Londra

Londra Foto di Simon Syon (https://www.flickr.com/photos/simon__syon/)

Londra è un mito che trascende se stesso, il luogo dove tutti, almeno una volta, vorrebbero trovarsi. Città immensa non solo per dimensioni geografiche e spazi urbani, ma anche per tutto quello che ha da offrire: un luogo pieno di possibilità, dove tutto quello che di moderno in Europa è nato, di fatto, pare proprio essere nato qui. Cosa c’è più moderno, per esempio, della nozione di proletariato? La povertà e le miserie della rivoluzione industriale di epoca vittoriana, uno scrittore, su tutti, ha saputo raccontarci alla perfezione: Charles Dickens. Per chi, come il giovane Oliver Twist, fuggiva dalle campagne per scappare dalla fame e trovare fortuna, Londra era la meta prediletta, il miraggio verso cui anelare:

Sulla pietra miliare vicino alla quale si era messo a sedere stava scritto, a grandi lettere, che quel punto distava da Londra esattamente centodieci chilometri. E il nome della città destò un nuovo corso di idee nella mente del bambino. A Londra – in quella città immensamente vasta – nessuno, nemmeno il signor Bumble, sarebbe riuscito a scovarlo! Più volte aveva udito dire dai vecchi, nell’ospizio, che un ragazzo ardito non avrebbe mai sofferto la fame, a Londra, e che in quella grande città esistevano modi per guadagnarsi da vivere dei quali chi nasceva e cresceva in campagna non aveva la più pallida idea. Doveva trattarsi pertanto della città ideale per un bambino senza tetto, destinato a morire perla strada se qualcuno non lo avesse aiutato. Dopo queste riflessioni, Oliver balzò in piedi e riprese a camminare.

Foto di _infra5

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Londra è un’illusione e una terra promessa, dunque. E per descriverla in questo senso, a Dickens basta solo mostrarci il pensiero del suo protagonista. Ma l’illusione di un luogo perfetto e di salvezza si frantuma molto presto per il giovane Oliver:

Oliver Twist e i suoi compagni subirono per tre mesi le torture della morte lenta per inedia e in ultimo divennero talmente voraci e resi talmente frenetici dalla fame che uno di essi, il quale era alto di statura per la sua età e non aveva mai dovuto stringere la cinghia (suo padre essendo stato il proprietario di una piccola trattoria), lasciò tenebrosamente capire ai compagni che, se non avesse avuto una scodella in più di minestra per diem temeva di poter divorare, una notte o l’altra, il suo vicino di letto, il quale si dava il caso fosse un bambino di più tenera età e deboluccio. Il figlio dell’ex trattore aveva gli occhi resi feroci e selvaggi dalla fame; e gli altri gli credettero. Si riunirono e tirarono a sorte per stabilire chi avrebbe dovuto avvicinarsi al maestro, dopo la cena di quella sera, e chiedere una seconda razione. Toccò a Oliver Twist. [...] Per quanto ancora bambino, egli era ridotto alla disperazione dalla fame e reso temerario dalle sofferenze. Si alzò da tavola e, dopo essersi avvicinato al maestro, con la scodella e il cucchiaio in mano, disse, alquanto allarmato dalla sua stessa audacia: “Per piacere, signore, ne voglio ancora”. Il maestro era un uomo sano e robusto; ma diventò molto pallido. Per qualche secondo contemplò con stupefatta meraviglia il piccolo ribelle, poi dovette avvinghiarsi alla marmitta per sostenersi. Le assistenti erano paralizzate dallo stupore; i ragazzi dalla paura. “Cosa?” disse infine il maestro, con una voce fioca. “Per piacere, signore,” ripeté Oliver “ne voglio ancora. “Il maestro sferrò un colpo alla testa di Oliver con il mestolo, immobilizzò il bambino tra le proprie braccia poi chiamò a gran voce il messo parrocchiale.

Come una fotografia, o una scena di un film, Dickens ci rende l’immagine precisa della vita londinese e della città stessa, sottolineandone i lati più oscuri e scomodi. Ma Londra è anche una città con tratti incantevoli, angoli bellissimi e interessanti. Camminare per le sue strade e osservare i suoi monumenti può avere un effetto catartico, in grado addirittura di rievocare ricordi felici. Che è quello che succede in La signora Dalloway in Bond Street, di Virginia Woolf:

