La precarietà dello scrittore

La precarietà dello scrittore Illustrazione di Vincenza Peschechera

 

È l’insicurezza che sprona gli uomini alle grandi imprese, grazie a essa uomini che in realtà non erano fatti per nessuna cosa, sono diventati capaci di tutto. Gli eroi sono il prodotto dell’insicurezza.

Thomas BernhardGelo

 

In questo percorso che abbiamo fatto insieme sulle spalle dei giganti, abbiamo guardato da lontano, solo accennandoli, alcuni temi fondamentali del lavoro dello scrittore: come organizza il tempo e gli spazi sulla pagina e nelle sue giornate, come si relaziona con gli altri settori culturali, come utilizza la punteggiatura per definire un proprio stile, come sceglie il proprio editore o l’agente, come prende ispirazione dalla vita di tutti i giorni, e infine come vive il momento pubblicitario.

 

Non dobbiamo però dimenticare che, come tutti, anche lo scrittore ha bisogno di guadagnarsi da vivere, e che i libri quasi mai portano all’autosufficienza economica. A dire il vero, scrivere in passato non era neanche un mestiere.

 

Sono tante oggi le professioni legate alla scrittura: sceneggiatore, giornalista, critico, editor, traduttore, copywriter, ghost writer, business writer a cui si sono aggiunte in tempi più recenti le professioni legate a Internet come quella del web writer, del blogger e del social media writer.

 

Alcune di queste professioni hanno più di duecento anni ma il romanziere e lo scrittore di racconti sono stati definiti tali, per professione, solo a partire dal XVIII secolo, quando l’opera dell’ingegno è diventata merce nel circuito degli scambi economici. Il filosofo John Locke fu il primo a stabilire il diritto naturale dello scrittore ai frutti della sua attività; la regina Anna di Inghilterra, la prima, nel 1710, a riconoscere giuridicamente l’autore. In Italia la prima legge sul diritto d’autore risale al 1865. Nonostante ci sia una normativa, molti scrittori non considerano il loro come un lavoro da retribuire. Non chiedono un compenso per le presentazioni, ad esempio. A volte accettano contratti che non prevedono diritti o retribuzioni di altro tipo. E anche quando vengono regolarmente pagati, non riescono comunque a vivere della sola produzione letteraria. Solo pochissimi, meno dell’1 per cento sul totale, hanno questa possibilità.

 

Lo scrittore non fa quasi mai solo questo mestiere ma collabora in maniera varia e fantasiosa con altre realtà culturali come il cinema (Pier Paolo Pasolini), la scuola (David Foster Wallace), il teatro (Luigi Pirandello), la pubblicità (D’Annunzio), l’editoria (Elio Vittorini), spesso con più realtà contemporaneamente. A volte capita che svolga tutt’altra professione e si ritrovi a scrivere per hobby, nei momenti di libertà dal lavoro.

 

Gadda scriveva per la Rai, Franz Kafka lavorava nel campo delle assicurazioni, Italo Svevo nell’azienda di vernici del suocero, Bianciardi traduceva, John Steinbeck gestiva un allevamento di pesci presso il Lago Tahoe. Salinger fece l’animatore su un transatlantico di lusso. Italo Calvino lavorò per molti anni come editor per Einaudi.

 

Un dilemma non da poco, quello tra necessità economiche e lavoro letterario, che tutti prima o poi hanno affrontato. Anche un grande scrittore come Giovanni Verga all’inizio fece fatica ad adattarsi alle regole dell’allora nascente mercato editoriale. Nel 1879 disse a Luigi Capuana che la cultura non doveva esser per forza guadagno, ma nel 1881 scrisse all’editore Treves, chiedendogli una sorta di stipendio per mantenersi durante quell’anno, in modo tale da potersi dedicare in serenità alla produzione di un’opera che restasse in catalogo.

 

Qualche anno fa Davide Musso ha intervistato alcuni scrittori italiani per la serie di video Scrittori lavoratori (su Youtube). Sono derivati interessanti documenti della realtà a noi prossima che vi consiglio di vedere. Sembra quasi che letteratura e precarietà viaggino a braccetto su binari paralleli che si arricchiscono a vicenda. Vita e letteratura: binomio inscindibile.

 

Nella rassegna delle biografie letterarie, troviamo la conferma che anche dal punto di vista delle esigenze economiche possiamo far riferimento ai giganti e a chi ha seguito le loro orme. Consci del fatto che spesso le ricerche aneddotiche, se verificate e affrontate per quello che sono, possono essere fonti di conoscenza importanti, libere da ogni categorizzazione preconcetta, germi di nuove interpretazioni dei fatti. L’aneddoto può svelarci il carattere di una persona, il clima di un’epoca storica, le motivazioni psicologiche, gli aspetti segreti di un gesto.

Rapinare le biografie altrui in fondo fa parte del gioco narrativo: si seguono tracce, si ottengono spunti creativi, ci si appiglia ad esse nei momenti di difficoltà. Esempi da cui partire per costruire mondi.

 

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Rubrica: Sulle spalle dei giganti, Top post

  • Scritto da:

  • Rossella Monaco
  • Rossella Monaco, classe 1986, scrittrice e traduttrice di autori inglesi e americani. Titolare dell’agenzia letteraria La Matita Rossa; ha diretto una collana di libri tradotti. Tiene corsi di Creative Writing e di traduzione in aula e online. Ha tradotto e curato la pubblicazione di opere di Charles Dickens, Elizabeth Gaskell e Francis Scott Fitzgerald per diverse realtà editoriali italiane. Spera di guarire presto dalla malattia della gioventù.


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1 Comment

  1. Articolo interessante. Diciamo che fare lo scrittore è spesso sinonimo di poveraccio. Sarà interessante come la situazione cambierà grazie al self-publishing. Le royalty molto più alte per gli autori indipendenti presto consentiranno, a chi saprà affermarsi, di poter vivere di scrittura. La vendita della tiratura minima di 5 mila copie è la miseria più nera per lo scrittore nell’editoria tradizionale. Col self-publishing ci potresti tirare su uno stipendio annuale.

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