I due punti e il punto e virgola

I due punti e il punto e virgola Illustrazione di Margherita Morotti

Da quella parte della mia teoria del piacere dove si mostra come degli oggetti veduti per metà, o con certi impedimenti ci destino idee indefinite, si spiega perché piaccia la luce del sole o della luna, veduta in luogo dov’essi non si vedano e non si scopra la sorgente della luce.

Giacomo Leopardi, Zibaldone

Segni di interpunzione dimenticati, il punto e virgola e i due punti richiedono tempo, esplorazione del territorio in cui ci stiamo incamminando. Fondamentali in saggistica, nei testi creativi acquistano spesso significati che vanno al di là della semplice scansione ritmica e sintattica.

Carlo Emilio Gadda utilizzò i due punti consecutivamente all’interno della stessa frase, cosa che dal punto di vista grammaticale non sarebbe da considerarsi corretta. Lo fece per rendere la difficoltà della ricerca semantica: si passa da una definizione all’altra, senza sosta, perché quella appena proposta non soddisfa pienamente. Nella Cognizione del dolore, ad esempio, troviamo i due punti in sequenza cinque volte ad aprire altrettante frasi. E accade anche in diversi passi di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana:

Una certa praticaccia del mondo, del nostro mondo […] doveva di certo avercela: una certa conoscenza degli uomini: e anche delle donne.

[...]

All’anulare destro, sulla mano bianca dalle lunghe dita di signore, che gli servivano da scotere la sigaretta, er signorino ci aveva un anello: d’oro vecchio, assai giallo: magnifico: un diaspro sanguigno nel castone; un diaspro ovale con una cifra a matrice.

Con i due punti ci si addentra simbolicamente nel profondo, a definire la zona in cui ci stiamo muovendo, con una zoomata o una carrellata successiva di piani. Un’aggiunta al piano visivo di partenza che prova a dare maggiore precisione. Alessandro Baricco ne I Barbari scrive:

Per cui sarà un saggio, nel senso letterale del termine, cioè un tentativo: di pensare: scrivendo.

Sembra quasi che l’autore stia facendosi delle domande. Sono pause di riflessione che coincidono con i due punti, che dovrebbero portarlo a una migliore definizione.

Con il punto e virgola invece si marcano confini tra una zona e l’altra; lo si fa però mettendo in comunicazione le parti. Come se il punto fosse il fiume da guadare e la virgola una sorta di ponticello che permette di raggiungere l’altra sponda. Prendiamo l’uso che Virginia Woolf fa di questo segno in Gita al faro.

Le rondini avevano fatto il nido in salotto; il pavimento era cosparso di paglia; l’intonaco cadeva a palate; le travi erano rimaste nude; i topi si portavano via questo e quello per rosicchiarlo dietro il battiscopa.

[...] I papaveri crescevano spontanei tra le dalie; i prati ondeggiavano di erba alta; carciofi giganti torreggiavano tra le rose; un garofano screziato fioriva tra i cavoli; mentre il battito gentile di un’erbaccia alla finestra era divenuto, nelle sere d’inverno, un tambureggiare di rami robusti e arbusti spinosi che in estate riempivano la stanza di verde.

Con l’utilizzo del punto e virgola non si ottengono effetti semantici forti. Al contrario: le frasi sfumano l’una nell’altra. Si staccano così diversi elementi senza interromperne l’unità, e lo si fa con un segno profondamente ambiguo, che non definisce mai fino in fondo. In questo il punto e virgola e i due punti sono così simili: nell’incapacità o nella malavoglia di definire.

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Rubrica: Sulle spalle dei giganti

  • Scritto da:

  • Rossella Monaco
  • Rossella Monaco, classe 1986, scrittrice e traduttrice di autori inglesi e americani. Titolare dell’agenzia letteraria La Matita Rossa; ha diretto una collana di libri tradotti. Tiene corsi di Creative Writing e di traduzione in aula e online. Ha tradotto e curato la pubblicazione di opere di Charles Dickens, Elizabeth Gaskell e Francis Scott Fitzgerald per diverse realtà editoriali italiane. Spera di guarire presto dalla malattia della gioventù.


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