Il rapporto tra l’autore e il personaggio

Il rapporto tra l’autore e il personaggio Illustrazione di Francesco Pirini

Siamo andati, finora, alla ricerca di personaggi. C’è chi ci assicura, invece, che sono i personaggi a cercarci con una certa arroganza, per chiedere spazio. Luigi Pirandello  ne La tragedia di un personaggio, racconta le cose strane che accadono nel suo studio:

È mia vecchia abitudine dare udienza, ogni domenica mattina, ai personaggi delle mie future novelle. Cinque ore, dalle otto alle tredici. M’accade quasi sempre di trovarmi in cattiva compagnia. Non so perché, di solito accorre a queste mie udienze la gente più scontenta del mondo, o afflitta da strani mali, o ingarbugliata in speciosissimi casi, con la quale è veramente una pena trattare. Io ascolto tutti con sopportazione; li interrogo con buona grazia; prendo nota de’ nomi e delle condizioni di ciascuno; tengo conto de’ loro sentimenti e delle loro aspirazioni. Ma bisogna anche aggiungere che per mia disgrazia non sono di facile contentatura. Sopportazione, buona grazia, sì; ma esser gabbato non mi piace. E voglio penetrare in fondo al loro animo con lunga e sottile indagine 

La necessità dello scrittore di penetrare in fondo all’animo della sua creatura crea il contrasto con il personaggio stesso. Il personaggio è riuscito, con tutta la nostra fatica, ad assumere una forma  e vorrebbe essere lasciato in pace; nostro compito è però continuare a indagare, per mettere a nudo le sue grandezze e miserie. Abbiamo spesso ricordato la necessità di  dare autonomia ai nostri personaggi, che come i figli devono a un certo punto emanciparsi da noi. Questa autonomia raggiunge in Pirandello la massima espressione nel dissidio tra la fantasia creatrice dello scrittore e la testardaggine del personaggio, che dopo essere stato forgiato, reclama la sua indipendenza.

 È bene avvertire che alcuni personaggi, in queste udienze, balzano davanti agli altri e s’impongono con tanta petulanza e prepotenza, ch’io mi vedo costretto qualche volta a sbrigarmi di loro lì per lì. […] Tra quelli che rimangono indietro in attesa, sopraffatti, chi sospira, chi s’oscura, chi si stanca e se ne va a picchiare alla porta di qualche altro scrittore 

La finzione di Pirandello continua, immaginando che molti suoi personaggi, scontenti per come lui li ha trattati si rivolgono ad un altro scrittore. Ciò vuol dire che nei libri che leggiamo, secondo Pirandello, troviamo spesso personaggi abortiti, che avevano potenzialità che il loro autore non ha sfruttato. Facciamo venire questi personaggi non nati nel nostro studio, diamo loro udienza. Al pari di quello che ha fatto Pirandello con Fileno, nato dalla penna di un suo collega:

Nessuno può sapere meglio di lei, che noi siamo esseri vivi, più vivi di quelli che respirano e vestono panni; forse meno reali, ma più veri! […] Chi nasce mercé quest’attività creatrice che ha sede nello spirito dell’uomo, è ordinato da natura a una vita di gran lunga superiore a quella di chi nasce dal grembo mortale d’una donna. Chi nasce personaggio, chi ha l’avventura di nascere personaggio vivo, può infischiarsi anche della morte. Non muore più! Morrà l’uomo, lo scrittore, strumento naturale della creazione; la creatura non muore più! E per vivere eterna, non ha mica bisogno di straordinarie doti o di compiere prodigi. Mi dica lei chi era Sancho Panza! Mi dica lei chi era don Abbondio! Eppure vivono eterni perché – vivi germi – ebbero la ventura di trovare una matrice feconda, una fantasia che li seppe allevare e nutrire per l’eternità 

Pirandello non è l’unico autore ad essere stato interpellato in modo così imperioso dai suoi personaggi; Miguel de Unamuno nel romanzo Nebbia immagina che Augusto (il protagonista) dopo una delusione d’amore pensi al suicidio. Prima di compiere il gesto estremo, però, contatta lo stesso Unamuno, dopo aver letto un suo articolo sul suicidio. Così scopre di essere un suo personaggio e, in quanto tale, non può nemmeno uccidersi. Ad ucciderlo, dopo un litigio, sarà allora lo stesso autore.

Anche Camilleri, nel racconto Montalbano si rifiuta, immagina di ricevere una telefonata dalla sua creatura più nota, che si rifiuta di partecipare ad un racconto dai toni truculenti. Ecco il dialogo fra i due:

“Perché mi hai telefonato?”

“Perché non mi piace questo racconto. Non voglio entrarci, non è cosa mia. La storia poi degli occhi fritti e del polpaccio in umido è assolutamente ridicola, una vera e propria stronzata, scusa se te lo dico.” […]

“Figlio mio, cerca di capirmi. Certuni scrivono che io sono un buonista, uno che conta storie mielate e rassicuranti […] che sono diventato ripetitivo, con l’occhio solo ai diritti d’autore… Sostengono che sono uno scrittore facile, macari se poi s’addannano a capire come scrivo. Sto cercando d’aggiornarmi, Salvo. Tanticchia di sangue sulla carta non fa male a nessuno[…]“

“Non fare lo spiritoso. […] Padronissimo tu di scriverne altre, ma allora t’inventi un altro protagonista. Sono stato chiaro?”

“Chiarissimo. Ma intanto questa storia come la finisco?”

“Così” disse il commissario. E riattaccò”

Il rapporto con Montalbano, racconta Camilleri, è molto conflittuale, perché «Montalbano è un serial killer di eventuali altri personaggi. È invadente: mentre stai pensando a un’altra cosa, arriva e dice: “tu devi scrivere solo di me”».

E voi che rapporto avete col vostro personaggio?

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  • Mi occupo di estetica, scrittura e filosofia del linguaggio. Ho pubblicato testi su Wittgenstein, sull’estetica di Croce, sulla fisica quantistica e tradotto testi di Hegel e Schrödinger. Amo Bach e Proust, scrivere e suonare il pianoforte. Collaboro con la rivista «Complessità» e insegno filosofia nei licei.


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