Ciliegie e Province: con o senza la ‘i’?

Ciliegie e Province: con o senza la ‘i’?

Quando le sillabe -cia e -gia sono immediatamente precedute da vocale, il loro plurale è -cie o -gie;

quando le sillabe -cia e -gia sono immediatamente precedute da consonante, il loro plurale è -ce o -ge.

I due esempi classici sono i sostantivi: ciliegia e provincia. Ed ecco che il plurale di ciliegia sarà ciliegie e quello di provincia sarà province.

Fanno eccezione le parole la cui terminazione -cia/-gia abbia la -i- tonica. Quindi: bugìe come nostalgìe, giusto per omaggiarvi con una rima da cantautorato sanremese.

Ora: se siete alla ricerca della soluzione, l’avete trovata, quindi arrivederci. Se siete invece alla ricerca del problema, eccolo qui.

La soluzione proposta è relativamente giovane, cioè ha giusto quei 60 anni che per gli italiani sono un lasso di tempo irrisorio. La regola non ha diritto, quindi, alla pensione. Almeno non a breve. Il linguista Bruno Migliorini la propose per rimpiazzare la complessa regola precedente. Fino ad allora, il criterio per il quale avremmo dovuto o meno infilare la -i- diacritica nei plurali era oscuro, quasi tetro.

Si tratta, infatti, di un criterio etimologico ai limiti del tombarolo. Insomma, dovremmo ficcarci la -i- soltanto a patto che l’etimo latino della parola contenga i nessi -ci- e -gi-. Quindi, davanti al sacrosanto dubbio se scrivere ciliegie o ciliege nella lista della spesa, oppure abolire in maniera ortograficamente corretta le provincie o le province, avreste dovuto prima consultare il Campanini e Carboni, che dai tempi del liceo usate solo come seggiola d’emergenza a Natale per il figlio ciccione di vostra cognata o per minacciare i giuovini che sostano schiamazzando sotto la vostra finestra.

La soluzione più drastica è quella proposta da Luca Serianni: eliminare la -i- dai plurali in questione senza discrezioni, trattandosi di una pura questione ortografica e sulla base dell’immutata resa fonetica in entrambi i casi. Lo so che vi piace un sacco questa soluzione.

Riassumendo, abbiamo tre criteri possibili:

  • a) criterio etimologico;
  • b) criterio Migliorini (vocale/consonante prima della sillaba finale);
  • c) criterio Serianni (identità fonetica con o senza -i- diacrtica, ovvero “kill’em all”).

Cerchiamo di capire quale sia la soluzione migliore (per voi) con una storiella spicciola.

Qualche fortunato tra voi lavora da casa o vede l’ufficio dalla finestra. Così, dal letto alla timbratrice, passano non più di 10 minuti e solo perché tenete molto alla vostra igiene. Qualche sfortunato, invece, vive sul posto di lavoro e fa orari da miniera congolese. Tutti gli altri, me compreso, fanno un ameno tragitto tutte le mattine, spesso in treno. In queste tristi marce di morte, gli animi sono quelli da Miglio Verde: i più allegri stagnano nell’abulia degli sguardi nel vuoto; i messi peggio difendono i braccioli dei propri sedili dai gomiti confinati, in cerca di una rissa che, purtroppo per loro, non arriva mai. In questo clima da ora d’aria a Regina Coeli, capita sempre di incontrare qualche collega…

Il collega tipo A ha un super-master in “psicologia delle relazioni economiche internazionali dello sviluppo ambientale e sostenibile per la cultura e i media” conseguito in Germania, ma questo non gli ha impedito di fare un lavoro di merda (leggi “un lavoro normale”). Nell’ansia di sentirsi speciale, vivere in modo normale è una sconfitta.

Per ovviare allo smacco, passa il tempo a lamentarsi e rimuginare, rimuginare e lamentarsi: dei treni, del lavoro in Italia e di qualsiasi aspetto della propria esistenza. I suoi discorsi sono carichi di dettagli sconfortanti e riccamente propinati al prossimo. La seconda parte di una sua lamentazione tipo, comincia con: “in Germania, invece…“.

Ed ecco che interviene il collega di tipo B. Tendenzialmente fancazzista, il tipo B si crogiola nel nostrano mondo di ritardi e inefficienza. Ha qualche laurea creativa di serie B conseguita in qualche università privata. Proprio quando si è reso conto che non sarebbe sopravvissuto come regista teatrale brechtiano, ha cercato e trovato un lavoro che sente di non meritare perché in fondo non sa fare niente. Arreso a un cinismo irrecuperabile, tira a campare con sincero snobismo e sbriga con una smorfia di sufficienza ogni episodio negativo della sua quotidianità.

L’incontro tra la pedanteria del collega A e la sufficienza del collega B, porterebbe: il primo ad arroccarsi ancora più saldamente nelle sue cavillose posizioni da “in Germania i bambini a 6 anni già parlano il tedesco”; e il secondo a considerare seriamente il suicidio pur di non sentire un’altra singola parola su quanto sia figa la Germania e su quanto facciamo schifo noi.

Ora non vorrei tirarvela sulla bellezza dell’aurea mediocritas ma tant’è. La regola di Migliorini è una semplificazione del criterio etimologico, basata su una mera statistica: la maggior parte degli esiti etimologici corrisponde al principio di massima già citato: quando le sillabe -cia e -gia sono precedute da vocale, il loro plurale è -cie e -gie e quando le sillabe -cia e -gia sono precedute da consonante, il loro plurale è -ce e -ge. Provincia-province e ciliegia-ciliegie.

Ciò non vuol dire che l’antico criterio etimologico non sia il più corretto o che in Germania non siano effettivamente più civili, democratici, puntuali, educati, organizzati, economicamente stabili, socialmente rispettosi.

Al contrario, l’idea di rinunciare a qualsiasi distinzione porterebbe all’appiattimento di un problema che ci crea la minima difficoltà di riflettere o, al massimo, consultare il dizionario. La manifestazione più palese della barbarie è sempre l’indifferenza verso la stessa.

Senza rompere l’anima al prossimo e senza accettare passivamente qualsiasi bruttura, possiamo fare soltanto una cosa: trovare una soluzione, risolverci, riflettere e decidere. E ripetere compulsivamente: province senza -i- e ciliegie con la -i-.

 

Ps: consigliatissima la pagina Wikipedia sull’argomento, la più esauriente sull’argomento che si possa trovare in rete.

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Rubrica: L'Officina, Pignolerie, Top post

  • Scritto da:

  • Arcangelo Auletta
  • Leva napoletana dell'86. Laurea in lettere, è (in-)esperto di letteratura americana e traduzione ma ha intrapreso una carriera nel web marketing. Strazia la chitarra da quando è stato divulgato il terzo segreto di Fatima. Un suo assolo di mandolino è stato inserito dalla rivista Rolling Stone nella top 35 "I migliori assoli di mandolino della storia". Crede nella vita dopo Maradona. Possiede una tazza ricordo del matrimonio di William e Kate.


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commenti

2 Commenti

  1. è simpatico Arcangelo, soprattutto perché crede nella vita dopo Maradona, molto bene

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    • Arcangelo Auletta

      Grazie, Gennaro: sei tanto gentile quanto (presumo) napoletano….quindi moltissimo!

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