L’accento sul sì

L’accento sul sì Illustrazione di Clarissa Cozzi

L’accento sui monosillabi è un’antica questione. Sì, antica perché risale alle nostre scuole elementari, quando l’innocenza (anch’essa antica e dimenticata) giustificava l’ignoranza.

Ciò che all’epoca non ci dicevano è questo: perché di norma non si accentano i monosillabi? Indicare graficamente l’accento ci fa capire su quale sillaba debba cadere l’ictus per pronunciare correttamente la parola. Ora: se la sillaba è soltanto una, che senso ha indicare dove cada l’accento?

La seconda cosa che non ci hanno detto: perché allora accentiamo alcuni monosillabi? Alcuni monosillabi sono omografi, ergo si scrivono nello stesso modo. L’accento permette di distinguere tra due o più monosillabi omografi.

Quindi, per citare l’Accademia della Crusca:

  è l’avverbio e si il pronome personale e la nota musicale 

Limpido.

Ammetto che questa lettura autorevolmente sarcastica sia sacrosanta, ma la storia della necessità di distinguere mi sembra sopravvalutata: vi sembra possibile non capire dal contesto di che tipo di si si tratti? Sì? Per me no. Il motivo per il quale si debba accentare il avverbio affermativo è un altro

All’università avevo un pacato prof. di filologia romanza. Ciò potrebbe essere sufficiente per inquadrare il tipo ma dirò anche che era la copia di Philippe Daverio. Meno dandy e più goffo: i tondi occhiali d’osso, una micromassa di capelli ricci impettinabili, la camicia stirata male. Una persona splendida, la cui fiducia negli studenti era sconfinata. Interrogava chiedendo sistematicamente solo i primi versi delle poesie in programma, ergo bastava studiare i primi 10 versi di ogni testo e ignorare serenamente i restanti (in media) 272. Non che fosse stupido: semplicemente se ti andava solo di passare l’esame e seguitare a bearti della tua ignoranza, eri liberissimo di farlo, affari tuoi.

Dall’altra parte c’eravamo noi imbecilli. Ben abituati alla repressione e al controllo, così adusi a fottere il prossimo che l’incontro con questo raro esemplare di controllore non controllante ci turbò profondamente. Moltissimi di noi sghignazzavano alle spalle del prof. fino a farsi sanguinare le gengive, pochissimi (forse) provarono una sorta di responsabilità che li portò (forse forse) a studiare tutto il programma.

Si tende a credere che una facoltà autoreferenziale come Lettere sia abitata da giovani galli idealisti e dediti. In realtà, sebbene abbondassero anche questi esemplari, non eravamo molto diversi dal resto del genere umano: un mucchio di stronzi.

Ovviamente quando abbiamo scoperto in che modo il prof. conducesse gli esami, il corso è stato disertato. Con mio enorme sollievo, ogni lunedì e ogni mercoledì di un’intera sessione di corsi, sono stato a casa a dormire, benedicendo il mio Daverio sciatto.

Verso la fine del corso il prof. fissò uno scritto conclusivo che permetteva di aggiudicarsi qualche voto extra per l’orale. Tutto da vincere e nulla da perdere. Noi bastardi ci presentammo in massa.

Nonostante la mia indole da scioperato, ero comunque un gallo idealista. A una settimana dallo scritto, avevo letto dal primo all’ultimo verso, in preda a una sregolata passione per la lirica provenzale e la chanson de geste. Poi avevo cominciato a studiare per l’orale, leggendo compulsivamente i primi 10 versi di ogni componimento, in nome del sacro principio del ma a me che me ne frega: lo scioperato aveva vinto.

Il prof. non si è scomposto vedendo comparire magicamente una cinquantina di studenti in più del solito. Ha consegnato le domande e si è disinteressato di noi. Potevamo tranquillamente “confrontarci”. Eravamo così sprezzanti che le nostre facce erano paralizzate in un ghigno fetente, le guance incollate alle palpebre. In più le domande erano perfettamente alla nostra portata. In quest’orgia di superbia ci scambiavamo occhiate d’intesa.

Giunti all’ultimo quesito, a qualcuno è scappato anche da ridere. Alcuni indicavano il professore, placidamente seduto alla cattedra, e con lo stesso dito si indicavano la tempia.

Era una domanda talmente scontata che per rispondere bastava aver letto l’introduzione del manuale. I più intelligenti potevano aver intuito la risposta anche dal nome del corso: “La filologia romanza è la disciplina che studia le lingue neolatine?”. Le risposte possibili erano due. Noi, beffardi e complici, abbiamo risposto: si.

L’accento su quel valeva il grosso del voto. L’ultimo giorno del corso, il prof. ne aveva parlato durante la lezione (esatto: mentre io avevo la faccia nel cuscino), raccomandando a tutti i presenti (sette individui) di fare attenzione a questa semplice regola. Non che avesse strettamente a che fare con la filologia romanza: si trattava solo di una piccola attenzione per i più, ma che uno studente di Lettere non poteva ignorare.

Sono certo che il prof. non volesse tenderci alcuna trappola. Era troppo superiore a queste logiche di rappresaglia. Si trattava solo di una piccola convinzione, un capriccio in cui credeva fermamente e credeva che, come “letterati”, quel capriccio dovesse appartenere anche a noi. Noi avremmo dovuto crederci disperatamente, consapevoli che presi da soli, armati del nostro piccolo accento, non avremmo fatto alcuna differenza. Tirati a caso nello spazio, non avremmo avuto nessun mezzo per dire la nostra se non una piccola sequela di capricci, di complici attenzioni che sono la base della letteratura e, di riflesso, della società.

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Rubrica: Pignolerie, Top post

  • Scritto da:

  • Arcangelo Auletta
  • Leva napoletana dell'86. Laurea in lettere, è (in-)esperto di letteratura americana e traduzione ma ha intrapreso una carriera nel web marketing. Strazia la chitarra da quando è stato divulgato il terzo segreto di Fatima. Un suo assolo di mandolino è stato inserito dalla rivista Rolling Stone nella top 35 "I migliori assoli di mandolino della storia". Crede nella vita dopo Maradona. Possiede una tazza ricordo del matrimonio di William e Kate.


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