Le tecniche dell’intreccio: l’analessi.

Le tecniche dell’intreccio: l’analessi. Illustrazione di Ivan canu

Dopo avere distinto l’intreccio dalla fabula, vediamo di appropriarci delle tecniche per “intrecciare” le nostre storie. Cominciamo dall’analessi. Se questa parola vi fa un paura, basta tradurla nel tanto noto flashback, per comprendere subito di cosa stiamo parlando. La scorsa lezione abbiamo parlato dell’analessi nell’Odissea, ma gli esempi sono davvero infiniti (come la Biblioteca di Babele di borgesiana memoria). L’analessi è una figura retorica – eh si…cari scrittori! Bisogna padroneggiare la retorica! – che narra avvenimenti precedenti all’inizio o al punto raggiunto dalla storia.

Un racconto non può iniziare entrando subito nel vivo dell’argomento e, procedendo arditamente innanzi o indietro nel tempo, creare una certa confusione. Ci si può atteggiare a scrittore moderno, ignorare il tempo e la distanza, e proclamare o far proclamare poi di aver finalmente risolto il problema spazio-tempo. Si può anche affermare, fin dall’inizio, che al giorno d’oggi è impossibile scrivere un romanzo, ma poi, per così dire, scriverlo in barba a se stessi, deporne uno bel grosso e finire col venir considerato l’ultimo romanziere possibile.

Queste sono le premesse ironicamente programmatiche di Oskar, protagonista de Il tamburo di latta di Günter Grass. L’opera di Grass è un esempio di ampissima analessi, che ricopre uno spazio anteriore alla vita dello stesso protagonista e che rievoca  insieme alla vita sua e della sua famiglia, quella della Germania intera. Un’analessi lunga quasi un secolo. Grass inizia il suo racconto nel luogo in cui Oskar si trova rinchiuso, il manicomio, con una descrizione analitica dello spazio: il letto di metallo laccato, il tavolino coperto di tela cerata, l’infermiere con cui interagisce; poi, inizia l’analessi:

«A tutti voi che fuori dalla mia casa di cura dovete condurre un’esistenza confusa, a voi amici e visitatori settimanali che non sospettate nulla della mia riserva di carta, voglio presentare la nonna materna di Oskar».

Cosa ottiene dall’analessi Grass, rispetto ad una eventuale sincronia tra fabula e intreccio?

  • 1. Ci dice subito che il suo è un Bildungsroman sui generis, perché l’esito è il manicomio e perché il personaggio, a un certo punto della storia, smette di crescere fisicamente.
  • 2. Il fatto che l’io narrante sia definito “pazzo” dalla logica comune, ci mette in allerta sul carattere dissacrante e critico del modo in cui egli racconterà la Storia.
  • 3. Le stranezze di una Storia narrata da un “pazzo”, che si accompagna sempre dal frastuono di un tamburo, ci fanno intendere che non siamo in un registro del tutto realistico di narrazione, ma che dobbiamo anche cercare un registro simbolico.

Possiamo optare per un’analessi completa: dal Tempo 0 si va indietro al Tempo -4, -3, -2, ecc..; oppure per un’analessi parziale, in cui dopo avere narrato la situazione passata, ritorniamo al Tempo 0 del racconto. Un esempio classico di questo tipo di analessi è una pagina che ci ha molto tormentato nella nostra vita da studenti:

« …noi crediam più opportuno di raccontar brevemente la storia antecedente di questa infelice; quel tanto cioè che basti a render ragione dell’insolito e del misterioso che abbiam veduto in lei, e a far comprendere i motivi della sua condotta, in quello che avvenne dopo».

Siamo nel nono capitolo de I promessi sposi, nel momento in cui Manzoni inizia una lunga analessi per spiegarci chi fosse la Monaca di Monza, che proseguirà per l’intero capitolo decimo. Nell’undicesimo capitolo, Manzoni ritorna alle vicende del romanzo. In questo caso, l’analessi assolve a una duplice funzione:

  • Farci conoscere la biografia di un personaggio che, benché comprimario, assume proprio grazie all’analessi una corposità letteraria.
  • Spezzare il racconto, creando suspence, e diversificare la fabula, creando un racconto nel racconto.

Del resto,  il termine intreccio rimanda proprio ai nodi fatti con i fili di un tessuto. La parola  trama, non a caso, conserva questa doppia valenza semantica. L’analessi non deve necessariamente originare un capitolo o una serie di libri (la Recherche proustiana è un monumento all’analessi!), ma può anche inserirsi in un periodo, illuminando attraverso una subordinata un aspetto del passato oppure, dopo un lungo dialogato, spiegare il senso delle tante parole, dei tanti aggettivi, usati per descrivere il protagonista. Ne Il treno ha fischiato, Luigi Pirandello inizia in media res:

«Farneticava. Principio di febbre cerebrale, avevano detto i medici; e lo ripetevano tutti i compagni d’ufficio, che ritornavano a due, a tre, dall’ospizio, ov’erano stati a visitarlo».

Mette il lettore davanti al fatto compiuto, poi, senza bisogno di creare una cornice manzoniana, inserisce l’analessi nella trama della novella, senza fratture:

«Tanto più che, la sera avanti, proprio gli toccava la riprensione; proprio aveva il diritto di fargliela, il capoufficio. Già s’era presentato, la mattina, con un’aria insolita, nuova; e – cosa veramente enorme, paragonabile, che so? Al crollo di una montagna – era venuto con più di mezz’ora di ritardo».

È cresciuta la curiosità. Perché quest’uomo così puntuale ed educato si è comportato in modo così insolito? Bisogna affidarsi ad un’altra analessi, che ci porterà a capire che la causa di tutto è che il treno ha fischiato. L’effetto è molto più forte e la sorpresa è assicurata, nello scoprire l’assurda epifania di un treno che fischia in questo modo, attraverso il flashback, piuttosto che se Pirandello ci avesse raccontato: «Il signor Belluca una notte sentì un treno fischiare e allora iniziò a pensare che…».

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Rubrica: Breve corso di romanzologia, Top post

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  • Mi occupo di estetica, scrittura e filosofia del linguaggio. Ho pubblicato testi su Wittgenstein, sull’estetica di Croce, sulla fisica quantistica e tradotto testi di Hegel e Schrödinger. Amo Bach e Proust, scrivere e suonare il pianoforte. Collaboro con la rivista «Complessità» e insegno filosofia nei licei.


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