Intervista a Stefano Vietti

Intervista a Stefano Vietti Illustrazione: Ivan Canu

Stefano Vietti vive in un mondo popolato di creature fantastiche. L’editor, più modestamente, vive in un mondo abitato da scadenze, preventivi, testi di copertina e prove grafiche da approvare. Sembrerebbero due universi incomunicabili. Invece, lavorare con Stefano è stato un tuffo piacevolissimo nel Fantastico, una categoria di pensiero che gli editor non sono abituati a considerare. Per Stefano il tuffo è stato dal fumetto al romanzo, una distanza enorme dal punto di vista tecnico di scrittura, che ha colmato con eccesso di generosità, pazienza e decine di riletture di self-editing.

Qual è stato l’intervento più assurdo di un editor a un tuo testo?

Forse l’intervento più assurdo fu quando mi venne consigliato di riprendere il “cattivo” di una storia, che era piaciuto molto ai lettori,  per svilupparlo in un nuovo episodio. Peccato che quel cattivo, nella storia in questione, fosse morto. Ma morto, morto. Crivellato di colpi e volato dal ventesimo piano di un palazzo.

E quale quello più acuto?

Non riuscivo prorpio a sistemare la scena finale di una storia… mancava di mordente e ci avevo lavorato così tanto che ormai non sapevo più dove intervenire per metterla a posto. L’editor, con una semplicità disarmante, mi disse: non c’è bisogno di riscriverla… guarda qui… spezziamo questo dialogo, anticipiamo questa scena di azione dentro la quale sveliamo il mistero e chiudiamo con il protagonista che si allontana, immerso nei suoi pensieri. Sei giorni di lavoro io… sei minuti l’editor. E funzionava tutto!

Da autore come vivi la dialettica con l’editor e la casa editrice?

Molto serenamente. Insomma… si lavora tutti per offrire ai lettori la migliore storia possibile. In tal senso un autore dovrebbe avere un atteggiamento ragionevole, un editor comprensivo, un editore aperto. E’ il rispetto reciproco che fa la differenza.

Quali sono le tecniche per convincere un editor tiepido o scettico?

Affrontare un problema alla volta. Gli editor sono sempre molto presi e hanno poco, pochissimo tempo. Argomentare bene ed essere concisi. Come ultima risorsa… promettere che si lavorerà anche la notte di Natale per rispettare i tempi di consegna. Funziona (quasi) sempre.

Qual è il difetto tipico che accomuna gli editor con cui hai lavorato? E il pregio?

Il difetto tipico è che sono sempre, danatamente più veloci di te nel loro lavoro. E poi si scordano dei personaggi già morti. Il pregio è che non lavorano come te il Sabato e la Domenica. E dunque il Lunedì mattina sono riposati e lucidi. Ed è di Lunedì che arrivano le telefonate peggiori.

A chi fai leggere i tuoi testi prima di mandarli in casa editrice?

A nessuno. Per esperienza non serve. I colleghi non hanno tempo. Gli amici non hanno voglia. I parenti non hanno mai creduto davvero che tu stia campando da anni scrivendo. Nei momenti di sconforto li leggo ad alta voce.

Meglio pubblicare con una casa editrice o con il self-publishing?

Sempre  e solo con una casa editrice. Non ho mai preso in considerazione il sefl publishing nemmeno all’inizio della mia carriera. Senza editing e senza il supporto di un editore manca il “confronto” che è vitale per la scrittura di una storia come per la crescita di un autore.

Cosa consiglieresti a un autore esordiente che per la prima volta lavora con una casa editrice?

Consiglio molta umiltà. Di mantenere sempre una mente aperta alle critiche. Se l’editor segnala che qualcosa non funziona, molto probabilmente non funziona. Se l’editore suggerisce una strategia è perché ha l’esperienza per farlo.  Ma non trattenersi mai dal controbattere e dal proporre… la soluzione a tutto è sempre nel dialogo.

Quali sono le cose che gli editor proprio non capiscono degli autori?

Che passiamo più tempo con i nostri personaggi che con le nostre famiglie. Che da quando, ragazzini, abbiamo iniziato a scribacchiare racconti sui quaderni di scuola non abbiamo mai “staccato” e proprio non ci riusciamo. Che in vacanza, distesi su un prato, noi non guardiamo nuvole, ma Draghi in volo. Che quindi con noi ci vuole tanta, tanta pazienza.

Se tu fossi un editor cosa diresti all’autore Stefano Vietti?

