollano” le nostre città. Solitudini esasperate dalla crisi, finanziaria ma anche di valori, dall’indifferenza, al bisogno, alla paura. Smilzo è un antieroe, uno che ormai vive nell’ombra della società, ma la vita gli presenta il conto dell’imprevisto assoluto: una bambina piccolissima, quasi muta, che gli si attacca e non lo molla, e che lo pone di fronte a scelte strazianti. Gli altri personaggi rappresentano altre solitudini, ma anche degli archetipi del racconto di tutti i tempi: c’è un cattivo (l’avvocato Brandt), un amorale disumano (il medico Mori), un buono (Don Pietro), una donna raggirata che si riscatta, e altre “maschere” capaci di attirare il lettore nelle maglie del racconto. Senza contare che il personaggio di sfondo, Roma, è una città diversa da come la vediamo di solito».

Nella sua lunga carriera hai esplorato tutte le forme di scrittura possibili. In futuro cosa dobbiamo aspettarci?

«In realtà con la scrittura di romanzi sento di aver trovato un approdo. Dico a bassa voce, altrimenti si grida al sacrilegio, che scrivere un romanzo mi appassiona come se stessi giocando a un videogioco di avventura. All’inizio si sa dove si deve arrivare ma il “come” si scoprirà solo scrivendo, anzi, scrivendo. C’è un bellissimo racconto di Jorge Luis Borges dal titolo “Il giardino dei sentieri che si biforcano”: narra la metafora delle continue scelte, pratiche ed esistenziali, che siamo chiamati a fare nel corso dell’esistenza. Una scelta minima, dice Borges, può portare, in mille modi diversi, all’altro capo del mondo o solo alla fine del giardino. La meraviglia del raccontare è che quelle scelte possiamo determinarle noi per i nostri personaggi. Insomma possiamo costruire mille nuovi mondi e infinite possibilità».

A proposito di possibilità: tuo padre era un attore, sua sorella un’attrice. Quanto ha contato respirare arte e cultura per la tua formazione?

«Sono stata fortunata. Ricordo la libreria quasi monumentale di mio nonno. Da quando ho memoria per ricordare, ho sempre visto in casa gente con un libro in mano, quindi la mia curiosità letteraria è nata per imitazione. Sentivo l’urgenza di capire cosa ci fosse di tanto interessante in quegli oggetti pieni di pagine. Ho imparato a leggere prima di andare a scuola, e da lì non ho mai smesso. Il grande privilegio è stato avere a disposizione letture di qualsiasi tipo: dal libro Cuore, a Verne, Salgari, Stevenson, Scott, London. Poi sono arrivati Cesare Pavese, Steinbeck, Cechov, che ho avuto tra le mani già nella prima adolescenza. Di sottofondo, poi, c’era sempre la musica, che ancora oggi, insieme alla lettura, costituisce il sodalizio emotivo più forte della mia quotidianità».

Il bagaglio di letture è imprescindibile per chi sceglie il mestiere di scrivere. Quali autori consiglieresti a chi vuole approfondire la tua cultura letteraria?

«Ne amo e ne consiglierei tantissimi, e molto diversi fra loro. Tra i grandi romanzieri Jane Austen di Orgoglio e Pregiudizio e di Ragione e sentimento; Victor Hugo dei Miserabili e di Notre dame de Paris; Alessandro Dumas e tutti i grandi narratori di favole, come i fratelli Grimm. Il mio amato Jorge Luis Borges, almeno La Lotteria a Babilonia; Orwell di 1984 e de La Fattoria degli Animali. Tra gli italiani Leonardo Sciascia di La scomparsa di Majorana, Il Giorno della civetta e Cadaveri eccellenti; Dino Buzzati del Deserto dei tartari e, tra i grandi contemporanei, Cormac McCarthy, Agotha Kristoff e Truman Capote. E infine tutti i grandi giallisti: sono un’appassionata del genere».

Cos’altro diresti a un aspirante scrittore?

«Gli direi per prima cosa di coltivare la conoscenza, il sapere, quello che una volta era chiamata “cultura”. Si deve alimentare a più non posso questa marcia in più, che viene dal leggere moltissimo, dall’ incamerare dati ma anche emozioni che nascono da opere ed esperienze di autori che ci hanno preceduto. Credo che investire nella cultura paghi ancora interessi molto alti nella vita, nonostante il momento difficile che stiamo vivendo. Lo stesso vale per lo studio delle lingue, della storia di altre civiltà, delle discipline scientifiche. Tutto serve, anche quello che può sembrare lontano dal mestiere dello scrivere. Io non credo molto nelle “scuole” di musica e scrittura, perché il talento non si insegna, ma credo che certe scuole e certi ambienti di aggregazione possano essere un ottimo brodo di coltura per imparare, arricchirsi, creare contatti. Sono favorevole ai concorsi e a tutto ciò che può rappresentare adesso un’opportunità, purché non a pagamento. Consiglio di farsi un “parco lettori”, che non siano mamme e zie, ma amici o, se si ha la fortuna di conoscerlo, qualche esperto, per avere pareri diversificati. Consiglio di mandare il proprio scritto a editori e agenti solo dopo aver riletto, corretto e ricorretto. Niente indispone più di un lavoro sciatto. Ultima dritta, ma non meno importante: consiglio di non provarci se non si è armati di “insana passione” per la scrittura, perché tentare per soldi o per l’immagine è il presupposto migliore per arenarsi. Ho insegnato scrittura creativa e linguaggio televisivo per master postuniversitari, e il motto che non mi stanco di ripetere è quello che mi illuminò quando ero una principiante. È la risposta di Giuseppe Verdi a un giornalista che gli chiese: “Che cos’è per lei il genio?”, e lui rispose: “Il genio è sgobbare”. Sgobbare, sgobbare, e ancora sgobbare».

Come si fa a rimanere per tanti anni sulla cresta dell’onda in settore così difficile e competitivo come quello della scrittura?

«Sembrerà banale, ma continuando a sgobbare, rimandendo seri, curiosi e un po’ pazzi, facendo squadra con chi collabora e crede in noi, mantenendo costantemente un filo diretto con chi ci ama, ci segue, ci legge. Io, per esempio, dialogo quotidianamente con i miei lettori su twitter (@charliecarla) e sulla mia pagina facebook. In questo momento sto ricevendo migliaia di foto dei miei lettori con il romanzo “Se ho paura prendimi per mano” e sto preparando una grande Gallery da pubblicare sui social e su Pinterest. È un progetto bellissimo: siete tutti invitati!».

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Rubrica: Interviste sulla scrittura, Top post

  • Scritto da:

  • Eleonora Molisani
  • Studi classici, laurea in legge, non avevo il pelo sullo stomaco per fare l’avvocato. In realtà nemmeno sulla lingua, quindi ho preferito coltivare la mia passione per la scrittura, diventando giornalista. Sono caposervizio al settimanale Tu Style di Mondadori e nel tempo libero collaboro con il quotidiano online Il Calibro e seguo i miei due blog: News-tweet.com. e Natural Born Readers & Writers (li trovate anche su fb e twitter). Collaboro, come docente di giornalismo, alla scuola di linguaggi Mohole di Milano.


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