Los Angeles

Los Angeles Foto di JonDoe41

Los Angeles non esiste. Più che una città è un bacino immenso, un infinito insieme di comunità, autostrade e avventure: ognuna con i suoi colori, le sue luci,  ma anche le sue miserie. Lo scintillio abbagliante e patinato del glamour hollywoodiano ha il potere incantatore di una sirena che ammalia e attira irrimediabilmente a sé anche lo sguardo più critico. Ma Los Angeles è anche una chimera cattiva e spietata, cresciuta come un vortice – da piccolo insediamento coloniale a industria cinematografica per antonomasia – che accoglie nel suo grembo sterminato disgraziati di ogni sorta, disperazioni e violenze indicibili. I suoi studios e le sue star internazionali fanno immediatamente pensare a una città dalle suggestioni prevalentemente cinematografiche, più che letterarie. Ma qui il confine tra cinematografico e letterario è veramente molto labile, e questa ambiguità la si può quasi toccare, per esempio, leggendo Dalia nera di James Ellroy:

Crenshaw Boulevard, la strada principale del distretto, era molto ampia e si spingeva a nord verso Wilshire e a sud in direzione di Baldwin Hills. La zona era in pieno boom postbellico. In tutti gli isolati da Jefferson a Leimert si notavano edifici in demolizione, anche grandi, con le facciate sostituite da enormi cartelloni pubblicitari che annunciavano la costruzione di supermercati, centri commerciali, parchi di divertimenti e cinematografi. Le date di completamento spaziavano dal Natale ’47 ai primi del ’49. Negli anni Cinquanta, questa parte di Los Angeles sarebbe divenuta irriconoscibile. Svoltando verso est superammo una dopo l’altra una quantità di aree edificabili dove le case sarebbero spuntate come funghi. Ci addentrammo poi in una serie di isolati di casette di legno a un piano, tutte uguali. Si distinguevano solo per il colore e la condizione dei giardinetti. Verso sud si facevano sempre più malconce.

Ellroy ci accompagna in questo tour tra le strade e i cantieri aperti di una Los Angeles degli anni ’40 che ne stravolgeranno per sempre l’aspetto. Come nella sequenza di un film in bianco e nero, ci racconta e, soprattutto, ci fa vedere la città e il suo volto mutevole, osservato dal finestrino di un’auto della polizia.

Foto di Ben K. Adams

Foto di Ben K. Adams

E se è vero che Los Angeles è un miraggio di benessere e promessa di bellezza, meta privilegiata di sognatori e avventurieri, non è un caso che ogni anno migliaia di persone ne invadono le strade alla ricerca del colpo di fortuna, quello vero, definitivo, in grado di risolvere la vita per sempre. Nel suo romanzo Buongiorno Los Angeles, James Frey racconta, tra le altre, la storia di una coppia di giovanissimi in fuga dalla noia della loro piccola cittadina nell’Ohio e il loro arrivo in una Los Angeles abnorme, di cui è impossibile definire limiti e confini. Lo straniamento di fronte alla città immensa è reso ancor più drammatico dall’incipit di ogni capitolo, dove l’autore esordisce con un breve paragrafo sulla storia della città, per poi riprendere con le vicende dei suoi protagonisti:

Con l’attrattiva di acqua in abbondanza, e la sicurezza di una comunità consolidata, El Pueblo de Nuestra Señora de Los Angeles de Porciúncola crebbe rapidamente, e nel 1795 era diventato l’insediamento più ampio nella California spagnola. […] Il traffico inizia a San Bernardino, un centro agricolo e di camion nel deserto appena al di là del margine orientale di Los Angeles County. Sono su un’autostrada a sedici corsie, il sole è alto, sono tutti e due stanchi ed elettrizzati e spaventati. Lei sta bevendo caffè e studia una carta, lei parla. Dove dobbiamo andare? C’è niente che sembra particolarmente buono? Questo posto è enorme. C’è troppo anche solo da guardare. Los Angeles County è la contea più popolosa d’America.

