L’intreccio

L’intreccio Illustrazione di Ivan Canu

«La fabula è costituita dall’insieme dei motivi nei loro rapporti logici causali temporali. L’intreccio è l’insieme degli stessi motivi, in quella successione e in quei rapporti in cui essi sono dati nell’opera»

Tomaševskij (La costruzione dell’intreccio).

Se nella fabula mettiamo sul tavolo gli ingredienti del nostro banchetto, con l’intreccio dobbiamo dosarli, decidere i tempi di cottura e l’ordine delle portate. Vi sono ottime fabule rovinate da cattivi intrecci, così come fabule semplicissime possono dar vita, grazie ad un sapiente uso dell’intreccio, a romanzi eccezionali. Quindi, sappiate che proprio nell’intreccio giocherete la partita con il lettore: riuscirete a catturarlo o vi abbandonerà dopo qualche pagina?

Pensiamo alla fabula dell’Odissea: esordio/peripezie/lieto fine; Ulisse abbandona Troia in fiamme e inizia a girovagare con i suoi compagni per mare. Dopo numerose avventure, naufraga tra i Feaci e racconta ad Alcinoo le sue avventure. Alla fine, riesce a tornare a Itaca e, dopo avere sconfitto i Proci, riabbraccia la sua Penelope. È lo schema lineare della fabula che va dal Tempo 0 al Tempo X.

Tuttavia, l’Odissea non comincia con il Tempo 0, ma quando Ulisse narra ad Alcinoo le proprie avventure. L’opera inizia in media res e presenta una lunga analessi (ci soffermeremo nelle prossime lezioni su cosa sia l’analessi e come utilizzarla) che dura gran parte del poema. Questo andirivieni tra passato e presente, questa narrazione nella narrazione, catturano il lettore e impreziosiscono l’ordito della storia.

Per comprendere bene come funziona l’intreccio, ho scelto di analizzare un romanzo che ne presenta uno molto bene articolato: Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello. Il romanzo inizia al termine della fabula, secondo questo schema:

intreccio

Da  T0  a T2  si svolge la trama complessiva del romanzo;  da T0  a T1 abbiamo lo spazio del narratore estraneo alla storia, che dice di volere raccontare una storia straordinaria di cui è stato protagonista. Da T1  a T2  si svolge il tempo della fabula:

Mattia Pascal, vessato da una terribile situazione familiare e finanziaria decide di tentare la sorte andando al casinò di Montecarlo; dopo avere vinto, prende un treno per tornare a casa, ma scopre che un cadavere  è stato riconosciuto come Mattia Pascal da sua moglie e dalla suocera. Decide così di rifarsi una vita sotto il nome di Adriano Meis. Scopre però che una vita “inventata” risulta impossibile e decide di tornare a casa, scoprendo però che la moglie si è nel frattempo risposata e ha avuto una figlia dal nuovo marito. Non gli resta che adattarsi alla sua nuova identità – che è poi la vecchia – di uomo morto due volte.

L’intreccio è altro: Pirandello inizia il romanzo nel momento T2, quando cioè Mattia Pascal, impiegato in una piccola e polverosa biblioteca, ascolta il consiglio di un amico e inizia a scrivere la propria storia. Solo nel terzo capitolo inizierà il racconto retrospettivo, filtrato però dall’ottica estraniata dei primi due capitoli.

L’inversione temporale non è l’unico metodo per “intrecciare” una fabula: possiamo scegliere di raccontare la medesima fabula da due punti vista differenti (Lord Jim di Joseph Conrad, Congetture su Jacob di Uwe Johnson, La voce invisibile del vento di Clara Sánchez) oppure inventarci una premessa al testo che parli di un ritrovamento di un manoscritto o di un diario (I promessi sposi, Il nome della rosa, La coscienza di Zeno) o, ancora, interagire con il lettore, in modo che il narratore faccia la spola dall’interno all’esterno della fabula (La vita è altrove di Kundera, e, naturalmente, Se una notte d’inverno un viaggiatore di Calvino). Nella stesura dell’intreccio, una parte importantissima spetta al tempo, perché lo scrittore può decidere di concentrare in unico capitolo cinquanta e più anni di storia o dedicare venti capitoli ad una sola giornata; può accelerare e rallentare, può prendere una pausa, narrando altre storie, oppure può anticipare, ricostruire, documentare. Nell’intreccio, insomma, acquista un senso la frase abusata: «Non importa cosa scrivi, ma come lo scrivi».

