“Molti consigliano agli aspiranti scrittori di leggere. Io consiglio di tradurre”

“Molti consigliano agli aspiranti scrittori di leggere. Io consiglio di tradurre”

Fabio Genovesi è uno scrittore che a noi di scrivo.me piace tantissimo per i suoi romanzi, i suoi reportages, la sua voce inconfondibile: un impasto affascinante e ricchissimo di registri amari, dolci, ironici. Oltre a scrivere (e a pescare e a pedalare in bici) Fabio traduce da anni. Gli abbiamo fatto alcune domande.

Come sei diventato traduttore letterario?

Fabo Genovesi

Per scelta e per caso. Forse per scelta del caso. Nel senso che ho sempre tradotto, per pura passione, senza che nessuno me lo chiedesse. Scrivevo le mie cose, e in più traducevo libri americani che mi piacevano e non erano mai stati tradotti in Italia, oppure lavoravo su romanzi già tradotti, per poi confrontare la mia versione con quella edita. Ci passavo le serate, a fare queste cose che non mi chiedeva nessuno e che non avrebbe mai letto nessuno, e questo la dice lunga sulla mia vita sociale dell’epoca.

La mia prima vera traduzione è stata per l’editore Quarup di Pescara, Road Movies di Lee Ranaldo, il chitarrista dei Sonic Youth. Un editore piccolo ma di qualità, ci siamo incontrati per caso su un treno, non ricordo da dove e per dove. Le cose succedono spesso per caso, ma nel caso bisogna tuffarsi altrimenti non ti abbraccia mai.
Poi per fortuna è partita la mia vita di scrittore, e tradurre è diventato un piacere che dedico solo a pochi libri che mi piacciono tanto.

Come funziona praticamente il lavoro di un traduttore (o il tuo lavoro di traduttore)?

Credo le tecniche per tradurre e scrivere siano come le mutande: ognuno usa le sue. Personalmente, prima di tradurre un romanzo me lo leggo tutto. Solo così si può entrare nel mondo dell’autore, avere il senso della sua lingua, della sua storia, conoscere i ritmi, la musica delle frasi, i dialoghi. Poi mi metto lì e traduco a testa bassa, fino in fondo, non sul computer ma a penna su carta, come faccio coi miei romanzi.
È una versione molto grezza, dove i passaggi che mi lasciano perplesso li scrivo in maiuscolo. Alla fine di questa versione, quasi tutto è maiuscolo. Poi ci torno sopra e cerco di togliere un po’ di quei maiuscoli, e quando ne sono rimasti pochi parto con una rilettura generale, poi con un’altra, poi con un’altra ancora, avanti così finché non mi sembra che tutto sia come lo voglio. Le ultime riletture le faccio a voce alta, da solo a casa. La voce alta è molto meglio della lettura mentale, ha molta meno pietà dei passaggi sgraziati, quando una frase non chiude, quando una parola è incastrata male, senti proprio l’amaro in bocca, senti che la lingua non ti balla in bocca, e invece io amo quando la lingua mi balla in bocca.

Hai delle fobie e dei tic quando traduci?

L’unica fobia che ho deriva da quel senso di alienazione e straniamento che ti prende quando sei in un periodo di traduzione o scrittura intensa, e davvero stai un po’ fuori di testa, e magari la sera ogni tanto esci con gli amici e ti rendi conto che per una mezz’ora non riesci a ingranare, ti parlano e rispondi male, ti viene da tradurre quello che dicono, da correggere certe frasi dopo che le hai dette. Ecco, la mia fobia è che un giorno mi capiti di non tornare più da questa condizione sfasata, di rimanere per sempre così rimbambito. Credo non sia così improbabile.

Quali strumenti usi per il tuo lavoro? Internet, amici, vocabolari?

Certo, poter controllare sul web è molto utile per non incappare in certe mostruosità di traduzione, in equivoci clamorosi e scemenze da antologia. Ma non deve essere un ricorso eccessivo, altrimenti si perde la connessione col testo originale, ci si allontana. Entrare in un libro è un viaggio, in quel modo si diventa controllori più che viaggiatori, e allora addio intensità.
Il vocabolario non lo uso quasi mai, non vedo a cosa possa servire. So che ci sono autori che usano il vocabolario addirittura mentre scrivono, ma mi sembra una perversione spaventosa. La mia amica Teresa mi ha raccontato che un giorno ha chiesto a Ennio Morricone se usasse il pianoforte mentre componeva, e lui ha urlato secco “Mai! La musica è una distrazione quando si compone!”. Ecco, il vocabolario è questo, una distrazione.

