Intervista a Carla Vistarini

Intervista a Carla Vistarini

Carla Vistarini? Un nome, un’istituzione. Perché quando in Italia si parla di scrittura d’autore a tutto tondo si pensa subito a lei. Paroliera, sceneggiatrice, autrice televisiva, teatrale e cinematografica. E ora anche scrittrice del romanzo “Se Ho paura prendimi per mano” (Corbaccio), un suo esordio scoppiettante, forse sull’unico terreno che non aveva ancora calpestato. Esperienza più che trentennale, spirito da teenager, in questa lunga intervista (divisa in due parti) ci spiega il percorso denso di esperienze indimenticabili, e a volte accidentato, che l’ha resa grande in campi apparentemente diversi ma legati da un unico filo conduttore: l’amore assoluto per la scrittura.

 

Con il musicista Luigi Lopez hai fatto la storia della canzone italiana come paroliera di successi come “La voglia di sognare”, cantata da Ornella Vanoni, “La nevicata del 56”, da Mia Martini e altri successi interpretati da Riccardo Fogli, Mina, Patty Pravo. Come sei riuscita a diventare un autore musicale?

«Tra la fine anni ’60 e l’inizio dei ’70 noi ragazzini romani avevamo pochissimi luoghi per coltivare la passione per la musica. Oggi sembra incredibile, vista l’abbondanza di luoghi in cui farla o ascoltarla, ma allora c’era il vuoto. Perciò colsi al volo l’opportunità di fare “il pubblico” alla trasmissione radiofonica Bandiera Gialla, condotta da Gianni Boncompagni e Renzo Arbore. Riuscire a imbucarsi era una fortuna per noi ginnasiali, sia perché potevamo ascoltare la musica rock e pop che veniva dall’America. Il nostro compito era applaudire smodatamente al termine dei brani musicali, e lo facevamo con passione e allegria perché alla fine c’era il momento magico, quando ci regalavano i 45 giri dei nostri idoli musicali d’oltreoceano. Tra quei ragazzi ce n’erano alcuni che avrebbero fatto il salto dalla platea al palcoscenico come Renato Zero, Loredana Bertè, Mita Medici, Giancarlo Magalli, Valeria Ciangottini, Dario Salvatori, Roberto D’Agostino, Stefania Rotolo, Romina Power, e tanti altri amici carissimi».

E fuori dalla radio la musica si ascoltava al mitico Piper…

«L’altro luogo “cult” dove potevamo ascoltare rock, pop e blues, anche dal vivo, era il Piper. Un hangar enorme, dove ci si ritrovava tra “confratelli” di gusti musicali. Il sabato pomeriggio trasmigravamo da via Asiago, storica sede della Rai, a via Tagliamento, dove c’era il Piper. Non a caso “Via Tagliamento” diventò il titolo di un album bellissimo di Renato Zero, dedicato a noi tutti, e a quegli anni unici e irripetibili. (“Via Tagliamento non fu una strada nel mondo, ma il mondo in una strada”). Al Piper incontrai il musicista con cui ho scritto quasi tutte le mie canzoni di successo, Luigi Lopez. All’inizio eravamo studenti, a malapena facevamo 35 anni in due, poi cominciammo a buttare giù qualche brano e il nostro comune amico Gianni Boncompagni, dopo averli ascoltati, ci consigliò di andare alla RCA, l’unica casa discografica di Roma, perché tutte le altre case discografiche erano a Milano. Ci presentammo lì senza pudore, e lì iniziò la nostra avventura musicale. “Mi sei entrata nel cuore”, la nostra prima canzone, diventò un successo del mitico gruppo degli Showmen. Quelli erano tempi diversi per i giovani, c’era l’idea che con il talento e l’impegno si potesse arrivare ovunque».

Poi arrivarono i successi con Mina, Ornella Vanoni, Mia Martini, Patty Pravo, Renato Zero, Riccardo Fogli… Quali competenze deve avere un paroliere? Avevi studiato musica?

«Scrivere testi per le canzoni richiede almeno la conoscenza della metrica, cioè la divisione sillabica e ritmica delle parole. Non è affatto difficile apprenderla, ma credo che un po’ bisogna esserci portati, avere un buon senso del ritmo. Per fare una prova “casalinga” consiglio di fare da soli l’esame che una volta era obbligatorio per ogni autore che volesse iscriversi alla Siae. Consiste nello scrivere un testo nuovo di zecca sulla musica di una canzone già famosa, quindi su quella metrica. Se si riesce a scrivere un testo nuovo che si possa cantare scorrevolmente, allora vuol dire che ci sono buone possibilità di riuscire. Poi, però, occorre anche una cosa che non si insegna: il talento per la scrittura. A me, quando feci quell’esame, chiesero di cambiare le parole di “Una lacrima sul viso”, clamoroso successo internazionale di Bobby Solo. Ero terrorizzata ma alla fine superai brillantemente l’esame».

