Come creare la copertina di un libro: la lezione di Guido Scarabottolo

Come creare la copertina di un libro: la lezione di Guido Scarabottolo Illustrazione di Guido Scarabottolo
Illustrazione: Guido Scarabottolo

Illustrazione: Guido Scarabottolo

Quando in Guanda si cercava la copertina di Ogni cosa è illuminata del neo-arrivato Jonathan Safran Foer, l’illuminazione arrivò con Guido Scarabottolo, architetto mai in esercizio e parco di parole quanto di sillabe, come nel soprannome che usa con gli amici: Bau. Da quella copertina, per quasi dodici anni, Scarabottolo è stato l’illustratore di punta e quasi subito anche art director di Guanda, la casa editrice fondata a Modena da Ugo Guandalini, poi passata a Longanesi e quindi al Gruppo GEMS di Milano.

Nel corso di un incontro che ha unito a Milano le classi dei master di Editoria della Fondazione Mondadori e del Mimaster di Illustrazione, Scarabottolo si è raccontato nella doppia veste di copertinista e di grafico, offrendomi lo spunto per questa seconda puntata di Hotel Visual sulle copertine (qui la prima puntata con Emiliano Ponzi, ndr).

 

Restyling grafico e l’immagine di una casa editrice

Illustrazione: Guido Scarabottolo

Guanda aveva perso la precisione del progetto originale di John Alcorn, non c’era più una riconoscibilità per le copertine o delle collane. La prima cosa è stata tornare a una gabbia, eliminando i filetti, lasciando il fregio in alto, ripulendo e ridefinendo le collane, coll’idea di occupare nelle librerie spazi riconoscibili, uniformi e di avvisare il pubblico di una chiara presenza.  Il lavoro fatto per Guanda negli ultimi 11 anni, dalla grafica dell’epoca alle diverse collane. Da grafico, considero che la funzione dell’editore – l’unica che probabilmente resterà, ammesso che gli editori sopravvivano – sia quella di garantire la selezione dei contenuti che propongono e perciò essere riconoscibili. La principale riconoscibilità viene dalle copertine. Il lavoro che cerco di fare da grafico per un editore è di far capire che quel libro è stato prodotto e proposto proprio da quell’editore. Questo lo faccio comportandomi molto rigidamente rispetto alla grafica: la scelta dei caratteri, la posizione dei titoli, autore, marchio. Quando ho mostrato il catalogo Guanda all’art del New York Times, mi ha detto: sono tutte uguali! Per la loro cultura questa viene ritenuta rigidità e monotonia, loro che modificano tutto, non si attengono ad una forma unica, trattano ogni volume a parte, senza l’idea della collana o della riconoscibilità dell’editore”.

Scarabottolo questo approccio non lo considera suo, perfino poco utile, se l’obiettivo dell’editore è di essere riconosciuto nella babele di una libreria.

La prima sistemazione dei tascabili Guanda, all’arrivo di Bau, variava la gabbia derivata da quelle di Alcorn con orge di finestre e filetti. I tascabili avevano un riquadro e dentro l’immagine ritagliata. La prima cosa è stata unificare il fondo, eliminando il riquadro e usare l’immagine a pieno fondo.La seconda proposta è stata eliminare quell’orgia di fenici – “che son poi civette, vengono chiamate da loro fenici, su proposta del pittore Carlo Mattioli amico di Guandalini” – riducendole, eliminando la cornice bianca e restituendo al libro la sua dimensione vera, usando immagini molto rarefatte. Ulteriore evoluzione dei tascabili è stato l’utilizzo di caratteri progettati per letture difficoltose, come il BELL dell’omonima compagnia telefonica americana, che ne ha finanziato lo studio per gli elenchi del telefono ed è quindi leggibile anche in condizioni pessime e dimensioni ridotte, oppure l’INTERSTATE, usato per la segnaletica stradale.