Spesso molti dimenticano che il traduttore è l’autore nascosto che leggiamo in realtà. Oltre alle competenze linguistiche sono necessarie competenze di scrittura notevoli. Nel tuo caso, essendo tu principalmente uno scrittore, le cose – contrariamente a quanto si potrebbe pensare – si complicano. Da traduttore devi “spogliarti” della tua voce per far parlare l’autore originale. Come funziona questa parte del tuo lavoro?

È un meraviglioso inferno. La traduzione è per me una forma estrema di ascetismo e annullamento dell’Io. Il lavoro del traduttore è ingrato come nessuno: il tuo obiettivo più alto è tradurre così bene un autore straniero, renderlo così liscio e vero, da far dimenticare al lettore che il testo di cui sta godendo è stato tradotto da un’altra lingua. Insomma, l’ideale per un traduttore è sparire, non esistere, essere tanto bravo da non farsi notare mai.

È un esercizio utilissimo anche per la scrittura. Non ho mai seguito corsi di scrittura, e gran parte di quello che ho imparato mi arriva dall’aver tradotto.
Tanti scrittori consigliano agli aspiranti autori di leggere molto, io consiglio di tradurre. Tradurre gratis, tradurre quello che vi piace. Tradurre è un oltre-leggere, vi chiama a vivere un romanzo oltre la soglia della lettura, oltre il cortile di una sola lingua, verso il bosco fitto del linguaggio in generale. Solo qui vi troverete a chiedervi cos’è una parola, cos’è la sua lingua, come si può far passare il pensiero in lettere e tenerlo ancora tutto vivo e saldo e caldo.

Anche quando scrivo le mie cose, il mio obiettivo spesso è sparire. Detesto gli autori che scrivono per ego, per esporsi. Della loro vita non mi importa nulla, di quanto sono bravi a scrivere non mi importa nulla, io voglio la storia che hanno da raccontare, e se non ce l’hanno (come capita a molti) sono pregati di riempire il loro tempo con attività più utili: le nostre campagne sono scandalosamente incolte.

Il traduttore deve avere competenze di scrittura notevoli. Cosa consiglieresti di fare a un traduttore esordiente per esercitarle?

Come ho detto, consiglio all’aspirante traduttore di… tradurre. Non c’è niente di simile, niente che ti prepari alla traduzione, se non la cosa in sé. Magari per iniziare si possono tradurre racconti, o i testi delle canzoni che vi piacciono di più. Passate le ore a tentare di trovare un termine italiano per esprimerne uno inglese tanto corto e tanto preciso, arrivate stremati alla presa di coscienza che quel termine non c’è, e passate altre ore a capire come potete rimediare. Smontate e rimontate il linguaggio, è una cosa viva e forte, potete torturarlo quanto volete, non morirà. Il linguaggio muore solo quando lo offendete ricorrendo a orride frasi fatte o aggettivazioni con lo stampino: “per il rotto della cuffia”, “il fatidico sì”, “un rigido inverno” ecco, così sì che il linguaggio muore. Anzi, si suicida, e fa bene.

Qual è stata la traduzione più complicata e perché?

La traduzione più complicata è stata sicuramente quella di Hey Rube, l’ultimo libro di Hunter S. Thompson. Si tratta di una lunga raccolta di pagine scritte quotidianamente, spesso non rilette, spesso stralunatissime, legate allo sport, alla politica, a qualsiasi cosa in realtà. Pensate a Hunter Thompson, quindi uno che già di base ha il delirio nel sangue. Metteteci insieme l’estemporaneità della situazione, il tono da conversazione da bar, e pure il fatto che di lì a poco si sarebbe suicidato, caricandosi nel frattempo con qualsiasi sostanza e liquore… Ecco, tradurlo è stato un lavoro tremendo, grande soddisfazione alla fine, ma quanta vita, quanta socialità, quanta salute ho perso per quel libro. Mi chiedo spesso se ne sia valsa la pena. Temo di no.