Hai curato la trasposizione italiana di importanti commedie di Broadway, lavorato con mostri sacri come Neil Simon. Dalle canzoni ai musical: è stato un passaggio naturale?

«Tutto iniziò con un musical di Neil Simon: “Stanno suonando la nostra canzone”. A Broadway era stato un successo da tutto esaurito e in Italia doveva essere portato in teatro da Gigi Proietti e Loretta Goggi. Era il 1980 e ricevetti la telefonata della produzione dello spettacolo. Non li conoscevo, ma loro conoscevano me. Cercavano una paroliera esperta, mi spiegarono che erano a poco meno di un mese dal debutto al teatro Nuovo di Milano, e che i testi italiani delle venti canzoni dello spettacolo non erano ancora stati scritti. Era una missione quasi impossibile ma si trattava di una delle messe in scena teatrali più importanti dell’anno. Potevo giocarmi la carriera ma non me la sentivo di perdere quell’occasione unica. Alla fine quel musical fu un successo, e per me fu un’importante svolta professionale».

Quali sono le difficoltà nella scrittura di un’opera complessa come un musical?

«La difficoltà è legata alla coerenza dei testi con l’intera storia che si sta raccontando. Le canzoni non sono episodi, ma veri e propri “capitoli” della trama, e quindi la metrica e la qualità dei suoni devono tenere conto che c’è una trama ben precisa da trasmettere. E’ un lavoro molto tecnico: più si riesce a farlo apparire spontaneo, leggero e poetico, e più ci si avvicina al traguardo. Quello spettacolo, interpretato da Gigi Proietti e Loretta Goggi, fece il tutto esaurito in Italia, vinse il Biglietto d’oro, e uscì anche il disco. Da lì seguirono altri musical di successo, come “Barnum”, con Massimo Ranieri, e “The Nightmare before Christmas” di Tim Burton, con Renato Zero nel ruolo di Jack Skeleton».

Dopo la musica è arrivato il varietà televisivo: non era facile per una donna imporsi come autrice brillante, di satira, di cabaret. Come ci sei riuscita?

«A quei tempi se si lavorava con determinazione e umiltà, le occasioni non mancavano. Certo, bisognava saperle cogliere. Il primo contatto con la Rai arrivò alla metà degli anni ’70, grazie al mio lavoro di paroliera. In quel periodo si registravano in tv brevi programmi, che si chiamavano appunto “Quindici minuti con…”. Erano tappabuchi che la Rai teneva nel cassetto, da tirar fuori in caso di problemi nella programmazione ordinaria. Erano dedicati a un cantante famoso che eseguiva tre o quattro canzoni, collegate fra loro da brevi testi introduttivi. Forte della mia esperienza in campo musicale fui chiamata a scrivere questi “medaglioni”, tra cui quello per i Pooh, che avevano fatto il mio nome perché mi stimavano molto. Quei testi erano brevi ma dovevano essere brillanti, ricchi di spunti e notizie divertenti. Il caso volle che il regista fosse Enzo Trapani, uno dei personaggi più carismatici nella storia della televisione italiana. Soddisfatto di quel lavoro, mi chiamò per scrivere, con lui e con Alberto Testa, uno degli spettacoli più sperimentali, controversi e di successo della Rai: Stryx, con cui vincemmo premi in tutto il mondo. Da quel momento fui consacrata come autore televisivo a tutto tondo. Da allora ho avuto il privilegio di lavorare con i volti più amati della tv, come Pippo Baudo, Mike Bongiorno, Loretta Goggi, Raffaella Carrà, Fabio Fazio, Piero Chiambretti, Milly Carlucci, Fabrizio Frizzi».

Hai scritto anche gli ultimi programmi di Piero Chiambretti. Quale delle tue qualità di autore ti ha fatto “sopravvivere” fino a oggi, nonostante gli enormi cambiamenti della televisione?

«Il linguaggio televisivo è in continuo mutamento e spesso il cambiamento non è graduale, come in altre forme di comunicazione. La televisione, grazie anche alla diretta, si misura ogni giorno con quello che accade in quel preciso momento. Un po’ come succedeva nel teatro elisabettiano, quando geni come Shakespeare erano costretti a cambiare in corsa le loro commedie, intervenendo da dietro le quinte se il pubblico si metteva a rumoreggiare e tirare ortaggi contro gli attori. In tv capita di dover essere pronti a cambiare rotta, a correggere il tiro anche in diretta. E anche gli spettacoli registrati sono soggetti a continui aggiustamenti di tiro, legati al gradimento del pubblico. Qundi credo che uno dei requisiti che mi hanno premiato sia la duttilità, la capacità di adattare continuamente l’idea iniziale e il testo originale in altro, cogliendo al volo tutto ciò che di nuovo mi si prospetta in tempo reale, e vivendolo non come un problematico imprevisto ma come un’opportunità di migliorarmi».

Hai qualche aneddoto da raccontarci in proposito?