Foto di Ron Reiring

Foto di Ron Reiring

Ma dietro la facciata da sogno si trova una dura realtà fatta di povertà e squallore che John Fante, su tutti, ha saputo descrivere in maniera esemplare:

Ho fatto un sacco di lavori al porto di Los Angeles perché la nostra famiglia era povera e mio padre era morto. […]  Abitavamo in un condominio di fianco a un posto dove vivevano un sacco di filippini. L’afflusso dei filippini era stagionale. Una famiglia di filippini stava giusto sotto di noi, nel nostro palazzo. Era una casa a due piani stuccata in rosa con certi grossi pezzi di stucco che si scrostavano dalle pareti per via dei terremoti. Ogni sera, lo stucco assorbiva la nebbia come un tampone. Al mattino le pareti erano di un rosso umidiccio anziché rosa. Le scale cigolavano come un nido di topi. Il nostro appartamento era l’ultimo del secondo piano. Non appena toccavo la maniglia della porta mi veniva la depressione. Casa mi ha sempre fatto quest’effetto.  […] L’asfalto si snodava tra la sabbia bianca, una nuova strada pesante di esalazioni di monossido. Nella sabbia c’erano erbacce scure e cavallette. Frammenti di conchiglie marine luccicavano tra le erbacce. Era la terra creata dall’uomo, piatta e disordinata, baracche scrostate, pile di legname, pile di lattine, trivelle petrolifere e bancarelle di hot-dog, bancarelle di frutta e da ogni parte vecchi che vendevano pop-corn. In alto, i fili appesantiti del telefono restituivano un rumore , come un ronzio, ogniqualvolta c’era una tregua nel frastuono del traffico. Dall’alveo di un canale fangoso veniva il tanfo penetrante del petrolio, dei rifiuti, di strane barche da carico.

In La strada per Los Angeles, Fante ci parla di un paesaggio urbano corroso dalla miseria e la tristezza, emblema di un’umanità variopinta fatta di disperati, artisti, alcolizzati e pazzi, la stessa che così bene ha descritto anche Charles Bukowski, il poeta alcolizzato, lo scrittore puttaniere e giocatore d’azzardo. C’è un breve saggio, in particolare, intitolato Panoramica su L.A. e contenuto nella raccolta Azzeccare i cavalli vincenti, in cui il paesaggio da geografico si fa completamente umano:

Il mio primo pensiero fu di stare alla larga da scrittori, artisti, creativi, sentendo che potevano allontanarmi dal cammino intrapreso con le false indicazioni delle loro ambizioni. Dopo tutto un bravo scrittore deve fare bene solo due cose: vivere e scrivere, e il lavoro è bell’e fatto. A Los Angeles riesci a vivere in totale isolamento fino a quando non ti scoprono, e presto o tardi ti scoprono. E bevono con te per giorni e notti, e parlano per giorni e notti. E quando se ne vanno, ne arrivano altri.[…] Los Angeles è piena di gente strana, credetemi. Ce ne sono tanti là fuori che non sono mai stati su un’autostrada alle sette e mezzo di mattina, o che non hanno mai timbrato un cartellino o che non hanno mai avuto un lavoro e non intendono averlo, non possono, non vogliono, perché morirebbero piuttosto di condurre una vita ordinaria. In un certo senso ognuno di loro è un genio, ciascuno a modo suo, lottano contro l’ovvio, nuotano controcorrente, impazziscono, si fanno di marijuana, vino, whisky, arte, suicidio, qualsiasi cosa oltre l’ordinaria massificazione. Ne passerà ancora di tempo prima che riescano a uniformarci e a farci arrendere. Quando vedi il municipio in centro e tutte quelle persone per bene, perfette, non farti assalire dalla malinconia. C’è una marea di persone, intere specie di gente pazza, che muore di fame, ubriaca, stolta e miracolosa. Ne ho viste tante. Sono uno di loro. Ne verranno altre. La città non è ancora stata presa.

Foto di The Rafeedy Files Project

Foto di The Rafeedy Files Project

La città, come ha detto Bukowski, non è ancora stata presa ed è probabile che non lo sarà mai. Vorticosa e brillante continua a scorrere inesorabile e veloce, sotto a una nube di smog, come le scene di un film o le pagine di un libro.

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Rubrica: CityTelling, Top post

  • Scritto da:

  • Sara Pagnini
  • Traduttrice, redattrice, editor. Ama prendersi cura di due cose: i testi degli altri e i suoi 7 gatti e 2 cani. Ha tradotto poesia e narrativa latinoamericane per passione e testi tecnici e scientifici per lavoro, e sogna di tradurre il nuovo grande scrittore di lingua ebraica; nel frattempo, collabora con PubblicarSÌ.com. Se serve, ha anche un sito che si chiama come lei.


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