E la traduzione più divertente?

La traduzione più divertente è stata un libro per ragazzi dedicato agli insetti. Risale a molti anni fa, ma ricordo di aver imparato tantissime cose degli insetti e del loro mondo. È incredibile quante cose cerchiamo di insegnare ai ragazzi senza saperne niente. Purtroppo appunto sono passati molti anni e ho dimenticato tutto, a parte che lo scorpione più velenoso del mondo è quello giallo.

Da poco è uscito in Italia La ballata di Charley Thompson di Willy Vlautin, tradotto da te. Come hai lavorato su questo libro?

Il romanzo di Vlautin

Il romanzo di Vlautin

Lavorare alla Ballata di Charley Thompson è stata una gioia. Amo la scrittura di Vlautin, e spesso leggendo le sue pagine trovo quella semplicità profonda, quella riconquistata leggerezza di uno stile senza fronzoli e senza orpelli. Grandi autori americani hanno questa caratteristica, ma ci sono traduzioni italiane che la uccidono riportando tutto a costruzioni pesanti, termini aulici, dialoghi di cartapesta. Ho cercato di non cadere nello stesso orribile errore, ho cercato di riportare la voce senza storcerla, sono anche entrato nel mondo dei cavalli e degli ippodromi, e siccome non ne sapevo nulla ho passato un bel po’ di tempo con l’amico Pier Luigi Giannoni, gentleman driver appassionato ed espertissimo. Siamo andati a scommettere sulle corse del galoppo, abbiamo perso un po’ di soldi ma non troppi.

Lavorare su un bellissimo romanzo è una grande responsabilità, perché tradurlo male o anche non tanto bene significa ammazzarlo, e privare una nazione del godimento che quella storia potrebbe dargli. È un peccato mortale.
Spero che nel Giorno del Giudizio la mia anima sia leggera.

Consigli, minacce, ricatti che ti senti di fare a chi avesse in animo di intraprendere il lavoro di traduttore letterario?

Come ho già detto, il consiglio è tradurre. A gratis e per se stessi, così potete scegliere di lavorare su quello che più vi piace. E visto che all’inizio nessuno vi paga, perché lavorare su roba brutta? Puntate in alto, perdeteci tantissimo tempo, fatelo come se fosse la cosa più importante del mondo, perché forse lo è davvero, o almeno è importante come qualsiasi altra cosa su questo folle pianeta.

Nel frattempo però fate altro, uscite, vedete persone, viaggiate, vivete. La traduzione deve far vibrare un testo in un’altra lingua, e se non avete vibrazioni dentro, come le potete mettere sulla pagina? Credeteci, lottate, provateci fino alla fine. Ma solo perché sentite che è questo che volete fare, nella traduzione come nella scrittura. Se invece lo fate solo per mettervi in mostra, perché i vostri genitori siano fieri di voi, per risparmiare i soldi dello psicanalista, ecco, avete sbagliato strada, ma proprio tanto. In quel caso fatevi prendere in un reality show, diventate ingegneri e ingollate gli psicofarmaci giusti. E tenete le vostre mani lontane dai romanzi.
E telefonate ogni tanto alle vostre mamme, che le fate contente.

 

 

Fabio Genovesi è nato a Forte dei Marmi nel 1974. Ha scritto il saggio cult Morte dei Marmi (Laterza), e per Mondadori Tutti primi sul traguardo del mio cuore, diario sbilenco della sua avventura al Giro d’Italia, e i romanzi Versilia Rock City ed Esche Vive, tradotto in dodici paesi tra cui Stati Uniti e Israele. Collabora con il Corriere della Sera e Glamour, ma più spesso si perde tra paludi e fossi, coltivando la passione smodata per la pesca e il sogno di diventare un ranocchio e vivere per sempre su una ninfea.

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Rubrica: Interviste sulla scrittura, Top post

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  1. Sicuramente le frasi come “per il rotto della cuffia”, “il fatidico sì”, “un rigido inverno” sono luoghi comuni che appesantiscono la lettura. Rivelano uno scarso impegno da parte dello scrittore. Ma cosa succede se il dialogo fra due personaggi deve sembrare veramente realistico? Le persone reali utilizzano questi schemi di linguaggio correntemente. In questi casi si potrebbero ammettere l’uso di frasi fatte?

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