Facciamo un esempio, un racconto di vita quotidiana. Ecco la fabula

Ieri Lucio non si è svegliato (1) in tempo perché la sveglia non ha suonato (0). Ha quindi perso l’autobus (2) ed è arrivato in ritardo all’appuntamento con Silvia (3), che si è arrabbiata e gli ha detto che non vuole più vederlo (4).

Ed ecco due possibili intrecci:

1 Lucio guardò l’autobus allontanarsi e, mentre si sbracciava, capiva che stavolta era fatta. Silvia non lo avrebbe perdonato. A nulla sarebbe servito spiegarle della sveglia che non aveva suonato, non gli avrebbe creduto. Arrivò all’appuntamento con più di un’ora di ritardo, lei lo guardò con rabbia e poi gli urlò: «Adesso basta! Con me hai chiuso» e se ne andò.

La successione è questa: 2 – 4 – 0 – 3 – 4.

2 Ripensava alle frasi di Silvia, all’odio con cui gli aveva detto che non voleva più vederlo. «Non è la prima volta che mi fai aspettare, non valgo per te abbastanza?» gli aveva detto. Lui le aveva detto che non era riuscito a svegliarsi e che aveva perso l’autobus. «Dovevo regalarti una sveglia e non un libro» aveva urlato lei. Lui allora, con vergogna le aveva detto che la sveglia non aveva suonato, certo di non essere creduto.

La successione è questa: 4 – 3 – 1 – 2 – 0 – 4.

In narrativa non vale la proprietà commutativa. Qui, cambiando l’ordine dei fattori il risultato cambia!

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Rubrica: Breve corso di romanzologia, Top post

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  • Mi occupo di estetica, scrittura e filosofia del linguaggio. Ho pubblicato testi su Wittgenstein, sull’estetica di Croce, sulla fisica quantistica e tradotto testi di Hegel e Schrödinger. Amo Bach e Proust, scrivere e suonare il pianoforte. Collaboro con la rivista «Complessità» e insegno filosofia nei licei.


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2 Commenti

  1. Buongiorno Deborah, trovo molto interessante il tuo sito e soprattutto i tuoi contributi a chi ama la scrittura e come me, vorrebbe poterla utilizzare anche a livello terapeutico.
    Ti chiedo infatti se hai dei consigli per un progetto che sto cercando di portare avani con un gruppo di donne, non con l’obiettivo di farle divetare delle scrittrici, ma per dar loro degli strumenti che possano servirgli per rendere la loro esperienza riguardo alla violenza di genere, comunicabile, condivisibile e utile.
    Oltre a questioni tecniche, secondo te qual’è la forma migliore e magari un po’ originale per raccogliere e rielaborare le loro esperienze dirette, ma non in termini autobiografici ma come sorta di manuale, guida per altre donne?
    Grazie, buon lavoro e buona giornata.

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    • Cara Laura,grazie per l’apprezzamento ma soprattutto per la questione che poni, che è di enorme interesse. Io reputo sempre la scrittura molto terapeutica, innanzitutto perché è espressione, e in secondo luogo perché allontana, mette fuori da se, come un oggetto, ciò che fa stare male.
      Non ho competenze da psicologa da fornire, ma posso solo fare tesoro della mia esperienza di insegnante, che mi ha fatto capire che la narrazione in prima persona è spesso porta spesso a nascondersi maggiormente. I ragazzi non parlano mai di se dicendo “io”, ma si nascondono dietro personaggi o filosofi, attribuendo loro i pensieri e i disagi che provano. Quindi, io non consiglierei la forma diaristica, piuttosto la novella o la scelta di una storia vera da colmare con una narrazione di sentimenti e impressioni, che nella narrazione giornalistica non trovano spazio. Oppure si potrebbe riscrivere la storia di personaggi femminili controversi – penso la Monaca di Monza, Marianna Ucria o Rosetta della Ciociara – verso i quali le donne provano una forte immedesimazione.
      Sono idee indicative e di certo imperfette, attendo con interesse gli sviluppi del tuo progetto.

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  2. Le tecniche dell'intreccio: l'analessi. - Scrivo.me - [...] avere distinto l’intreccio dalla fabula, vediamo di appropriarci delle tecniche per “intrecciare” le nostre storie. [...]
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