Leopardi e le Operette morali in una collana per signore

Leopardi e le Operette morali in una collana per signore Illustrazione di Vincenza Peschechera

Ogni opera ha il suo posto, nell’idea letteraria dell’autore o nella visione dell’editore. Ma le due cose non sempre coincidono. La collocazione editoriale è un aspetto importante che può dare un significato nuovo all’opera, mettendola in relazione con altre all’interno di un disegno programmatico definito.

La ricerca della casa editrice o la scelta del self-publishing sono per uno scrittore passi da affrontare in maniera consapevole, perché, su queste strade, l’opera si slegherà dalle volontà autoriali per diventare qualcosa di diverso, a disposizione degli altri e della loro interpretazione.

Non pensiamo che si tratti di questioni contemporanee.

Già il 12 marzo del 1826, Giacomo Leopardi scriveva all’editore Antonio Fortunato Stella parlando della collocazione più adatta per le sue Operette morali, un’opera che aveva cara più che i suoi occhi. Era il frutto della sua “vita finora passata”, un lavoro importante da gestire con consapevolezza anche dopo averne terminata la scrittura.

Prima di allora, le Operette erano apparse sui giornali in maniera frammentaria. Leopardi non aveva però gradito la cosa. Aveva scritto a Vieusseux pregandolo di sospendere la pubblicazione sull’Antologia e allo stesso Stella per interromperne la pubblicazione sulla rivista letteraria Nuovo Ricoglitore. La volontà a quel punto, a dire dell’autore, era di “tenerle sempre inedite, al dispiacere di vedere un’opera che mi costa fatiche infinite, pubblicata a brani in un Giornale, come le opere di un momento e fatte per durare altrettanto”.

Poi Fortunato Stella, il 22 marzo, accettò di pubblicarle al di fuori della rivista. E aveva già un suo disegno per l’opera. L’idea era di stamparla a dispense per la collana “Biblioteca Amena e istruttiva per le donne gentili”.

Stella era stato uno dei primi editori a capire le potenzialità dell’emergente mercato femminile e considerava l’opera di Leopardi un giusto proseguimento del suo progetto di divulgazione della cultura. La collana aveva visto la luce nel 1821 con Le confessioni al sepolcro di August Lafontaine. I numeri 26-27-28 della Biblioteca avevano presentato I tre Galatei, una rielaborazione dei testi di Monsignor Della Casa, di Melchiorre Gioia e di Sperone Speroni. La collana stava diventando quindi un abbinamento tra precettistica pratica e letteratura. Nel maggio del 1826 uscirono le Rime del Petrarca con le note di Leopardi ma mancavano alla collezione opere di saggistica. Fortunato Stella vi voleva inserire a questo punto le Operette morali ma l’autore fu chiaro:

“Colla schiettezza dell’amicizia le confesso che mi affligge non poco l’intendere il pensiero che ella ha di stampare le mie Operette morali nella ‘Biblioteca amena’, pensiero del quale io non avevo finora avuto altro cenno. Le opere edite non perdono nulla, entrando nelle Raccolte; ma io ho conosciuto per prova che le opere inedite, se per la prima volta escon fuori in una collezione non levano mai rumore, perché non si considerano se non come parti e membri di un altro corpo, e come cose che non istanno da sé”.

Un’opera inedita quando entra a far parte di una collana crea una rete di relazione con le opere che già ne fanno parte. Di questo Leopardi è consapevole. In più le Operette sono un “complesso organico”, non divisibile: l’autore l’ha già stabilito dalle sue precedenti esperienze. E lui stesso definisce le Operette una “cosa filosofica, benché scritta con leggerezza apparente”. Perciò quando Stella gli propone di pubblicare l’opera a dispense e in quella collana per signore, Leopardi risponde in maniera categorica:

“Un libro di argomento profondo, e tutto filosofico e metafisico, trovandosi in una biblioteca per dame, non può che scadere infinitamente nell’opinione, la quale giudica sempre dai titoli più che dalla sostanza… l’uscir fuori a pezzi di 108 pagine l’uno, nocerà sommamente ad un’opera che vorrebb’esser giudicata dall’insieme, e dal complesso sistematico, come accade di ogni cosa filosofica”.

Osservazioni che ci danno la misura della sua consapevolezza di scrittore e che contribuiscono a cancellare almeno in parte l’immagine che di Leopardi ci si crea durante gli studi scolastici: un uomo chino sulle sue carte e schivo. Leopardi conosceva il mondo editoriale e ne faceva parte, anche se, in queste lettere, ancora non considerava l’utilità della divulgazione per le sue opere, come invece altri autori fecero negli stessi anni. Ma ogni opera e ogni autore hanno il loro posto, e il loro tempo.

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Rubrica: Sulle spalle dei giganti

  • Scritto da:

  • Rossella Monaco
  • Rossella Monaco, classe 1986, scrittrice e traduttrice di autori inglesi e americani. Titolare dell’agenzia letteraria La Matita Rossa; ha diretto una collana di libri tradotti. Tiene corsi di Creative Writing e di traduzione in aula e online. Ha tradotto e curato la pubblicazione di opere di Charles Dickens, Elizabeth Gaskell e Francis Scott Fitzgerald per diverse realtà editoriali italiane. Spera di guarire presto dalla malattia della gioventù.


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