Selfie, follower, feedback, stalker e altri anglicismi

Selfie, follower, feedback, stalker e altri anglicismi Illustrazione: Margherita Morotti

Sui forestierismi potremmo consumarci le dita sulla tastiera. Solo sugli anglicismi cancelleremmo le lettere dai tasti. Quest’osservazione implica non una ma diecimila possibili pignolerie che non mancherò di propinarvi in futuro. Per ora mi limiterò a una macro-pignoleria:
ne diciamo troppi a sproposito.

 

Non dico che ne diciamo troppi ma ne diciamo proprio a sproposito. La regola vuole che il forestierismo sia ben accetto a patto che riempia una casella vuota del nostro lessico. Accade perché si creano nuove realtà da descrivere, spesso importate. Es: follower, parola approdata in Italia con twitter, che indica chi segue i tweet altrui. Quindi no, non siete seguaci di Melissa Satta, Balotelli, Papa Francesco o di scrivo.me. Neanche “seguitori“, se la cosa vi tranquillizza.

O blog o post o link e tutta la carrellata di derivati verbali: bloggare, postare, linkare etc. Insomma, la solita solfa che la lingua di internet è l’inglese. E fin qui ci è arrivata anche mia nonna che parla con le cugine italo-americane a botta di yeah e okay.

 

Quindi c’è bisogno dell’inglese? Amen e il cielo ci salvi dalla politica linguistica dell’Académie française o della Real Academia Española, che traducono computer rispettivamente in ordinateur e ordenador.

 

Partendo da queste premesse di xenofilia liberal-linguistica, aggiungo che si esagera. Non è un discorso in difesa della patria lingua, ma di semplice intolleranza per la stupidità.

 

Vogliamo spingere qualche iniziativa su un social network? Ok: perché diavolo dovremmo pusharla? Vogliamo fare un ministero che si occupi di decentrare i poteri dallo stato verso le regioni? Dobbiamo parlare di devolution? Dobbiamo subire anche l’orribile calco in italiano “devoluzione”? Sembra il nome di un’opera di carità: “Le Sorelle della pietà per la devoluzione”. Volete un riscontro sulla vostra lungimirante idea di marketing: il ritorno alla vendita delle indulgenze? Perché dovremmo volere un feedback!?

 

Poi ci sono quegli anglicismi  che alcuni linguisti definiscono occasionalismi perché in auge per periodi (ci auguriamo) limitati. Esempio recente: selfie, contrazione di self-shot. Denota l’autoscatto, ma è un termine ormai connotato negativamente. Quindi se siamo andati in vacanza a Parigi con la tipa “ci siamo fatti un autoscatto a Montmartre”, ma se guardiamo le foto degli altri su facebook “quelli sono cretini: si fanno i selfie”.

 

Immaginate di essere una ragazza normale (una da selfie nel bagno di casa) che ha un ragazzo normale. Lei ha le unghie fucsia, fa la commessa e ha una borsa louisvuitton tarocca. Lui va in palestra quattro volte a settimana, fa Pasqua ad Amsterdam con gli amici, si veste da b-boy rappettaro ma ascolta i Modà. Lei non l’ha mai visto con una camicia che non fosse fuori dai calzoni o aperta sul davanti a incorniciare qualche scritta cretina contenete la parola “topa”.

 

Stanno per sposarsi. Il giorno del matrimonio, lei è bellissima e ha uno strascico lungo quanto la navata. Ma lui è in ritardo. Lei lo aspetta già all’altare. Lui si presenta con un’ora e mezza di ritardo, vestito come ogni giorno: canotta dei Bulls, cappellino con bollino d’autenticità, pantaloni a tre quarti: il solito tamarro, insomma. A gambe spalancate ancheggia verso l’altare. Agli attoniti invitati lancia serafici “bella lì” e “bella zia”. Quando incrocia lo sguardo confuso di sua nonna, le dedica un bellissimo “yooooo!” aggrappandosi saldamente al cavallo dei calzoni. Per coronare la performance raggiunge la sposa, le appioppa una poderosa pacca sul culo che risuona nella chiesa muta ed esclama: “bella manza!”.

 

Magari lei si aspettava di vederlo arrivare con un tight azzurro, ma non che fosse così cretino da venire in chiesa come se niente fosse. Più o meno è l’effetto che facciamo presentandoci alle persone facendo sfoggio di tutta la cultura anglofona che siamo riusciti a raccattare su internet, ascoltando Snoop Doggy Dogg, alla facoltà di economia.

 

Ora: se nella vita di tutti i giorni, con i nostri amici, parlando al nostro cane o scrivendo una lettera di diffida al nostro stalker, vogliamo abbondare con gli anglicismi che ci fanno sentire tanto cool, mi sta più che bene. Ma se scriviamo qualcosa in ambito lavorativo o narrativo (e soprattutto se i due piani coincidono), siamo come cammelli nella steppa.

 

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Rubrica: Pignolerie, Top post

  • Scritto da:

  • Arcangelo Auletta
  • Leva napoletana dell'86. Laurea in lettere, è (in-)esperto di letteratura americana e traduzione ma ha intrapreso una carriera nel web marketing. Strazia la chitarra da quando è stato divulgato il terzo segreto di Fatima. Un suo assolo di mandolino è stato inserito dalla rivista Rolling Stone nella top 35 "I migliori assoli di mandolino della storia". Crede nella vita dopo Maradona. Possiede una tazza ricordo del matrimonio di William e Kate.


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1 Comment

  1. Vabbè ma guarda che Académie e RAE fanno benissimo a tradurre computer in ordinateur e ordenador. Ancora oggi l’italiano soffre l’anomalia intollerabile di una parola di uso comunissimo che non si legge secondo le nostre regole a causa di quella u che si legge /ju/. Forse non è un caso se tendiamo a sostituirla con termini specifici (che siano PC, Mac, portatile, palmare, tablet o smartphone: sí, perfino smartphone è piú regolare!!!). Non è snobismo, è che inconsciamente ci vergogniamo a pronunciarla; in apparenza perché ci sembra banale, in realtà, secondo me, perché non ci suona italiana.

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