Monumento

Monumento Illustrazione di Luca Zarantonello

Voce proveniente dal latino colto ed entrata in italiano piuttosto tardi. È attestata nella seconda metà del XIII sec., come prestito dal latino. Ciò vuol dire che il termine non ha subito una normale evoluzione nella lingua parlata ma è stato recuperato dal latino per designare qualcosa che, probabilmente, dopo la caduta dell’impero romano era scomparso: il desiderio di commemorare e celebrare per fondare una coscienza. Il sostantivo monumentum, -i designa un atto fatto in ricordo di qualcosa, una testimonianza. Passa a designare una statua o un edificio eretto per commemorare qualcuno. E quale migliore occasione della morte per commemorare? Quindi il monumento diventa, naturalmente, anche funebre.

A sua volta, monumentum è un sostantivo deverbale. Dal verbo moneo: ammonire, consigliare, presagire e, infine, punire i significati.

Il monumento implica quindi un desiderio di celebrazione: di sé, della propria famiglia, della propria gente, città, nazione. Un senso di solennità avvolge i monumenti, uomini ed eventi cristallizzati nella posa rigida di un’idea “condivisibile” di bene. Il monumento ci ricorda valori alti e, tuttavia, imposti dalle morali di committenti e autori.

Caduta libera è il secondo romanzo che compone la trilogia siberiana di Nicolai Lilin. Dopo gli anni di gioventù criminale, il protagonista viene reclutato nell’esercito e spedito in un reparto d’assalto, i Sabotatori, durante la seconda guerra in Cecenia. Il romanzo, pur conservando il punto di vista di Nicolai, è una cronaca delle azioni d’assalto del reparto. Soprattutto del loro capitano, Nosov. Questi è l’incarnazione delle regole e dei principi dei Sabotatori, un reparto indipendente dell’esercito russo che non deve dar conto a ufficiali maggiori. Anche all’interno del reparto non ci sono precise gerarchie e Nosov è una specie di “primo fra pari” per esperienza e anzianità di servizio. Tutti questi aspetti fanno dei Sabotatori una sottocultura, una sorta di criminali dell’esercito.

La narrazione degli eventi ha un andamento ciclico. Le azioni del reparto si susseguono feroci e identiche. Il capitano Nosov guida i suoi calcolando il rischio per approssimazione, con un controllo capillare dei movimenti dei Sabotatori. Anche delle loro emozioni. Nosov diventa un padre spirituale.

La guerra, intanto, si manifesta a ondate. La velocità dell’azione e il pericolo crescente stringono noi e i Sabotatori attorno alla figura di Nosov, unico appiglio nella mareggiata. Lilin ci tira dentro ogni azione, ci fa guardare nel mirino di Nicolai, nell’ansia di accoppare e non essere accoppati. Durante le missioni del commando, il pericolo è onnipresente. L’unica salvezza è la compattezza del gruppo e la forza dei suoi valori. E, anche questa volta, quei valori sarebbero inaccettabili in un contesto diverso.

Durante uno dei rari momenti di stasi del romanzo, un trasferimento in autoblindo da un fronte all’altro di una città occupata, i Sabotatori si imbattono nel cadavere martoriato di un nemico. Il corpo è legato col fil di ferro al parabrezza di un fuoristrada in fiamme. Il volto scuoiato, gli occhi sporgenti sulla carne nuda e un cartello al collo con il motto dei parà e i nomi dei loro compagni caduti. Un ufficiale della fanteria si allontana dal convoglio e, armato di pinze, si avvicina per staccare il cadavere dall’auto. Questo provoca l’ira di Nosov. Ferma il convoglio e parte dritto verso l’ufficiale.

 

- Militare! Che cazzo credi di fare con quelle pinze?

L’ufficiale ha guardato male Nosov, poi ha detto in modo sprezzante:

- Voi chi siete, e perché non vi comportate secondo il regolamento? Qualificatevi: nome, grado e reparto!

Nosov in tutta risposta ha sputato per terra, e poi con la faccia da delinquente ha detto:

- Capitano Nosov, sabotatori…

L’ufficiale, che era leggermente più giovane di Nosov ma di un grado più alto del nostro capitano, l’ha fissato da sotto la visiera del cappello:

- Capitano, vi ordino di salire sul vostro mezzo: state fermando la colonna!

Nessuno aveva mai osato rivolgersi così al nostro capitano, prima d’allora.

Nosov gli ha strappato di mano le pinze, e buttandole fra le macerie gli ha urlato addosso come impazzito, tanto che pure noi ci siamo spaventati [...]

 

La reazione di Nosov è spropositata: vomita sul pietoso ufficiale la frustrazione di anni di guerra, recriminazioni, compagni perduti. L’ufficiale è basito:

 

- Capitano, vi devo informare che quando arriveremo alla nostra posizione io sarò costretto a fare rapporto al comando sul vostro comportamento!

- La tua cazzo di posizione esiste solo grazie al sacrificio di questi ragazzi! – ha ringhiato Nosov col dito puntato sui nomi dei parà morti scritti sul cartello. – Informa pure chi ti pare, fai il cazzo che vuoi, io mi ci pulisco il culo con il tuo regolamento…Se ti vedo ancora toccare qualche monumento in giro, giuro sulle anime dei miei fratelli morti che ti sparo addosso!

 

In guerra, quando la casa è una tana fra le macerie, la famiglia un gruppo di estranei fragili e prossimi alla morte almeno quanto il nostro Nicolai,  accade che un cadavere seviziato sia un monumento. La carogna del nemico incarna la vendetta e l’unità del reparto. Celebra la rabbia e la fratellanza del corpo e, al contempo, è un monito per i nemici: avvertimento e punizione. L’epigrafe del monumento dice ai compagni “vi vendicheremo” e ai nemici “non avete scampo”.

La morale che porta un uomo a considerare un cadavere martoriato un’opera educativa, è la morale esaltata dall’azione e depressa dall’orrore e dagli stenti. Una morale deviata.

Il sabotatore/personaggio Nicolai non aveva potuto fare a meno di ghignare alla vista del cadavere e, con lui, i suoi compagni. Però:

Di tutto questo incidente, la cosa che mi aveva colpito di più era il modo in cui il nostro capitano aveva chiamato quel cadavere sfigurato. L’aveva chiamato monumento.

Come nel primo romanzo, Lilin ci mostra una violenza salvifica, sottolineata banalmente dal paragone cristologico che l’autore fa nella descrizione del cadavere. In realtà non abbiamo niente da imparare o da capire dalla vista di quel monumento. È solo un bersaglio sul quale scaricare la paura come un caricatore.

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Rubrica: Dizionario etimologico individuale, Top post

  • Scritto da:

  • Arcangelo Auletta
  • Leva napoletana dell'86. Laurea in lettere, è (in-)esperto di letteratura americana e traduzione ma ha intrapreso una carriera nel web marketing. Strazia la chitarra da quando è stato divulgato il terzo segreto di Fatima. Un suo assolo di mandolino è stato inserito dalla rivista Rolling Stone nella top 35 "I migliori assoli di mandolino della storia". Crede nella vita dopo Maradona. Possiede una tazza ricordo del matrimonio di William e Kate.


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