Internet non salverà il mondo. E se lo dice Morozov…

Internet non salverà il mondo. E se lo dice Morozov…

Ho incontrato Evgeny Morozov venerdì scorso. Ospite del Wired Next Fest, nell’unico giorno libero che aveva invece di andarsene a passeggiare nella bella Milano di maggio ha accettato di chiudersi in una saletta della Maison Moschino e rispondere alle domande, pertinenti e impertinenti, di giornalisti e blogger. L’ha fatto con slancio e generosità, ad un ritmo che ha messo a dura prova l’interprete e anche alcuni intervistatori.

Partiamo dal titolo del suo ultimo libro. “Internet non salverà il mondo”. Perché?

La Silicon Valley sta pullulando di “soluzionisti”. Gente che non vuole fare dei prodotti migliori, dei software più intelligenti, degli hardware più efficaci, ma “risolvere i problemi”. Senza rendersi conto che questioni come il riscaldamento globale, l’inquinamento, la sovrappopolazione, non sono problemi suscettibili di soluzione ma questioni che vanno dibattute e affrontate dai cittadini e dai loro rappresentanti politici.

Lei viene considerato contrario a internet. E’ vero?

Niente affatto. Io non critico internet ma il discorso che viene costruito intorno a Internet. Attribuirgli appunto il potere di salvare il mondo, oppure ritenerlo un mondo a parte con delle regole diverse dal resto. O pensare che tutto vada modellato per andare bene su internet.

Mi è piaciuto molto l’esempio della pattumiera intelligente.

Il libro di Morozov

Il libro di Morozov

Le pattumiere intelligenti spiegano bene il pericolo che corriamo. Esistono davvero, si chiamano Bincam e fotografano quello che viene buttato nei diversi contenitori per la raccolta differenziata. La foto viene postata su Facebook, e si ricevono dei punti se si è gettato il rifiuto giusto nel contenitore giusto. In questo modo non si chiede ai cittadini una competenza civica e etica. Non devi sapere perché stai facendo la raccolta differenziata, ma la fai solo perché riceverai un premio se la fai bene…

Che cosa ci dice invece del digital detox?

Io per primo cerco di limitare il tempo che passo su internet. Però anche in questo caso il problema è mal posto. Viene visto come un problema individuale e risolto a livello individuale. Ma l’intossicazione digitale non è una nostra debolezza. C’è un sistema configurato in modo da creare dipendenza. Twitter vuole che tu continui a twittare perché il traffico gli porta investitori e quindi denaro. Lo stesso vale per tutti i social media.

E la reputazione online?

Ormai è fondamentale. Vi consiglio di curarla tantissimo. Se uno si candida per un lavoro e non è su Facebook si pensa che abbia qualcosa da nascondere. E lo stesso vale per le assicurazioni sull’auto o sulla salute. Chi si rifiuta di fornire i propri dati è altamente sospetto…

Ultima domanda: in che modo internet sta cambiando la cultura?

C’è un aspetto molto preoccupante: il consumo di cultura con i nuovi device permette di raccogliere i dati su quel consumo – quanto tempo ci si ferma su una pagina di un libro, se un film viene visto interamente, se una scena viene rivista, se qualcosa viene sottolineato – e quei dati verranno poi usati da intermediari come Amazon e Google che diventano produttori di contenuti studiati su quella base. Ma i dati non migliorano l’innovazione culturale, anzi. L’innovazione culturale implica il coltivare dei talenti prima che possano essere apprezzati dal grande pubblico, un lavoro che fanno ad esempio gli editori. Con i dati sul consumo culturale non si potrà mai fare un lavoro del genere.

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Rubrica: Interviste sulla scrittura, Top post

  • Scritto da:

  • Anna Da Re
  • Sociologa, copywriter, blogger, twittatrice, milanese e toscana. Per i libri ho una passione ormai cronica; li leggo, ne scrivo, ci lavoro, ci campo (per ora) e non penso di smettere.


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