Smettila di guardare “Draghi in volo” e mettiti a scrivere! Che sei in un ritardo cosmico con la consegna del manoscritto!

 

039 stefano viettiStefano Vietti nasce a Chiari, in provincia di Brescia. Nel 1990 ha inizio la sua lunga carriera come sceneggiatore di storie a fumetti per diverse case editrici. Nel 1994 è tra i creatori della miniserie di fantascienza Hammer e l’anno successivo avvia una intensa collaborazione con Sergio Bonelli Editore, scrivendo per numerosi personaggi, tra i quali Nathan Never eMartin Mystere. Per l’editore Disney scrive alcuni episodi della serie di fantascienza Kylione in seguito approda alle edizioni San Paolo, realizzando per “Il Giornalino” avventure di personaggi come le Tartarughe Ninja e Spider-Man. Per Sergio Bonelli Editore, insieme a Luca Enoch, crea il progetto Fantasy Dragonero che fa il suo esordio in edicola nel 2007 come romanzo a fumetti, realizzato graficamente da Giuseppe Matteoni, e che da Giugno 2013 è pubblicato come serie mensile.  

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Rubrica: Interviste sulla scrittura, Top post

  • Scritto da:

  • Alessandro Gelso
  • Nato a Varese nel 1974, ho giocato a basket finché ho potuto. Dal 1998 mi occupo di libri per ragazzi, dal 2009 di un basso elettrico e dal 2013 di una bimba che non parla l’italiano. Mi piace pubblicare i libri belli ma ancor di più stroncare quelli brutti.


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3 Commenti

  1. Le prime interviste erano di persone che avevano provato sia l’auto-pubblicazione che l’editoria tradizionale, e potevano quindi essere interessanti per il pubblico di un sito dedicato “alla scrittura e alla pubblicazione digitale”.
    Ora invece mi sembra che stiano un po’ partendo per la tangente, ovvero siano di persone che, per partito preso, rifiutano di considerare qualsiasi cosa al di fuori dell’editoria tradizionale.

    Il risultato è che si lasciano andare a luoghi comuni, come il dire che solo chi pubblica tradizionalmente può usare un editor. Cosa patentemente falsa, visto che anche le stesse case editrici usano spesso editor freelance, i quali possono essere benissimo impiegati da chi si auto-pubblica.

    Un conto è chi ha provato l’auto-pubblicazione, ma non l’ha trovata utile al proprio caso, un altro è chi la rifiuta per principio.
    Possibile che siano già finiti gli autori indipendenti da intervistare ?

    In effetti è proprio questo che ha permesso lo sviluppo dell’auto-pubblicazione: grazie all’avanzamento tecnologico piccoli editori e autori indipendenti hanno a disposizione le stesse risorse, umane e non. Almeno per quanto riguarda il digitale.
    Sono solo le grandi case editrici che costituiscono ancora una categoria a parte.

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  2. La redazione di Scrivo.me

    Ciao Gabriele,
    ti rassicuriamo subito: no, non sono certo finiti gli autori indipendenti da intervistare! Anzi, molto presto avremo due ospiti assai interessanti! Noi cerchiamo d’intervistare quegli autori il cui lavoro ci piace, e che hanno qualcosa da insegnarci; ne rispettiamo le opinioni e le riportiamo così come sono state espresse. Ma questo non significa certo che difendiamo a priori una posizione: anzi, spesso abbiamo detto che self-publishing e editoria tradizionale sono due facce della stessa medaglia, due modi diversi di pubblicare, utili a seconda delle esigenze e dei desideri degli autori. Prova a fare un giro nel nostro sito seguendo il tag “self-publishing”, di sicuro troverai che è così: http://www.scrivo.me/tag/self-publishing/

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    • Le vostre due ultime interviste, in effetti, sono interessanti. Sono contento di vedere che avete trovato altri autori indipendenti senza pregiudizi.

      Credo comunque che la mia critica resti valida: a che pro intervistare chi, per principio, si oppone proprio al dialogo tra nuovi e vecchi attori dell’editoria ?
      Non mi pare che abbia senso, perlomeno per questo sito ed i suoi lettori.
      Ammetto di non sapere nulla di interviste, ma sarebbe così difficile chiedere una chiarificazione a chi risponde in maniera così poco utile al dialogo ? Sopratutto quando si possono fare osservazioni intelligenti, pur senza avere esperienze in merito, come si vede nell’intervista a Nicoletta Bortolotti.

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