I self-publisher in biblioteca

I self-publisher in biblioteca Illustrazione di Margherita Morotti

È di due giorni fa la notizia che MediaLibraryOnLine (MLOL) – piattaforma per il prestito digitale di ebook e altri contenuti digitali – e Simplicissimus Book Farm hanno siglato un accordo che consentirà agli editori distribuiti da quest’ultima di far arrivare i propri ebook alle 3.900 biblioteche (in Italia e nel mondo) aderenti al network MLOL. Ora, tra i titoli distribuiti su MLOL ci saranno anche quelli autopubblicati su Narcissus.me, la piattaforma di self-publishing di Simplicissimus; che cosa significa questo? Significa che i titoli autopubblicati e distribuiti da Narcissus entrano nelle biblioteche italiane, a disposizione di quei lettori che volessero prenderli in prestito.

A leggere il comunicato stampa veniamo a sapere che «MLOL e Narcissus svilupperanno una partnership esclusiva su un progetto che vedrà la collaborazione delle biblioteche del network per progettare iniziative ed eventi dedicati al tema del self-publishing e alla promozione / presentazione / recensione di autori autopubblicati». E qui la cosa si fa interessante. Proviamo – in mancanza di ulteriori dettagli – a fare qualche considerazione generale e a immaginare in che modo questo accordo possa giovare agli autori e alle biblioteche.

In primo luogo, le biblioteche diventano sempre di più dei centri di produzione culturale, e non solo di conservazione e diffusione, in cui alla lettura si affianca ora la scrittura. Possiamo immaginare, per esempio, corsi di scrittura, seminari, attività ludiche per i più piccoli? A Firenze, per esempio, alcuni scrittori si sono già organizzati. E il nostro XWriting ha già fatto visita ad alcune biblioteche lombarde. Quanto manca affinché anche gli autori indipendenti entrino a pieno diritto nel circuito culturale delle biblioteche? L’accordo tra MLOL e Simplicissimus segna un importante riconoscimento per costoro.

I bibliotecari, poi, acquistano ancora maggiore rilevanza come intermediari, se non come dei veri e propri “agitatori culturali”. (Per inciso: sto leggendo La biblioteca diventa social, un saggio breve ma denso e molto ben articolato di Cristina Bambini e Tatiana Wakefield, agguerrite bibliotecarie di Pistoia. Raccomandatissimo non solo per i bibliotecari, ma per chiunque abbia a cuore una comunicazione sui social media che non sia solo marketing). Essi diventano i gangli di un sistema di diffusione di contenuti da cui ora passano anche i libri autopubblicati; secondo un paradosso solo apparente, quel gatekeeping che certi pasionarios dell’editoria digitale avevano troppo rapidamente dato per spacciato, trova nei bibliotecari una nuova declinazione. Questo ha due conseguenze principali: costringe i self-publisher a professionalizzarsi - ossia a produrre libri ben fatti, senza refusi, passati sotto la lente di un editor, con copertine disegnate da grafici e conversioni in digitale che funzionino – e a radicarsi nel proprio territorio. In fondo i nostri primi lettori sono i familiari e gli amici, quelli che sono vicini a noi, non è così?

In secondo luogo i contorni delle professioni si sfumano, la formazione diventa permanente, le competenze si ampliano: i bibliotecari diventano anche social media manager, persino giornalisti culturali, e le comunità di lettori che essi gestiscono sono allo stesso tempo legate a un territorio e connesse al mondo grazie al digitale.

In questo scenario, ai self-publisher si presentano alcune interessanti opportunità. Qualche esempio? Organizzare eventi promozionali dal vivo presso le biblioteche è la prima cosa che mi viene in mente, tanto è banale. E data la natura pubblica di queste ultime, è evidente che le considerazioni intorno al vil denaro passano in secondo piano, e la lettura e la diffusione culturale ne traggono beneficio. Dalla classica presentazione al workshop di scrittura, dai meetup di self-publisher di una data zona a delle scuole vere e proprie di self-publishing, come quella di Empoli - sono molte le cose che si possono fare.

A me per esempio piacerebbe che autori esordienti, che scelgono consapevolmente il self-publishing come una forma di esercizio e di formazione, fossero affiancati da scrittori già pubblicati e da professionisti dell’editoria (editors, comunicatori, social media managers e così via): la biblioteca potrebbe diventare il luogo d’incontro. E in questo laboratorio condiviso potrebbero avere un ruolo e uno spazio i lettori, in qualità di tester per esempio. Tutto ciò avrebbe un non secondario effetto benefico, in termini d’immagine e comunicazione, per tutte le parti coinvolte: per gli esordienti, che potrebbero apprendere molto dai loro mentori; per gli scrittori affermati, che condividerebbero il loro mestiere e consoliderebbero una comunità territoriale di lettori; e per le biblioteche, che ancor più e meglio perseguirebbero la loro missione nei confronti dei lettori. E, incidentalmente, si venderebbe qualche libro in più, magari acquistandolo dai librai di quartiere.

La considerazione di più ampio respiro che mi viene da fare è che le eventuali iniziative che possono sorgere dall’accordo tra MLOL e Simplicissimus a livello locale rappresenterebbero un interessante fenomeno che con una parolona un po’ pomposa potremmo chiamare di territorializzazione del digitale: la scrittura digitale, i libri digitali, le piattaforme digitali tornano in strada e consentono alle persone d’incontrarsi dal vivo e di far cose (si spera belle) insieme. A ulteriore riprova che chi crede che i bit e gli atomi siano nemici, non ha capito davvero un granché.

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Rubrica: L'elzeviro

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