I personaggi di García Márquez

I personaggi di García Márquez Illustrazione di Margherita Morotti

Dopo aver letto di come un gigante della statura di Gabriel García Márquez abbia cominciato a scrivere, possiamo imparare ancora molto da lui. Ecco alcune cose che ci ha insegnato sulla creazione dei personaggi:

1 Il personaggio non è un’isola.

«Il primo della stirpe è legato a un albero e l’ultimo se lo stanno mangiando le formiche».  Non solo i Buendía, che in Cent’anni di solitudine sono una stirpe il cui intreccio genealogico mette a dura prova la memoria del lettore; Márquez ha l’abitudine di riproporre il medesimo personaggio in più romanzi (Aureliano Buendía, ad esempio, appare anche in Nessuno scrive al colonnello e ne I funerali di Mamà grande) creando una sorta di macrotesto: ogni libro si affaccia su un altro racconto, ne richiama i soggetti. In Cent’anni di solitudine, ogni personaggio ha un suo doppelgänger: i primi, ovviamente sono i due fratelli José Arcadio e Aureliano, le cui caratteristiche antitetiche (impulsivo e virile il primo, malinconico e tranquillo il secondo) si tramanderanno nella terza e nella quarta generazione, dove risulteranno invertite nei gemelli Aureliano Secondo e José Arcadio Secondo. Così come  complementari sono le figure di Amaranta e Rebeca.

2 Osare nelle descrizioni.

«Era vestito come uno straccivendolo. Gli restava appena qualche filo sbiadito di cranio pelato e pochissimi denti in bocca, e la sua penosa condizione di bisnonno fradicio lo aveva privato di ogni grandezza. Le ali da grosso avvoltoio, spennacchiate e sporche, erano definitivamente incagliate nel pantano» (Un signore molto vecchio con due ali enormi). Che si tratti di descrivere un vecchio angelo con ali di avvoltoio insediatosi in un pollaio,  un bambino morto a sette anni che continua a crescere fino ai venticinque e a cui viene cambiata continuamente la bara (La terza rassegnazione), o una bambina che soffre di un’insonnia che contagia l’intero paese (Rebeca in Cent’anni di solitudine), o di un funerale sontuoso con quarantotto ore di veglia (Il funerale di Mama Grande) Márquez crea personaggi che pur non piegandosi mai alla logica dello verosimiglianza, riescono ad essere veri.

3 L’importanza dei dettagli.

Pilàr Ternera ha una «risata esplosiva che spaventava le colombe», la camminata di Ursula è «sempre inseguita dal lieve sussurro delle sue sottane di olanda», Melquìades ha le «mani di passero» (Cent’anni di solitudine). Visibilità cinematografica, per la presentazione di Zacarìas: «Lì lo vedemmo, con l’uniforme di tela senza insegne, con le uose, con lo sperone d’oro al tallone sinistro, più vecchio di tutti gli uomini e di tutti gli animali vecchi della terra e dell’acqua, ed era disteso sul pavimento, bocconi, col braccio destro piegato sotto la testa in modo che gli servisse da cuscino, come aveva dormito notte dopo notte per tutte le notti della sua lunghissima vita di despota solitario» (L’autunno del patriarca).

4L’umanità.

«Perché Meme fosse scomparsa da casa nostra e ricomparisse quella domenica nel tempio, vestita più come un presepio di Natale che come una signora, o come si sarebbero vestite tre signore insieme per assistere alla messa di Pasqua, sebbene avanzassero ancora alla guajira merletti e patacconi per vestire un’altra signora. Quando finì la messa, le donne e gli uomini si trattennero sulla soglia per vederla uscire; si assieparono nell’atrio, in doppia fila davanti alla porta maggiore» (Foglie morte) Così l’uscita della serva, che va a convivere dal dottore del paese e si presenta in chiesa vestita ridicola, credendo di fare l’elegante. Tutti la attorniano, sbarrandole la strada e il padre dell’io narrante la prende sottobraccio e la accompagna. Ho l’idea che l’uomo che porge il braccio a Meme sia proprio lo scrittore: Márquez ha uno sguardo d’amore verso i suoi umili, che presta al lettore: vorremmo abbracciare la candida Eréndira costretta dalla nonna a prostituirsi (L’incredibile e triste storia della candida Eréndira), Florentino Ariza che viene rifiutato (L’amore ai tempi del colera), il colonnello che non riceve la pensione (Nessuno scrive al colonnello).

5 Gli innamorati

«Manuela Sánchez della mia mala ora col vestito di mussolina e la brace della rosa in mano e l’odore naturale di liquirizia del suo respiro, dimmi che non è vero questo delirio, diceva, dimmi che non sei tu, dimmi che questo stordimento di morte non è il marasma di liquirizia del tuo respiro, ma era lei, era la sua rosa, era il suo alito caldo che profumava il clima della camera come un basso ostinato con più padronanza e più antichità dell’ansito del mare, Manuela Sanchez della mia rovina che non eri scritta nella palma della mia mano, né nel fondo del mio caffè, nemmeno nelle acque della mia morte dei catini, non sperperarti la mia aria da respirare, il mio sonno da dormire…» (L’autunno del patriarca). Che si tratti di descrivere una passione infuocata, un’attrazione maledetta (l’incesto che porterà all’estinzione dei Buendía), l’amore tragico di Sierva Marìa e del prete Delaura ai tempi dell’inquisizione (Dell’amore e di altri demoni) o la tenerezza di un pianto maschile per un abbandono, l’amore è sempre un demone che muove i personaggi di Márquez.

Per Aureliano, per Ursula, per Florentino Ariza, per i due amanti di Occhi di cane azzurro, che si sognano ogni notte e non riescono mai a incontrarsi, grazie Gabo. Avremmo voluto che vivessi 145 o 160 anni come molti dei tuoi personaggi.

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Rubrica: La bottega dei personaggi

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  • Mi occupo di estetica, scrittura e filosofia del linguaggio. Ho pubblicato testi su Wittgenstein, sull’estetica di Croce, sulla fisica quantistica e tradotto testi di Hegel e Schrödinger. Amo Bach e Proust, scrivere e suonare il pianoforte. Collaboro con la rivista «Complessità» e insegno filosofia nei licei.


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