Se il personaggio è un oggetto

Se il personaggio è un oggetto Illustrazione di Luca Zarantonello

Alta a petto d’uomo, bella panciuta e maestosa, che fosse delle altre cinque la badessa. 

Chi è questa assoluta primadonna di una delle più note Novelle per un anno? È una giara, anzi, è la giara.

I grandi scrittori ci hanno mostrato che spesso i personaggi sono degli oggetti, in grado di fare ruotare attorno a sé l’azione, il desiderio e le attenzioni degli uomini. Gli oggetti, se sapientemente utilizzati, sono in grado di essere attori a pieno titolo della narrazione. Ne La giara, ad esempio, all’inizio l’oggetto appare nuovo e ammirato, si rompe improvvisamente e poi diviene il motivo dell’alterco fra Don Lolò e Zi’ Dima Licasi. Muta – del resto è un oggetto! – riesce a stare sempre al centro della scena, soprattutto quando Zi’ Dima gli finisce dentro. Infine «La giara andò a spaccarsi contro un olivo».

La giara di Pirandello è e resta una giara, cioè è utilizzata in un registro realistico, così come l’ultima sigaretta di Zeno (La coscienza di Zeno) è una sigaretta (anche se finisce per racchiudere l’essenza di un personaggio) e la madeleine di Proust continua ad essere un biscotto, nonostante gli strani effetti che provoca!

Mandò a prendere uno di quei dolci corti e paffuti, chiamati maddalene, che sembrano lo stampo della valva scanalata di una conchiglia di San Giacomo. E poco dopo, sentendomi triste per la giornata cupa e la prospettiva di un domani doloroso, portai macchinalmente alle labbra un cucchiaino del tè nel quale avevo lasciato inzuppare un pezzetto della maddalena. Ma appena la sorsata mescolata alle briciole del pasticcino toccò il mio palato, trasalii, attento al fenomeno straordinario che si svolgeva in me. Un delizioso piacere m’aveva invaso, isolato, senza nozione di causa. E subito, m’aveva reso indifferenti le vicissitudini, inoffensivi i rovesci, illusoria la brevità della vita…non mi sentivo più mediocre, contingente, mortale» (Dalla parte di Swann).

Vi sono, invece, degli oggetti che perdono la funzione che esercitano nel quotidiano e si trasformano nelle mani dello scrittore. Accade, così, che un secchio possa diventare una cavalcatura assai speciale:

«Già il mio decollo sarà decisivo; e dunque mi metto a cavalcare sul secchio. Da cavaliere del secchio, la mano in alto sull’impugnatura, che è la briglia più semplice, scendo con difficoltà le curve della scala; quando però sono giù, il mio secchio allora sale splendido, splendido» (Il cavaliere del secchio).

Il genio di Franz Kafka trasforma un secchio in una metafora della povertà, della ricerca, ma anche della indifferenza degli uomini. Eppure – come ci ricorda Italo Calvino nella magistrale interpretazione che dà di questo secchio nelle Lezioni americane – il secchio vola proprio perché è vuoto. Quindi la privazione diviene spinta verso una ricerca, verso una speranza di trovare il carbone (o la verità?) a di là delle montagne.

Un altro oggetto che diventa simbolo è l’anello che Frodo è costretto a portare con sé lungo più di mille pagine della saga de Il signore degli Anelli: «Un Anello per domarli, Un Anello per trovarli,Un Anello per ghermirli e nel buio incatenarli». Nella saga di Tolkien l’anello è l’oggetto che provoca la rottura dell’equilibrio della situazione iniziale e che mette in moto la fabula. La sua stessa descrizione fornisce spunti per l’evoluzione della vicenda e per il suo scioglimento: l’anello, infatti, è costruito in oro, ma ha la peculiarità di essere indistruttibile a meno che non lo si sottoponga al calore che lo ha forgiato, cioè nella lava del Monte Fato. Gli oggetti quindi possono a pieno titolo diventare soggetti di narrazione; basta dare uno sguardo a Oggetto quasi di Saramago, per fugare ogni dubbio. In questa raccolta di racconti, l’autore portoghese rende indipendenti gli oggetti, li dota di pensiero e capacità decisionale, facendoli diventare i protagonisti assoluti della narrazione: una sedia, un’automobile, dei robot.

Ma fra tutti gli oggetti protagonisti di narrazione, il mio preferito è Il cappotto, quell’oggetto narrato da Gogol da cui, secondo Dostoevskij tutti noi (nel senso di scrittori) siamo venuti fuori. Akàkij Akakièvi è un impiegato timido, vessato da colleghi e capoufficio, deriso per un vecchio cappotto che porta da anni, talmente liso da essere chiamato “la vestaglia”. Per acquistare un nuovo cappotto, inizia a risparmiare e a modificare le sue abitudini, fino a diventare più forte e sicuro di sé, perché giorno per giorno la sua vita ha finalmente uno scopo: il cappotto. Ma proprio dopo la festa che il capoufficio dà per festeggiare il nuovo cappotto, Akàkij Akakièvi viene derubato del suo tesoro. Così inizia la parte finale del racconto che vede l’impiegato prima sbattere il capo contro le assurdità della burocrazia nel suo tentativo di avere giustizia e poi trasformarsi in fantasma che va per la città derubando gli uomini dei propri cappotti, dicendo: «Ah! Sei tu finalmente! Finalmente, ecco, t’ho raggiunto! È il tuo cappotto che mi serve! Non ti preoccupasti del mio, anzi mi maltrattasti, e adesso dammi il tuo!».

Visto quanta narrazione è nascosta in un secchio, in un cappotto o in una giara? Quindi, per favore, non chiamateli più “cose”.

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Rubrica: La bottega dei personaggi, Top post

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  • Mi occupo di estetica, scrittura e filosofia del linguaggio. Ho pubblicato testi su Wittgenstein, sull’estetica di Croce, sulla fisica quantistica e tradotto testi di Hegel e Schrödinger. Amo Bach e Proust, scrivere e suonare il pianoforte. Collaboro con la rivista «Complessità» e insegno filosofia nei licei.


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