La signora Dalloway disse che avrebbe pensato lei a comperare i guanti. Quando uscì in strada, il Big Ben stava battendo i suoi colpi. Erano le undici e quell’ora intatta era fresca come se offerta a dei bambini su una spiaggia. Ma c’era un che di solenne nel ritmo deciso dei ripetuti rintocchi; un che di eccitante nel fruscio delle ruote e nello scalpiccio dei passi. […] Solo per la signora Dalloway quel momento era compiuto; per la signora Dalloway giugno era frizzante. Un’infanzia felice…non c’è niente che possa rimpiazzare l’infanzia. Una foglia di menta la fa riaffiorare: o una tazza bordata d’azzurro. […] Aveva varcato l’Arco dell’Ammiragliato quando in fondo alla strada vuota, fiancheggiata dai suoi smilzi alberi, scorse la mole bianca della Victoria’s Station, ondeggiante nella sua aria materna, nella sua ampiezza, nel suo aspetto familiare, sempre ridicola e tuttavia quanto sublime, pensò la signora Dalloway, ricordando i Giardini di Kensington e la vecchia signora dagli occhiali di corno, e quando la bambinaia le diceva di stare ferma immobile e di fare l’inchino alla Regina. La bandiera sventolava sopra il Palazzo. Il Re e la Regina erano tornati, dunque.

Foto di agent_008

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Ciò che accade nella breve passeggiata della signora Dalloway è semplicemente lo scorrere della vita. Vita che si lega indissolubilmente allo scorrere della città. Se a volte è difficile slegarsi dai miti, anche letterari, che caratterizzano una città come Londra, meno facile è capire quale possa essere la descrizione o il luogo migliore per capirla e apprezzarla nella sua essenza più genuina. Un modo per staccarsi dai cliché è forse quello di provare a guardarla cercando il più possibile di togliersi quella patina di stereotipia che ci annebbia gli occhi e rivolgersi – come suggerisce Corrado Augias nel suo saggio I Segreti di Londra – verso qualcosa di meno scontato, ma non per questo meno interessante:

Chi vuole davvero conoscere Londra dovrebbe cominciare dall’East Side. È la zona più povera, anche se in alcuni parti rinnovata. Ma a contare non è il famigerato colore locale, trappola consueta di ogni turista, bensì la carica di senso che emana dall’alternanza di strade e case molto nuove e di altre molto vecchie, di vedute di audace opulenza e di altre pateticamente decrepite. È come se l’East Side ponesse il resto della città in prospettiva, mostrando da quale passato emerga ciò che vediamo altrove: viali alberati, parchi, alberghi sfolgoranti di luci, maestosi edifici dedicati al potere, al commercio, alla finanza, alla guerra. L’East Side contraddice l’immagine stereotipata della città, graffia la superficie patinata del luogo comune, restituisce Londra alla sua lunga storia controversa e drammatica, fatta di gloria e denaro, ingegno e baldanzosa ostinazione, ma anche di molte lacrime, e di una cospicua quantità di sangue.

Foto di ceicina

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Nel racconto Uno studio in smeraldo, invece, Neil Gaiman riprende e si riappropria di alcuni dei miti letterari e urbani di Londra, mostrandola quale scenario di una storia che contiene in sé suggestioni e personaggi in puro stile Conan Doyle e H.P. Lovecraft:

Stavo cercando un alloggio. È così che l’ho incontrato. Mi serviva qualcuno che dividesse con me il costo di un quartierino. Ci presentò un comune amico nel laboratorio chimico di Saint Bart’s. […] Ora non avevo più nulla, se non un timore del mondo-sotto-il-mondo che rasentava il panico, il che significava che  avrei pagato volentieri sei pence della mia pensione dell’esercito per prendere una carrozza piuttosto che un penny per viaggiare sotto terra. Eppure, la nebbia, l’oscurità di Londra mi confortavano, mi avvincevano. Avevo perso il mio primo alloggio perché di notte urlavo. Ero stato in Afghanistan; non ero più lì. Le stanze che aveva trovato per noi, in Baker Street, erano perfettamente adeguate a due scapoli. Tenni a mente ciò che mi aveva detto il mio amico a proposito del suo bisogno di riservatezza, e mi trattenni dal chiedergli quale fosse la sua professione.

I miti legati a Londra, in particolare quelli letterari, la ammantano di un’aura speciale che ha la consistenza della nebbiolina che avvolge e nasconde, dello smog che incombe, della fuliggine dei camini.

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Rubrica: CityTelling, Top post

  • Scritto da:

  • Sara Pagnini
  • Traduttrice, redattrice, editor. Ama prendersi cura di due cose: i testi degli altri e i suoi 7 gatti e 2 cani. Ha tradotto poesia e narrativa latinoamericane per passione e testi tecnici e scientifici per lavoro, e sogna di tradurre il nuovo grande scrittore di lingua ebraica; nel frattempo, collabora con PubblicarSÌ.com. Se serve, ha anche un sito che si chiama come lei.


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