Tecnica

Tecnica Illustrazione: Vincenza Peschechera

Parola con tantissime derivazioni, ormai tutte apertamente positive: tecnologia su tutte. Sorprende scoprire che non è stato sempre così. Ancora dal greco antico: téchne “abilità, arte, astuzia” passa al latino techna, -ae (a volte con epentesi della -i-, techina, -ae) col solo significato di “furberia, inganno, raggiro”. Questa visione inquietante apre un baratro sotto i nostri piedi. Fautori delle “sorti magnifiche e progressive”, malati di tecnologie, dipendenti dalla tecnica ma vittime di un grosso raggiro? Per lo più no e, forse, un po’ sì: in sostanza chi se ne frega.

 

Tecnica, termine freddo ma rassicurante, ha quel picco consonantico -cn- che si risolve in una sillaba piatta e aperta. Un piccolo ingranaggio risolutore.

 

La storia di questa parola percorre la stessa strada ma in direzioni opposte. Nasce dal basso, da un’azione pratica ripetuta nel tempo. Quell’arte si fa raffinata: diviene distante, astratta, potenzialmente ingannevole. È così che la percepiscono i latini, che adoperano techna solo per denotare lo stratagemma, l’inganno. Il termine, pescato dalla cultura alta nel corso dei secoli, torna a quella valenza positiva di cui sopra.

 

Libera nos a Malo è un’opera insolita (“romanzo” dice il sottotitolo) del 1963. Luigi Meneghello vi attraversa la propria vita saltando da un flusso di coscienza all’altro, riproponendo al sé stesso adulto il ricordo di ciò che era da ragazzino, di come era il suo paese, Malo (Vicenza), e della bizzarra umanità che l’abitava. Nulla di nuovo se non fosse che Meneghello è uno dei migliori scrittori del Novecento, nonché ottimo linguista. Meneghello attraversa uno dei grandi temi del neorealismo (e prima ancora del realismo): la resa del dialetto. Col suo fare punk-veneto, se ne frega delle correnti di pensiero e ci mette davanti a una lingua ostica e bellissima. Per Meneghello la scoperta del mondo da parte dei suoi personaggi-ragazzini è fatta di scoperta linguistica.

 

Meneghello cresce in una provincia in cui il dialetto è la norma e l’italiano è la Lingua, un idioma imposto dall’alto, carico della terminologia roboante fascista e di quella severa del catechismo. È anche la lingua dello sport, del calcio in particolare, attività privilegiatissima su ogni altra (prima della scoperta delle donne) dai giovani di Malo. Così la lingua del giovane Meneghello e dei suoi amici, si arricchisce di un lessico proveniente da un italiano settoriale e alto, con calco morfologico in dialetto:

Al pallone si appioppano le prime ( che vuol dire semplicemente pedate vigorose, sia di prima che di rissalto, o da fermo, o di rugolone) e le prime si appioppano spesso di punta: ma bisogna imparare a dargli di falso, e chi ha la Tènica gli dà principalmente di falso, e qualche volta di ranca. In Ongaria gli danno sempre di ranca: strana gente, bravi, però. 

 

In mezzo a questa mescolanza di parole, risalta Tènica, segnalata dalla maiuscola. Indica una qualità nel gioco del calcio attribuita a chi controlla il pallone “di falso, e qualche volta di ranca”, come i fortissimi calciatori ungheresi. Tènica incarna eleganza, controllo e un indistinto savoir-faire da mezz’ala di classe. Ma in pratica, cos’è la Tènica?

Alcuni amici giocavano piuttosto male al pallone, Berto per esempio; aveva però la Tènica, che consiste nell’arte di allargare le braccia armoniosamente nel corso del gioco. Sapevamo che la Tènica è la cosa più apprezzata dai veri intenditori, e pareva quindi inconcepibile non riservargli un posto in squadra. Siccome però faceva tanti buchi, sia pure con questa buona Tènica, un giorno Piareto fermò il gioco e disse “Ma perché ha un po’ di Tènica, cosa crede di essere, il padreterno?”. E in un rigurgito di qualunquismo calcistico scacciammo Berto dalla squadra. 

 

Meneghello prende in giro il sé ragazzino: crede che la Tènica sia un movimento armonioso delle braccia. Si dice che Berto abbia una buona Tènica. I ragazzi prendono tutto per buono, si convincono che la Tènica di Berto farà la differenza. Ma di partita in partita, la squadra scopre che la Tènica non impedisce a Berto di giocare malamente. Il rigurgito della squadra per la Tènica è il rifiuto di una cultura paesana che non vuole piegarsi a imposizioni o dogmi. Piareto non accetta più che una parola abbia ragione sui fatti, sull’evidenza. La decisione unanime di cacciare Berto dalla squadra può sembrare crudele ma Piareto e compagni sono frustrati, le aspettative deluse. Accortisi del tranello in cui quell’idea di Tènica li ha trascinati, si ribellano. Addio Berto, con buona pace della Tènica, degli ungheresi, dei veri intenditori.

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Rubrica: Dizionario etimologico individuale, Top post

  • Scritto da:

  • Arcangelo Auletta
  • Leva napoletana dell'86. Laurea in lettere, è (in-)esperto di letteratura americana e traduzione ma ha intrapreso una carriera nel web marketing. Strazia la chitarra da quando è stato divulgato il terzo segreto di Fatima. Un suo assolo di mandolino è stato inserito dalla rivista Rolling Stone nella top 35 "I migliori assoli di mandolino della storia". Crede nella vita dopo Maradona. Possiede una tazza ricordo del matrimonio di William e Kate.


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