Esercizi di scrittura per l’estate

Esercizi di scrittura per l’estate

Davvero speravate di cavarvela senza i famigerati compiti delle vacanze? Ebbene vi sbagliavate.
Eccoci qui, implacabili come sempre, a proporvi alcuni esercizi di scrittura che possono allietare i lunghi pomeriggi piovosi d’estate e che di sicuro faranno del gran bene alla vostra “muscolatura letteraria”.

1) Il primo esercizio è molto semplice. Si tratta di scrivere una leggenda.
Uno dei libri più belli di Kipling si intitola Storie proprio così. In questo libro l’autore racconta perché per esempio il cammello abbia la gobba, o perché il leopardo abbia le macchie o come siano nati gli armadilli, etc etc etc. I racconti – ovviamente – sono molto fantasiosi e proprio in questo sta il loro bello.
Ok, ora noi proveremo a fare una cosa simile. Come? Semplicissimo.
Creiamo due elenchi separati. In uno mettiamo degli elementi naturali nel senso più lato del termine (la quercia, il temporale. la pannocchia, il vento, la tartaruga etc etc etc ), nell’altro invece mettiamo dei verbi abbastanza semplici (ridere, piangere, dormire, saltare, leggere etc). Del tutto casualmente poi associamo un elemento naturale e un verbo.
Nel mio caso ho “la quercia” e “ridere”.
La mia leggenda quindi avrà come argomento: come la quercia imparò a ridere.
Ok, da qui in poi si lavora di fantasia. Buon lavoro!

COME LA QUERCIA IMPARÒ A RIDERE

Di tutti gli alberi che popolavano la terra, il più cupo e imbronciato fin dalla notte dei tempi era la quercia. Chissà, forse il fatto di essere così imponente metteva in soggezione gli altri e costringeva la quercia ad una solitudine che non aiutava a migliorare la sua socievolezza. Forse il fatto che la sua chioma facesse un’ombra così vasta attorno al tronco impediva all’erba di crescere con quel verde brillante che – da solo – in certe mattine di primavera mette un’allegria irresistibile. Fatto sta che la quercia era proprio scontrosa, cupa e intrattabile. Finché un bel giorno successe una cosa che cambiò per sempre il suo umore poco gioioso.

Era mattina presto di una giornata autunnale che si preannunciava fredda e piovosa. Nulla di promettente, insomma. All’improvviso nella radura di fronte alla quercia apparve una coppia di grossi cinghiali selvatici. Belli grossi, setolosi e puzzolenti il giusto: due grossi suini annusavano frenetici il territorio davanti ai loro grugni, avidi e – come sempre – protesi alla ricerca di un po’ di cibo. Fu così che ad un certo punto i due grugni si scontrarono in quanto entrambi i rispettivi padroni avevano fiutato la presenza di una grossa e saporitissima ghianda proprio ai piedi del tronco della quercia. Il problema è che – come sapete – spesso animali così grossi non sono dotati di cervelli proporzionali alla loro taglia e quindi sono parecchio stupidi. Nel nostro caso, poi, i due cinghiali in questione erano addirittura considerati stupidi dagli altri membri del loro branco. Insomma – per dirla tutta – si trattava di due bestioni di scarsissima intelligenza. Per giunta animali come questi spesso fanno molto più affidamento al loro olfatto sviluppatissimo e non si curano di dare un’occhiata in giro quando invece sarebbe utile farlo. Morale: i due cominciarono a litigare come furie per la ghianda contesa. Prima si limitarono a grugnire minacciosi, poi passarono alle musate e finirono per prendersi a morsi e a zampate. Dopo 5 minuti di quello spettacolo, i due bestioni giacevano spossati, laceri, sporchi e senza più forze per terra.

Fu a quel punto che la quercia si rese conto del fatto che la ghianda che i due cinghiali si erano contesi con ferina determinazione giaceva in mezzo a centinaia, anzi a migliaia di altre ghiande simili. I due animali, talmente presi dalla loro stupidità, ferocia ed avidità non si erano accorti del tappeto di ghiande sul quale si muovevano e si erano ridotti in quello stato per contendersi una singola ghianda, nemmeno particolarmente grossa.
Fu in quel momento che dal folto del suo fogliame la quercia eruppe in una risata che – tanto per darci un tono letterariamente elevato fino in fondo – chiameremo omerica.

E fu così che questo imponente albero scoprì che una vita fatta solo di seriosa cupezza non ha molto da offrire. E da allora non ha più smesso di ridere, soprattutto nei giorni di vento e di tempesta, quando le creature della foresta fuggono in tutte le direzioni in cerca di riparo, la quercia si abbandona ad una scomposta ilarità, forte della propria stazza e delle proprie salde, ramificatissime radici.

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Rubrica: Giochi

  • Scritto da:

  • Edoardo Brugnatelli
  • Nato nel 1956 (era presidente Gronchi). Laurea in Filosofia all’Università di Pavia. Per anni ho giocato (da brocco) a rugby. Suono male diversi strumenti a corda. Lavoro in Mondadori dal 1990: ho cominciato come redattore e ho finito per dirigere una collana (questo ci dice che c’è una speranza per tutti). Ho tre figli e un giro vita importante. Sto imparando il bergamasco.


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