 

Copertine e copertinisti

“Vengono fatte 6 mesi prima della stampa, certe volte il libro non è ancora scritto, talvolta non c’è il titolo, non c’è la traduzione, quindi le copertine si fanno su riassunti durante riunioni di redazione o chi l’ha letto ne racconta qualcosa o ci son le schede dei lettori. Così sono arrivate spesso le migliori copertine, come per Ermanno Cavazzoni, uno dei miei autori preferiti.

O per Ottieri: ne La linea gotica, il confine che divide classe operaia e intellettuali è segnato da una sigaretta fra tante ciminiere. Ho immagini spesso ricorrenti nelle mie illustrazioni, che smonto e rimonto a seconda delle esigenze. Come per John Updike: partiti per fare una copertina, il titolo Mogli delicate è diventato Le lacrime di mio padre, quindi si è dovuto rifare tutto e questo capita piuttosto spesso.

Per Fiume nero, diventato Un doppio sospetto ho aggiunto un riflesso nell’acqua che ha risolto la copertina. Questo fiume seguiva in quarta di copertina, diventando una sciarpa con le frange, per via della storia gialla di cui è indizio. Ora non volendo più il retro, che costa di più, questi giochi si sono persi. Le 7 sfide è diventato poi Apprendista per caso, ma il disegno della mano con sette dita così chiaramente di impronta indiana mi piaceva ed è sopravvissuta anche col cambio di titolo”.

 

Spesso si chiede agli autori il perché del loro segno, della cifra stilistica che li distingue. Ferenc Pintér mi raccontava che il suo non poteva prescindere dalla formazione di grafico nella cartellonistica e nella pubblicistica, così forti e importanti nell’Ungheria degli anni ’50 in cui lui aveva studiato, prima dell’invasione sovietica e il suo trasferimento in Italia. E quando davanti alle sue illustrazioni ci si scervellava per capire cosa usasse per gli effetti pittorici, se mescolasse le tecniche da virtuoso, se tagliasse i pennelli secchi in forme che gli consentissero quei segni memorabili, ricordo che stringeva la pipa in un ghigno e diceva di usare solo tempere, pennelli vecchi e la carta che gli veniva per le mani. Il caso, il mestiere. Ora, magari Pintér che per 30 anni era stato il Maestro di tutti e il dominus dell’editoria italiana illustrata, si poteva permettere ogni forma di modestia e pure il suo contrario.

Per quel che lo riguarda, Scarabottolo indica come sua cifra la pigrizia.

 

Quando c’è Newton, c’è la mela

Vien da pensare, guardando le centinaia di copertine che Scarabottolo ha realizzato per Guanda, che la pigrizia sia stata il motivo del successo di alcune serie, come per le streghe di Updike o per Irvine Welsh, che dopo la copertina di Trainspotting, ha dei moduli che si richiamano negli stessi elementi compositivi. Per il romanzo autobiografico di Casas Ros, in cui il protagonista esce sfigurato da un grave incidente, è stato Picasso a venire in aiuto.

“Per un certo tempo, vedevo dappertutto i tagli di Fontana a risolvere copertine o immagini, per le quali era evidente che nessuno si fosse sforzato molto. Allora mi son detto che prima o poi avrei fatto qualcosa per chiudere quei tagli”. Quando capita la copertina di Morozzi, Cicatrici, quella cucitura è una – pigra – ricucitura scarabottoliana di un Fontana.

Illustrazione: Guido Scarabottolo

“Spesso utilizzo disegni già fatti per copertine, anche per la ragione di risparmio che ho detto. In un caso particolare, questo è diventata la logica narrativa stessa del libro, il graphic novel Una vita (Romanzo Metafisico) che unisce 160 disegni già realizzati per vari utilizzi e che Giovanna Zoboli ha ricucito in una narrazione unitaria”.

Una manna per l’illustratore. Oppure il calendario, che ogni anno Scarabottolo si auto-produce scegliendo 16 disegni per le 32 pagine, pagato da quanti comprano gli stock mettendoci il marchio dell’azienda e coprendo le spese, molto utile per l’auto-promozione “e anche per metterci disegni che mi piacciono ma che nessuno vuole, a volte neppure gratis”.

