Come scegliere il titolo di un romanzo

Come scegliere il titolo di un romanzo Illustrazione di Francesco Pirini

Ridotto al suo solo testo e senza alcuna istruzione per l’uso, come
leggeremmo l’Ulysses di Joyce se non si intitolasse Ulysses?

Gérard Genette

 

Il titolo è una parte molto importante del romanzo perché permette di identificarlo, è in grado di guidare la scelta all’acquisto e in alcuni casi di influenzare preventivamente la lettura. Esiste anche una disciplina specifica, la titologia, che si occupa degli aspetti legati alla scelta del titolo, ma nel nostro Paese non ha avuto molto seguito.

Due sono le scuole di pensiero principali riguardo alla titolazione dei romanzi. La prima suggerisce di non dare informazioni o interpretazioni sul testo attraverso il titolo. Fa parte di questa scuola Umberto Eco che nella seconda edizione del Nome della Rosa, nelle “Postille”, specifica fin da subito la sua posizione:

Un narratore non deve fornire interpretazioni della propria opera, altrimenti non avrebbe scritto un romanzo, che è una macchina per generare interpretazioni. Ma uno dei principali ostacoli alla realizzazione di questo virtuoso proposito è proprio il fatto che un romanzo deve avere un titolo. [...] Un titolo è purtroppo già una chiave interpretativa. Non ci si può sottrarre alle suggestioni generate da “Il rosso e il nero” o da “Guerra e pace”. I titoli più rispettosi del lettore sono quelli che si riducono al nome dell’eroe eponimo, come “David Copperfield” o “Robinson Crusoe”, ma anche il riferimento all’eponimo può costituire una indebita ingerenza da parte dell’autore. Le “Père Goriot” centra l’attenzione del lettore sulla figura del vecchio padre, mentre il romanzo è anche l’epopea di Rastignac, o di Vautrin alias Collin. Forse bisognerebbe essere onestamente disonesti come Dumas, poiché è chiaro che “I tre moschettieri” è in verità la storia del quarto. Ma sono lussi rari, e forse l’autore può consentirseli solo per sbaglio.

E poi continua raccontando la genesi del titolo del romanzo:

L’idea del “Nome della rosa” mi venne quasi per caso e mi piacque perché la rosa è una figura simbolica così densa di significati da non averne quasi più nessuno: rosa mistica, e rosa ha vissuto quel che vivono le rose, la guerra delle due rose, una rosa è una rosa è una rosa è una rosa, i rosacroce, grazie delle magnifiche rose, rosa fresca aulentissima. Il lettore ne risultava giustamente depistato, non poteva scegliere una interpretazione; e anche se avesse colto le possibili letture nominaliste del verso finale ci arrivava appunto alla fine, quando già aveva fatto chissà quali altre scelte. Un titolo deve confondere le idee, non irreggimentarle.

La seconda scuola di pensiero, invece, prevede che il titolo comunichi fin da subito, in maniera più o meno allusiva, il soggetto del libro. Molti autori decidono per questa seconda possibilità. Come Raffaele La Capria che scrisse a Bompiani a proposito del suo romanzo Ferito a morte (vincitore del Premio Strega nel 1961):

“Ho anche pensato di cambiare il titolo, perché Lo spazio di un mattino è troppo poetico, e non va più un titolo poetico. Non è possibile nemmeno un titolo di una sola parola, perché quello lo può fare solo Moravia. Dunque ho pensato ad un titolo antipoetico e antiletterario, da film. Che però diventa stranamente raffinato se si pensa al contenuto del libro, e soprattutto indirizza il lettore nel senso giusto della lettura. Il titolo è: Ferito a morte - romanzo di Raffaele La Capria. Che gliene pare? Se non va bene ne sottoporrò degli altri, comunque ci pensi per favore. Lei in queste cose ha più esperienza di me, e già l’altra volta mi consigliò bene”. (Caro Bompiani, cit., pp. 402-3)

Qualunque sia la strada presa, bisogna essere comunque consapevoli del fatto che il titolo può fare il successo o il fallimento di un libro. Un caso esemplare di fallimento può essere considerato il romanzo Lezioni di tiro di Alcide Paolini, libro pubblicato negli anni Settanta che nei cataloghi e nelle librerie venne spesso collocato tra i manuali di caccia. Un esempio di come un titolo può far vendere molte copie è  il caso di The catcher in the Rye (Il Giovane Holden) di J. D. Salinger: fu pubblicato per la prima volta in Italia nel 1952 col titolo “Vita da uomo” dalla casa editrice Casini. Non ebbe successo. Poi nel 1961 la casa editrice Einaudi lo ripubblicò col titolo che porta ancora oggi e diventò un best-seller.

A beffa di tutte le previsioni considerate certe, può essere interessante la lunga discussione tra Massimo Bontempelli e l’editore Bompiani sul titolo Vita e morte di Adria e dei suoi figli. L’editore suggerì al romanziere una serie di titoli tratti dai versi della Divina Commedia e Bontempelli rispose che non erano abbastanza popolari, in virtù dell’idea popolare di letteratura che egli aveva. Molti libri popolari, infatti, contengono nel titolo il nome del protagonista. Valentino Bompiani alla fine accettò il titolo, anche se era stato considerato inizialmente inadatto, e ci si affezionò persino. Uno scambio di opinioni che ci conferma come spesso la scelta, dopo aver valutato le diverse opzioni, può ritornare alla proposta iniziale, quella più istintiva e immediata.

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Rubrica: Sulle spalle dei giganti

  • Scritto da:

  • Rossella Monaco
  • Rossella Monaco, classe 1986, scrittrice e traduttrice di autori inglesi e americani. Titolare dell’agenzia letteraria La Matita Rossa; ha diretto una collana di libri tradotti. Tiene corsi di Creative Writing e di traduzione in aula e online. Ha tradotto e curato la pubblicazione di opere di Charles Dickens, Elizabeth Gaskell e Francis Scott Fitzgerald per diverse realtà editoriali italiane. Spera di guarire presto dalla malattia della gioventù.


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