«Uno degli incubi di un autore di varietà, per esempio, è il mancato verificarsi di un evento previsto in scaletta e in copione. Per esempio, il tale attore, importantissimo ospite d’onore, per un motivo vero o presunto, non si presenta in studio. Mi è successo più di una volta, a pochi istanti dalla messa in onda, o magari già in diretta. Il panico in quei casi è inammissibile. Si deve riempire il vuoto senza che il pubblico se ne accorga. Bisogna anche gestire l’agitazione dei conduttori, fornendo idee e nuovi testi per coprire il “buco”. Mi è successo nel corso dei Festival di Sanremo, alla prima serata Rai del sabato sera, al Pavarotti and Friends: sono esperienze da cardiopalma. Insomma, l’autore televisivo è soprattutto uno scrittore, ma deve anche essere mille altre cose».

Dopo la televisione è arrivato il cinema. Non ti sei fatta mancare niente…

«La cosa bella e necessaria del mestiere di scrivere è non smettere mai di incuriosirsi, studiare, tentare strade nuove. Verso la metà degli anni ’80, grazie alle mie letture molto diversificate, mi appassionai alla storia di Piero Maroncelli, amico di Silvio Pellico e protagonista con lui di una pagina importante del Risorgimento. Graziato dal patibolo, era arrivato a New York, dove aveva fondato il primo teatro d’Opera d’America, insieme a Lorenzo Da Ponte, librettista di Mozart. Lì poi era diventato amico intimo di molte personalità, tra cui Edgar Allan Poe. Una storia rocambolesca, fitta di personaggi straordinari, avvincente ma sconosciuta. Ho studiato per cinque anni, fino a scrivere una biografia di Maroncelli unica nel panorama dei testi risorgimentali. Lo proposi per uno sceneggiato alla Rai. Al grande e colto Turi Vasile piacque molto, girò il copione al regista Gigi Magni, pensando che l’ambientazione risorgimentale potesse interessarlo visto che veniva dai successi di “Nell’anno del signore” e “In nome del Papa Re”, ma Magni non riuscì ad ottenere fondi per produrlo. In compenso, quando scrisse “Nemici d’infanzia” mi volle come sceneggiatrice. Con quel film nel 1995 ho vinto il David di Donatello per la migliore sceneggiatura, uno dei riconoscimenti più importanti della mia carriera».

Sei stata anche autrice di importanti serie televisive, come “I ragazzi del muretto”, solo per citarne una. Come si scrive per cinema e fiction?

«Non ci sono regole assolute, salvo quelle strettamente tecniche di scrittura di un copione cinematografico, che impongono di numerare tutte le scene, dalla prima all’ultima; che le scene si distinguono per ambientazione temporale e logistica; che i dialoghi vanno ben isolati rispetto alla parte didascalica. Quello che poi è difficile è la capacità di raccontare una storia dall’inizio alla fine: in questo la scrittura del racconto cinematografico assomiglia al racconto letterario. Io sono una sostenitrice dell’esigenza di un “perché narrativo”: quanto avviene in quei 90-120 minuti deve raccontare una serie di eventi che nell’arco di tempo dato, consenta di trasformare emotivamente o praticamente la vita dei protagonisti. Se manca questo presupposto qualsiasi film rischia di fallire. C’è sempre l’eccezione alla regola, ma per me la base è un evento che inizia, si sviluppa, e si chiude, all’interno del film. Un’altra cosa fondamentale sono i dialoghi: per me è meglio una battuta in meno che una in più. La regola d’oro del cinema è raccontare con i fatti e con le immagini insieme: una luce, un’inquadratura, spesso raccontano più di mille parole. Pensiamo che per quasi trent’anni il cinema è stato muto, e forse sono stai gli anni del suo maggior fulgore. Per quanto riguarda la fiction, invece, il processo è contrario. Per fidelizzare il pubblico, la bravura degli sceneggiatori sta nel riuscire a catturare l’attenzione all’inizio e poi dilatare la storia nel tempo, servendosi di espedienti che spesso arrivano al limite della verosimiglianza. Pensiamo a Beautiful, dopo vent’anni tutti si sposano con tutti, fanno figli con tutti, eppure il pubblico, pur rendendosi conto dell’assurdità, continua a seguire con affetto quei personaggi dalle ormai assurde vicende».

 

— fine prima parte —

 

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Rubrica: Interviste sulla scrittura, Top post

  • Scritto da:

  • Eleonora Molisani
  • Studi classici, laurea in legge, non avevo il pelo sullo stomaco per fare l’avvocato. In realtà nemmeno sulla lingua, quindi ho preferito coltivare la mia passione per la scrittura, diventando giornalista. Sono caposervizio al settimanale Tu Style di Mondadori e nel tempo libero collaboro con il quotidiano online Il Calibro e seguo i miei due blog: News-tweet.com. e Natural Born Readers & Writers (li trovate anche su fb e twitter). Collaboro, come docente di giornalismo, alla scuola di linguaggi Mohole di Milano.


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