 

Gestire e gestirsi

Qui si sfata il mito del successo. Alcuni autori non si lamentano mai. Altri sono piuttosto difficili da accontentare, come Arundaty Roy ad esempio, di cui alla fine si utilizzano spesso le copertine originali invece che rifarle.

Illustrazione: Dario Fo

“Gli stranieri mi fanno spesso complimenti, gli italiani più spesso si lamentano. Le copertine per Dario Fo funzionano così: il direttore editoriale mi chiede di farne una per il nuovo libro, io gli faccio notare che tanto alla fine lui decide per un suo disegno, il direttore editoriale insiste, dice che questa volta la si sfanga. Non succede mai, naturalmente”.

Gli insuccessi sono anche interessanti, le molte alternative non passate, titoli difficili o che cambiano in corsa e rendono quindi poi inutilizzabile l’immagine pensata prima (ed ecco il materiale per il calendario dell’anno dopo). Scarabottolo calcola in circa 500 le copertine rifiutate negli 11 anni di direzione Guanda. E una di queste, realizzata per Alain de Botton e da lui poi rifiutata, ha vinto la Silver Medal alla Society di NY.

“Disegno singoli pezzi e porzioni di illustrazione, sistema di difesa che usavo con le fotocopie lavorando per i giornali, per la velocità di modifiche, di formato, con collage da spostare e ricomporre. Assicurandomi anche di poter cambiare i colori velocemente. Gli illustratori che non fanno i pittori, sanno lavorare in team, come si fa un libro, quindi raggiungere compromessi. Il fatto di poter fare correzioni velocemente è un vantaggio e io di notte non ho voglia di lavorare. Con Photoshop, poi, si è tutto semplificato e ho avuto molta libertà, mantenendo la freschezza del segno che non sarebbe possibile tenere con correzioni manuali su tecniche difficili. Per me quindi è stato un passaggio naturale, inevitabile e perfino migliorante”.

 

Illustrazione: Giovanni Mulazzani

La vita di un grafico ha questo ritmo. Una riunione al mese, 2 ore, 10 titoli, 2 settimane dopo la consegna delle copertine. Una al giorno, più o meno. Anche per questo è difficile chiedere ad altri illustratori prove, con tempi simili o poco budget. Ci si appoggia a colleghi (e amici) sicuri ed efficaci. Da un’antica amicizia è nato l’esclusivo rapporto con Giovanni Mulazzani, un virtuoso dell’immagine dalla mano felicissima che per anni aveva firmato copertine della Bur e che, chiamato da Scarabottolo come copertinista, ha imparato il digitale, trovato una chiave di sorprendente sintesi e una seconda giovinezza nella sua ultima stagione, disegnando decine delle migliori copertine Guanda.

“Con Simona, la figlia di Giovanni, si è lavorato sui libri per infanzia e per tutte le copertine di Sepùlveda. Per titoli sudamericani avevo cercato Muñoz, con esiti più efficaci nel riutilizzo di cose già fatte, meno – a parere del direttore editoriale – su commissione, per il suo gusto carico, dalle cromie intense. Rebori, usato per Wodehouse con esiti interessanti e originali. Tentativi di Toccafondo, Matticchio, Mattotti sono stati più rari”.

Mettiamola così: Bau sta a Guanda come Pintér sta agli Oscar Mondadori, Thole a Urania e Guidotti alla Bur. Ubi maior

Parole chiave:

Rubrica: Hotel Visual, Top post

  • Scritto da:

  • Ivan Canu
  • Ivan Canu lavora a Milano come illustratore e scrittore (Salani, Gakken, Casterman, Principi & Princìpi, Pearson, De Agostini, The New York Times Book Review, Il Sole 24 Ore, La Repubblica, Capital, Einaudi ragazzi, Rizzoli, Médecins sans Frontiéres). Selezionato su American Illustration e Communication Arts. È stato art director della Fondazione Internazionale Balzan e della rivista Hystrio. Ha curato per l’AI-Associazione Illustratori il catalogo della mostra Favorisca, Carpi 2006 e gli Annual Illustratori italiani 2006, 2007 e 2008. Dal 2009 è direttore del Mimaster di Illustrazione di Milano.


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