Palermo

Palermo Foto di kismihok

Palermo è un’oasi di delirio e splendore, misteriosa e piena di luce. Ma Palermo è anche un colpo al cuore, un pugno allo stomaco sferrato con tanta forza da lasciare piegati in due dal dolore e dallo stordimento. Ne sa qualcosa al riguardo Davide Enia che con una prosa breve e asciutta riesce a esprimere l’indicibile, condensandolo attraverso frasi dirette, solo all’apparenza semplici, ma in realtà piene di potenza. In Mio padre non ha mai avuto un cane, Enia ci parla del suo rapporto col padre e di cosa significhi vivere a Palermo, nel 1992.

La prima immagine è quella di un cane che guarda. Il cane sono io. Sto guardando mio padre che è una pietra che piange. Il primo suono è in dialetto. È ripetuto da mio padre in continuazione, in un’ossessione circolare. Il dialetto è il palermitano. Il primo suono è s’asciucò. L’aria è straziata da sirene, mio padre è il mondo in frantumi, il tempo trasuda sangue. È Palermo, è il 1992 e questo è tutto.

Foto di eFFe

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Palermo città ferita, sventrata, eppure a Palermo la vita continua a modo suo, con i suoi tempi, che sono diversi da quelli di tutte le altre città, o forse no, e paradossalmente diventa il paradigma di un paese intero, come ci dice Giorgio Vasta nel suo romanzo Spaesamento. La sua prosa precisa e impeccabile e la sua capacità di osservazione ci porta tra le strade, le piazze e i negozi di Palermo: ne mostra la superficie dunque, ma solo per rivelarne il carattere in ombra, il suo umore oscuro e nascosto:

Proseguendo oltre piazza Ottavio Ziino giro per via Notarbartolo e mi dico che la nostra nictalopia è anche sentimentale, un’insensibilità sensibile, la specifica capacità palermitana di fare esperienza di ogni cosa vivendo immersi in una luce malinconica, ai tempi del crepuscolo, quando tutto lentissimo si spegne. E ancora una volta questo si oppone alla retorica della festa, del tripudio, alla persuasione folkloristica per la quale a Palermo si sperimenta una gioia quotidiana e diuturna, tra zagare, fiori di mandorlo, qualche melagrana e gelsomini rampicanti. O forse la malinconia sepolcrale non si oppone alla retorica della festa ma la integra, le dà spessore e complessità. Contribuisce a descrivere in una forma più evoluta quello che è per me è il nucleo essenziale di Palermo, il suo cuore morto, una condizione che ha i tratti della perennità. […] Mi dico che Palermo è una città spietata nei confronti della la spietatezza, al limite una tenerezza spietata, è l’unico atteggiamento possibile. Ma questo – penso tirandomi su e affacciandomi alla finestra accanto al letto  per cercare un po’ d’aria fresca – forse vale per l’Italia intera.

Foto di eFFe

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E se è estremamente difficile sapere osservare davvero, con precisa attenzione, lo è nondimeno saper descrivere, o addirittura capire, soprattutto se si tratta di capire una città come Palermo. È quello che prova a fare Franco La Cecla, antropologo di professione, che si cimenta con la narrativa nel romanzo Falsomiele, in cui sposta l’asse di osservazione dai palermitani verso chi a Palermo ci arriva come turista, quando gli altri, cioè, incontrano l’altro:

Le guide mentono. I veri posti non ci sono mai. Se vi illudete che raccontino qualcosa dei luoghi, che ne svelino l’interesse e il mistero, che aiutino a non perder tempo e ne scoprano gli angoli più nascosti, provate a leggere una guida della vostra città o della città in cui vivete da tempo e vi coglierà una profonda delusione e subito dopo una solida noia. Palermo non è il paradiso terrestre. Tutt’altro. È un posto strano, complicato, assurdo e spesso dannoso. […] Se girate per Palermo li vedete, questi turisti soli o in coppia, con bambini al seguito o in gruppo che tengono saldo in pugno il loro libretto, gli stanno avvinghiati perché, se per caso perdono la presa, scivolano nel circostante. Ci vorrebbe una guida così ogni giorno, su cui basarsi per orientarsi, per fugare i dubbi che piombano addosso tutte le volte che pensi di aver capito e invece scopri che tutto è opaco, fumoso, poco chiaro. Ci vorrebbe qualcuno a spiegare perché la gente qui vi guarda sempre con occhi che esprimono un certo fastidio – che ci fai qui tra i miei piedi? –. Se dovessi fare una guida di questa città per affidarla a qualche povero turista, dovrei ricominciare continuamente. Potrei pubblicare solo le cancellature.

Foto di eFFe

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Ed è proprio quello di un forestiero lo stupore che esplode in tutta la sua potenza, al suo arrivo per la prima volta in una Palermo settecentesca, descritta dal linguaggio unico e personale – infarcito di ispanismi – del grande scrittore  Vincenzo Consolo:

Di luce in luce, donna Teresita, di oro in oro. Vi rappresento in prima la visione prima, virginia e pifània di Palermo. In piedi sul cassero di prora del packet-boat Aurora, il sole sul filo in oriente d’orizzonte, mi vedea venire incontro la cittate, quasi sognata e tutta nel mistero, come nascente, tarda e silenziosa, dall’imo della notte, in oscillìio lieve di cime, arbori, guglie e campanili, in sfavillìio di smalti, cornici e fastigi valenciani, matronali cupole, terrazze con giare e vasi , in latteggiar purissimo de’ marmi nelle porte, colonne e monumenti, in rosseggiar d’antemurali, lanterne, forti e di castell’a mare, in barbaglìo di vetri  de’ palagi, e d’oro e specchi di carrozze che lontane correvano le strade. Oltre, sopra un fitto manto del verde più profondo, una catena d’alti colli e scabri, spiccati in basso da un lungo e sottile nuvolario e come vaganti in alto nel terso del mattino, catena che s’incurva e che s’impenna , accidentata e vasta, verso l’occaso, in una bellissima montagna che di balza in balza precipita nel mare. E più che avanza nel mezzo le braccia del gran golfo la nave mia e in dentro il calmo lago del suo porto, ecco che mi giungono i romori, bronzei e murmuranti di campane, spacconi di bombarde pei legni che vi salpano, e a mano a mano che più prossima si fa alla banchina, tra la boscaglia d’alberi e di vele, ove si scorge il brulicare d’òmini, animali, carrette e mercanzie, s’odon urla, frastuoni, tonfi, stridori e strepitii. E a mano a mano io mi trovai a passare dal sogno e dall’incanto al risveglio più lucido, alla visione più netta delle cose, ne la luce di giugno più vere e crude, ch’invade l’animo mio d’incertezza e d’ansia pel futuro, finito questo tempo sospeso e irreale del viaggio.

Foto di eFFe

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In Retablo, Palermo è una fulgida apparizione di abbondanza e bellezza che acceca e lascia senza fiato e che solo la lingua costruita e rielaborata da Consolo, quale vero e proprio atto d’amore verso la città, poteva essere in grado di raccontare quell’estasi e quel dolore che a Palermo sembrano così stretti l’una all’altro, come  in una visione di onirica bellezza.

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Rubrica: CityTelling, Top post

  • Scritto da:

  • Sara Pagnini
  • Traduttrice, redattrice, editor. Ama prendersi cura di due cose: i testi degli altri e i suoi 7 gatti e 2 cani. Ha tradotto poesia e narrativa latinoamericane per passione e testi tecnici e scientifici per lavoro, e sogna di tradurre il nuovo grande scrittore di lingua ebraica; nel frattempo, collabora con PubblicarSÌ.com. Se serve, ha anche un sito che si chiama come lei.


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